sabato, Novembre 27

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La Spagna ha recentemente concesso ai discendenti degli ebrei spagnoli cacciati dal Paese nel 1492, periodo dell’Inquisizione, di ritornare a Madrid con piena cittadinanza. Un’accesso all’Europa molto importante per coloro che oggi sono cittadini di stati extraeuropei (come Israele o Turchia). Appena questa legge è stata resa nota però, alcune associazioni e gruppi di musulmani si sono fatti avanti per chiedere che il “diritto di ritorno” venga esteso anche ai discendenti dei musulmani cacciati dal Paese nello stesso periodo. La domanda è stata inoltrata al governo spagnolo dall’Association for Historical Legacy of Al-Andalus, un gruppo nato per far tener viva la memoria della presenza musulmana nel Paese, il 17 febbraio scorso. Con un comunicato l’associazione annunciava che «Lo Stato spagnolo dovrebbe garantire gli stessi diritti a tutti coloro che sono stati espulsi dal Paese, altrimenti questa selezione sarebbe fatta su basi discrezionali e non storiche, per non dire razziste».

I gruppi di musulmani che stanno chiedendo la cittadinanza spagnola sono in continuo aumento e, potenzialmente, si parla di milioni di cittadini, per lo più del Nord Africa, che vorrebbero abbandonare le proprie terre per rientrare in Spagna, e in Europa. Secondo questi gruppi il loro diritto di ritorno è pari a quello degli ebrei in quanto le circostanze storiche che hanno portato all’espulsione sono molto simili. A sostenere questa visione poi non sono solo i musulmani che vogliono entrare in Spagna ma anche alcuni politici spagnoli, come quelli di Sinistra Unita (IU) della regione autonoma dell’Andalusia, che nel 2006 avevano già presentato al parlamento una proposta di legge che riconoscesse i diritti dei discendenti dei musulmani cacciati durante il Medio Evo.

Molti storici però dissentono profondamente dalle ragioni espresse da chi cerca di acquisire la cittadinanza spagnola, partendo dal punto fondamentale che i motivi che hanno portato all’espulsione dei musulmani e degli ebrei sono profondamente diversi. Secondo questi storici, la presenza degli ebrei nel Paese era precedente all’arrivo del cristianesimo e la loro espulsione si è basata meramente su fattori religiosi. Prima dell’Inquisizione spagnola del 15° secolo, circa 300,000 ebrei vivevano in Spagna, una delle più grandi comunità ebree del mondo. Oggi disegno di legge promosso dal governo di destra spagnolo prevede che i discendenti degli ebrei sefarditi espulsi possano avere la nazionalità spagnola pur mantenendo quella attuale. Questo permetterebbe loro di muoversi liberamente, lavorare e studiare non solo in Spagna ma in tutta l’Unione Europea, con i vantaggi che ne derivano. La nazionalità sarà riconosciuta a tutti coloro che dimostreranno, con un certificato della federazione delle comunità ebraiche della Spagna o dell’autorità rabbinica ufficialmente riconosciuta nel proprio Paese, la propria condizione di sefarditi per cognome, lingua, parentela o vincoli speciali con la cultura sefardita.

Questa legge, secondo il governo spagnolo e gli storici ai quali si è appoggiato, sarebbe dunque la giusta retribuzione per quanto accaduto secoli fa e le ingiuste persecuzioni subite dagli ebrei ai tempi dell’Inquisizione. Secondo questi, invece, il caso dei musulmani partirebbe da basi completamente diverse. Essi sono arrivati nella penisola iberica come conquistatori, e hanno preso possesso del Pese e imposto le loro regole e la loro lingua. I Mori, così erano chiamati all’epoca i conquistatori musulmani, occuparono la Spagna dal 711 al 1492, quando il Regno moresco di Granada venne sconfitto dalla monarchia cattolica spagnola. Per questo la cacciata dei musulmani si più definire più un fatto di riconquista, di decolonializzazione, che un fattore religioso per sé. A queste affermazioni l’Association for Historical Legacy of Al-Andalus ha risposto che, anche se queste prime espulsioni sono state frutto di una guerra, quelle successive, ovvero quelle iniziate nel 1609 per un decreto di Re Filippo III, sono state fatte esclusivamente su base religiosa. Tra il 1609 e il 1614, infatti, molti di coloro che si erano convertiti al cattolicesimo dopo la riconquista del Paese dei Reali cattolici vennero accusati di continuare a praticare l’Islam in segreto. Sarebbe dunque questa la motivazione che ha spinto all’espulsione di circa 350,000 musulmani.

In un articolo recente pubblicato dal giornale marocchinoCorreo Diplomático, il giornalista Ahmed Bensalh ha preso posizione nei confronti della situazione affermando che «la decisione di garantire ai discendenti degli ebrei spagnoli la cittadinanza iberica, ignorando al contempo i diritti dei musulmani, è un gravissimo fatto di discriminazione in quanto le due comunità soffrirono allo stesso modo durante le persecuzioni dell’epoca». Secondo l’Association for the Historical Legacy of Al-Andalus, la decisione di non includere i discendenti musulmani da questo processo d’integrazione «è razzismo selettivo, e la Spagna andrebbe sanzionata a livello internazionale per questo».

Cosa accadrebbe però se Madrid aprisse le porte a queste persone? Se si conta che i discendenti di cui si sta parlando sono in potenza decine di milioni, nel giro di una notte la Spagna diventerebbe lo Stato europeo con la più grande comunità musulmana all’interno dell’Unione Europea. Certo, vi sarebbero centinaia di migliaia di genealogie da controllare, ma compiuti questi sforzi Madrid si ritroverebbe con un aumento immediato della propria popolazione, con probabili cambi nel bilanciamento delle forze del Paese. Essi per lo più vengono dal Nord Africa e, sempre in via ipotetica, potrebbero essere proprio coloro che oggi la Spagna ferma a Ceuta e Melilla nel loro tentativo di entrare illegalmente nel Paese. Pare dunque davvero improbabile che lo stesso governo che respinge con ogni mezzo i migranti e aumenta le leggi per la sicurezza del Paese possa accettare questo tipo di proposta di legge. Tanto più che oggi Madrid non è pronta ad accogliere queste persone e non lo è nemmeno l’Unione Europea, alla quale avrebbero diritto d’accesso immediato appena ottenuta la cittadinanza spagnola. Per questo le autorità iberiche continuano a insistere sul fatto che il “diritto di ritorno” non possa essere applicato ai musulmani, cacciati dalla Spagna in quanto conquistatori.

 

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