mercoledì, Dicembre 1

Rivolta palestinese: vogliono la Terza Intifada?

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Come risultato, la collera e la tensione aumentano, gli scontri si moltiplicano e i funerali si susseguono allo stesso ritmo dei proiettili che falciano vite e causano feriti. Tutto ciò si aggiunge alla demolizione di case, agli arresti, alle perquisizioni e alla confisca di nuove terre nell’ambito delle recenti misure punitive prese dal governo israeliano. Queste segnano una nuova escalation che potrebbe portare il conflitto israelo‑palestinese su un’altra dimensione in cui gli scontri e la violenza la farebbero da padroni per un lungo periodo.

Queste rappresaglie e le misure repressive, che in passato hanno già dimostrato la propria inefficacia nel contenere le ondate spontanee di violenza, sono accompagnate da attacchi verbali contro i responsabili palestinesi, primo fra tutti il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, accusato da Israele di essere il responsabile dell’escalation. Abbas, tramite un invito al governo israeliano ad agire per una soluzione politica, ha affermato di voler evitare che ostilità degenerino in uno scontro militare: «Non vogliamo un’escalation militare o problemi di sicurezza pubblica. Le istruzioni fornite ai servizi di sicurezza, alle varie fazioni e ai giovani dimostrano chiaramente che non vogliamo un ravvivarsi del conflitto ma che risposta vi aspettate quando un gruppo di coloni attacca un villaggio?» ha sottolineato.

Fondamentalmente contrario alla violenza, in questo caso Mahmud Abbas ha, però, poche speranze di essere ascoltato. In effetti, dopo vent’anni di esperienza, sembra chiaro che i negoziati sterili come unico mezzo per arrivare alla pace non siano più una scelta difendibile. Inoltre, in base a un’indagine del Centro palestinese per la politica e la ricerca, la maggioranza dei palestinesi sarebbe in favore di una rivolta armata contro Israele. Le fazioni di tutti gli schieramenti continuano a chiedere che si tenga conto dell’evoluzione della dinamica attuale nei territori palestinesi. In una conferenza stampa tenutasi a Gaza e voluta dai rappresentanti dei vari movimenti nazionali e islamici tra cui Hamas, è stata sottolineata l’importanza di elaborare una nuova strategia comune e di avere una posizione palestinese unica che riconosca l’intifada come una realtà possibile: «L’intifada deve continuare», insistono, «affinché l’AP interrompa gli accordi di sicurezza con Israele». Bisogna dire che il margine di manovra dei gruppi armati e dei manifestanti palestinesi è fondamentalmente limitato da quest’operazione di sicurezza che l’Autorità Palestinese di Mahmud Abbas si è impegnata a rispettare nonostante la scarsa popolarità in seno all’opinione pubblica.

Sembra inoltre che, ora come ora, i due schieramenti, quello israeliano e quello palestinese, abbiano come unica prospettiva un aumento dell’odio reciproco e della violenza a discapito di una qualsiasi prospettiva di miglioramento della situazione. Ciò lascia la porta più che aperta alla possibilità di uno scatenarsi di un nuovo conflitto sanguinoso che sarebbe la Terza Intifada, un’eventualità che sembra avere a disposizione tutti gli ingredienti necessari. Tra questi, si contano l’assenza di orizzonti politici, la repressione israeliana, il rafforzamento della colonizzazione, l’impunità dei coloni e le tensioni a Gerusalemme. Dall’estate del 2014, segnata dal conflitto armato nella Striscia di Gaza, Gerusalemme Est è teatro di schermaglie quasi quotidiane. Alla loro origine ci sarebbe l’inquietudine attorno a un sito molto sensibile come quello della Spianata delle Moschee, in particolare quella di Al Aqsa, ancora una volta al centro della frustrazione dei palestinesi che la ritengono in pericolo; gli estremisti ebraici, invece, chiedono ogni giorno che la zona venga condivisa per evitare che venga distrutta per lasciare spazio alla costruzione di un terzo tempio. Al di là di questo aspetto, sono l’affossamento del progetto nazionale palestinese di costruire un vero stato libero e sovrano e il prolungarsi dell’occupazione a esacerbare ancora di più la collera e a provocare l’inasprirsi delle violenze. La disperazione prevale da tanto tempo, ma il fallimento dei negoziati di pace sotto la guida degli Stati Uniti l’hanno resa più acuta, spingendo la popolazione a non credere più nel processo di pace. La Palestina non scorge ancora la luce alla fine del tunnel.

Traduzione di Emma Becciu

 

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