domenica, Settembre 19

Rivoluzione fiscale in Rwanda

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Il Rwanda è riconosciuto per essere tra i primi Paesi del Continente più idonei  per gli investimenti stranieri. Il governo ha assicurato fino ad ora esenzioni fiscali dai 5 ai 20 anni ai principali investitori stranieri. Una misura che ha triplicato gli investimenti a scapito delle finanze pubbliche che languiscono in situazione precaria. Un fenomeno studiato dagli esperti economisti di Kigali  a seguito delle preoccupazioni esternate dal FMI nel 2014. Il volume d’affari del settore privato in Rwanda contribuisce al PIL del 12% mentre l’economia, da un decennio, registra il 7% di aumento annuo. Nonostante l’immagine esterna di un Paese che ha applicato le teorie del libero mercato, l’economia ruandese rimane prevalentemente in mano allo Stato che continua ad essere il principale datore di lavoro e il principale motore economico grazie ai numerosi progetti tesi a sviluppare le infrastrutture sociali, comunicazioni, rete stradale ed informatica.

Lo Stato è per logica esente da qualsiasi onere fiscale. I lunghi periodi di free-tax concessi agli investitori stranieri e la massiccia presenza dello Stato nell’economia ha compresso il gettito fiscale, stimato al 14% del PIL, quindi al disotto dei standard minimi (25% del PIL) indicati dalla East African Community – EAC (Comunità Economica dell’Africa Orientale). Nel primo semestre del 2014 il gettito fiscale è stato di 406,3 miliardi di Franchi Rwandesi – Rwf – (589,7 milioni di dollari). Il target semestrale fissato dal governo era di 427,9 miliardi di Rwf (621,1 milioni di dollari). L’obiettivo del Ministero delle Finanze è quello di aumentare il gettito fiscale  fino al 17% del PIL. Per raggiungere questo obiettivo il Governo ha deciso di varare una riforma fiscale che riduce considerevolmente le esenzioni fiscali fino ad ora concesse alle multinazionali straniere.

Il nuovo codice fiscale, già approvato al Parlamento e in attesa della firma del presidente Paul Kagame, elimina la prassi di concedere a discrezione della commissione esenzioni e facilitazioni fiscali. Le esenzioni doganali sono riformate seguendo le regole EAC che sono nettamente più severe. Gli investitori non hanno più esenzioni rispetto al numero di personale ruandese impiegato ma rispetto agli investimenti fatti che, ora, devono raggiungere un minimo di 50 milioni di dollari per essere eleggibili di regimi fiscali privilegiati. Dovranno inoltre impegnarsi in settori economici considerati dal governo come strategici ed orientati all’export: agricoltura, energia, minerali, telecomunicazioni e IT. Coloro che investono nelle Zone Economiche Speciali continueranno ad usufruire degli sgravi fiscali previsti dal Protocollo delle Dogane della East African Community.

Le maggiori entrate fiscali saranno utilizzate per completare gli ambiziosi piani di sviluppo sociale ed economici intrapresi dal Paese e per sostenere settori strategici ma trascurati tra essi l’agricoltura che occupa il 72% della mano d’opera nazionale.  Per il governo ruandese è di primaria importanza lo sviluppo delle zone rurali e il rafforzamento dell’agricoltura e dei redditi di coltivatori e allevatori in quanto la maggioranza dei contadini sono Hutu. Un divario tra i dipendenti pubblici, i lavoratori urbani (prevalentemente tutsi) e i contadini hutu porterebbe al riaccendersi di antichi rancori e contrapposizioni etniche e sociali che furono alla base del Genocidio del 1994.

Gli esperti economisti ruandesi hanno anche osservato che i settori minerario, agricolo ed immobiliare (in piena espansione) rappresentano solo il 6% del gettito fiscale annuo. Dietro questa percentuale si nasconde una evidente evasione fiscale. Il governo sta studiando il metodo più appropriato per aumentare la pressione fiscale su questi settori senza deprimere la loro crescita o creare tensioni sociali e politiche. Se il settore agricolo è dominato dagli Hutu quello minerario e immobiliare dai tutsi, sopratutto appartenenti al settore direzionale della pubblica amministrazione e alle alte gerarchie dell’esercito. Un brusco aumento delle tasse agricole sarebbe considerato dai contadini come una ingiustizia commessa dal governo tutsi creando pericolose tensioni che possono essere facilmente sfruttate dal gruppo terroristico ruandese FDLR che sta accerchiando il Rwanda (da Congo a Burundi) nel tentativo di invadere il paese, rovesciare l’attuale governo e completare il genocidio dei tutsi.

Un brusco aumento delle tasse sui settori minerario e immobiliare metterebbe a rischio le alleanze politiche e la lealtà dei clan tutsi originari ruandesi e del sud del paese con la diaspora tutsi ugandese attualmente al potere e rappresentata dal Clan di Kagame. In Rwanda il processo di superamento delle divisioni sociali etniche creato dai colonialisti belgi non è stato ancora completato al 100% rimanendo nella prima fase: quella di una direzione a maggioranza tutsi tesa a migliorare le condizioni di vita ed assicurare assistenza sociale e pieni diritti alle masse hutu. La seconda fase: governo e amministrazione formati da competenze e non da provenienze etniche non è ancora iniziata. Quindi la coesione e l’unità dei vari clan tutsi del paese è ancora di vitale importanza per la stabilità politica e sociale del Paese.

L’altra fonte di reddito del governo, le esportazioni di te, caffè e di minerali ha conosciuto una diminuzione dal 62% del 2013 al 55,2% nel 2014. Lo scorso anno i profitti provenienti dalle esportazioni sono cresciuti del 4,7% rispetto a quelle registrate nel 2013: +18,7%. Particolarmente colpito il settore minerario. Questa diminuzione dell’export di minerali è strettamente legata al vicino Congo visto che i minerali legalmente o illegalmente comprati dall’est del Congo rappresentano la maggioranza delle esportazioni ruandesi. Una verità nettamente rifiutata dal governo di Kigali che sostiene che le esportazioni dal Rwanda riguardano solo minerali estratti nelle varie miniere nazionali. Miniere in realtà con scarso valore di giacimenti che fungono da centri per i ricettatori dei minerali congolesi che vengono ripuliti con certificato di origine ruandese. La sconfitta del movimento Banyarwanda M23  e l’aumento delle zone controllate dai terroristi ruandesi FDLR hanno diminuito l’afflusso di minerali dal Congo al Rwanda e di conseguenza le esportazioni ruandesi.

Nonostante i delicati equilibri sociali e clanici da rispettare e la necessità di mantenere il Rwanda un Paese attraente per gli investitori internazionali, il governo è intenzionato ad armonizzare equamente la pressione fiscale, rendere più efficace la raccolta delle tasse (anche grazie al supporto di nuove tecnologie digitali ed informatiche) diminuire l’evasione e i “regali” dati alle multinazionali straniere che non si traducono in aumento occupazionale in Rwanda. A differenza di altri Paesi della regione, l’evasione fiscale in Rwanda è un reato grave che raramente può essere condonato grazie alla corruzione o alle alleanza claniche. L’evasore viene nella maggioranza dei casi severamente punito se scoperto. Il governo ruandese è estremamente lucido nel comprendere che un equo ed adeguato gettito fiscale è la migliore garanzia per l’indipendenza economica, la fine della dipendenza agli aiuti finanziari ed umanitari.  Abbinato all’azionariato popolare e alla rimesse della diaspora ruandese all’estero, rappresenta il miglior strumento per assicurare gli ingenti finanziamenti necessari per i progetti di sviluppo senza aumentare il debito estero.

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