martedì, Settembre 28

Ritratto di politico italiano. O forse no field_506ffb1d3dbe2

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Non studiava. Passava il tempo a disegnare, dipingere, leggere, scrivere. Stava alzato fino a notte inoltrata: la mattina dormiva fino a tardi, e il giorno fantasticava ad occhi aperti sul suo futuro destino. Il suo solo amico racconta che il primo bisogno era quello di parlare, parlare, parlare, davanti a un piccolo o un grande uditorio. Faceva arringhe su tutto: i difetti degli impiegati, gli errori degli insegnanti, i brutti edifici… Acquistò, insieme a quell’amico, un biglietto della lotteria. Era sicuro di vincere. Ma il biglietto non vinse; e venne colto da uno di quei furibondi scoppi di collera che atterriscono sempre i suoi fedeli. Sostenne un esame in cui fu respinto due volte, e riversò la sua collera sull’umanità intera, colpevole di non apprezzarlo. Non volle mai imparare un mestiere: sempre un dilettante. Progettò grandiosi piani di città future e grandiosi spettacoli: alcuni drammi, che abbandonò senza finirli: una bevanda, che avrebbe preso il posto dell’ alcol: un prodotto miracoloso per far crescere i capelli; e lo Stato ideale. Teneva tutti gli altri a distanza, non tollerando che qualcuno occupasse un posto nella sua vita. Camminava fino allo sfinimento per le strade e i parchi. Chiuso in sé stesso: nascondeva la propria vita a sé e agli altri; e rifiutava qualsiasi amicizia. Non aveva alcun interesse ideologico e politico. Inizialmente le sue idee erano molto diverse da quelle successive; forse era vicino al partito al quale, più tardi, dedicò un odio senza tregua e senza remissione.

Poi, quasi all’ improvviso ‘venne alla luce’: dalle sue molte immagini sembra sfuggire anche al più acuto osservatore. «Chi è?» tutti si domandano. Gli occhi avvolti da una strana luce, il volto con qualcosa di doloroso. Movimenti goffi e bruschi: sa di essere goffo; e se ne adonta perché gli altri se ne accorgono. Incapace di rivolgere la parola. Ogni estraneo risveglia in lui «un’ansia perenne»: lo tiene lontano; e deve lavarsi continuamente le mani per abolire la sconosciuta e terribile realtà quotidiana. A momenti è visionario: a momenti indeciso: a momenti ancora svela un istinto realistico acutissimo, con il dono di riconoscere le debolezze delle persone e sfruttarle mirabilmente. A volte sembra uno spettro: o uno straniero, un eterno straniero; o un infimo impiegato, o un sottoufficiale. Il fondo della sua persona è l’odio: un odio feroce e crudele, che egli esalta. La ‘rivoluzione’ lo rivela a sé stesso. Succede qualcosa che non aveva mai immaginato, scopre di «saper parlare» alla gente. «E’ nato per parlare alla gente» si dice. «Col suo accaloramento e il suo stile popolare tiene avvinti gli ascoltatori». «Per parlare» dice lui «ho bisogno di folle». Ne ebbe bisogno per molti anni; e quando non sente più questo rapporto con le folle, il suo talento politico scompare. «Le masse» dice volgarmente «sono delle femmine, che hanno bisogno di venire possedute».

Scandisce in modo netto le parole, con una voce rauca e gutturale: manda lampi dagli occhi: ogni tanto si ravvia i capelli con la mano destra; parla per due o tre ore, facendo appello a rabbia, odio, rancore, ed elettrizzandole (le folle, ma forse anche le femmine). Dapprima parla lentamente: poi, poco alla volta, le parole si accavallano: il pathos isterico raggiunge il culmine; la voce è strozzata, al punto che diviene difficile comprenderlo. Gesticola: balza eccitato qua e là. Alla fine è esausto, coperto di sudore, prossimo alle vertigini. Ma sa trasformarsi. Quando parla agli industriali il discorso è attento, posato, misurato. Da principio afferma di essere soltanto «un tamburino che chiama a raccolta», accennando vagamente alla figura lontana di un capo. Presto scopre di essere il capo di tutti i violenti ed esagitati. Lo è lui stesso. Poi crede di essere quasi il Cristo, il Salvatore dell’ universo, il Redentore: avrebbe portato a termine l’opera che quello aveva solo abbozzato. Infine dice: «Vado con la stessa certezza di un sonnambulo lungo il cammino tracciato per me dalla Provvidenza». La Provvidenza lo porta nel mondo dell’assoluto futuro, che lui solo illumina con la sua terribile luce. Poi tutto accade velocissimamente: con una rapidità che giudica sua propria; mentre gli avversari si muovono con disgustosa lentezza.

Conquista il potere: distrugge ed abolisce gli avversari; volendo spingersi lontano, sempre più lontano. Nessuno, mai, era stato così veloce: a tutti si sente immensamente superiore. Ma questa velocità è anche la sua hybris: scatena sé stesso, il partito, i suoi, il Paese, fino a una meta lontanissima, che ha un solo nome: distruzione. Poi muta profondamente. Aveva sempre riconosciuto l’origine del proprio potere nel rapporto con la folla. Ora, non parla più alla folla: né dalle piazze, né dai mezzi di comunicazione. Si allontana e diventa invisibile. Non riconosce più sé stesso e il proprio segno in niente di quello che i suoi, sempre ispirandosi a lui, fanno: se ne tiene visibilmente lontano. Non volle creare uno Stato coerente ed unitario: detestava gli Stati e qualsiasi forma di organizzazione politica ed economica; importava soltanto che tutte le luci convergessero su di lui, sempre più intense via via che tutto precipitava nella distruzione. Scelse luoghi privilegiati dove, secondo una collaboratrice, c’era «rischio di perdere ogni contatto con la realtà». L’evento principale di ogni giornata diventa il punto sulla situazione, a mezzogiorno. Durante il pranzo si attiene, come sempre, a una dieta rigorosa. Spesso consumando il pasto da solo.

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