mercoledì, Agosto 4

Ristoratori (ma non solo) in piazza ‘Armati di futuro’ Storia di un inno e di un movimento di lotta a tutela delle categorie definite ‘inessenziali’. Dalla ‘camminata’ del novembre scorso da Firenze a Roma, alla manifestazione di ieri. Singolare protesta del Maggio Musicale. A colloquio con l’autore del brano simbolo della lotta, il cantautore Francesco Cofone

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Oggi come ieri cavalieri un po’ templari/ nelle tasche quasi vuote la voglia di cambiare/Armati di futuro e di forza per lottare/ si alza solo un gridouniti contro il male/ Sui colli e nelle valli si ode da lontano/il rumore di quei passi…. degli inessenziali….” Eil gingle del brano Armati di futuro (La camminata degli inessenziali), divenuto l’inno di quelle categorie ritenute inessenziali ( in primis i ristoratori ma anche l’intero comparto dello spettacolo, dai grandi teatri lirici e di prosa alle piccole compagnie fino gli artisti di strada) che manifestano il loro disagio per le chiusure anticipate e a singhiozzo durante la terribile pandemia, lesive del diritto al lavoro. Quest’inno, è stato cantato in coro anche ieri durante la manifestazione di Roma dei ristoratori e degli altri lavoratori che più hanno risentito delle misure restrittive adottate per fronteggiare il Covid-19. Ma è nato proprio durante la camminata del 4 novembre di 300 chilometri lungo la via Francigena organizzata dai ristoratori toscani. L’autore di questo brano ( testo e musica) è un cantautore – Francesco Cofone – che da anni vive a Firenze, dove è titolare di due locali, uno dei quali, il Porto di mare eskimo, è una sorta di boîte francese dall’atmosfera anni ’70, punto di ritrovo di giovani (e meno giovani) attratti dalla musica cantautorale, dalla poesia e dalla letteratura, dove da anni si esibiscono musicisti, cantanti, attori poeti, scrittori, pittori noti e meno conosciuti. La storia di quell’inno ricalca quella di quanti – e sono tanti – hanno risentito forse più di altri, delle misure restrittive adottate per frenare la pandemia. Ed è di quella storia che ne parliamo un po’ con l’autore.

 

Francesco raccontaci un po’ la nascita di questo movimento e del tuo inno.

“Allora eravamo in 50, poi col tempo, si sono avute adesioni dai lavoratori di varie regioni italiane: da Lazio Puglia, Sicilia…Sì da quel 4 novembre il movimento è cresciuto, e comprende il Mai, il movimento degli artisti italiani, artigiani, ambulanti, e altre categorie fortemente penalizzate.Sì, ora siamo in tanti”.

E l’idea del brano com’è nata?

“E’ nata spontaneamente, durante quella lunga camminata del novembre 2020, quando una cinquantina di noi ristoratori decisero di percorrere a piedi, per valli e per sentieri, la strada che da Firenze ci avrebbe condotti a Roma. Armati di buona volontà e coraggio percorremmo, con i nostri cartelli di protesta, i 300 chilometri in 9 giorni, una protesta civile,condotta “con la rabbia nelle scarpe e nel cuore la paura”, come si dice nella canzone, percorrendo circa 20 chilometri al giorno. E’ stato durante quella fantastica avventura che prese il via da un luogo simbolico come il Ponte Vecchio, a Firenze, presente anche lo chef Gianfranco Vissani, per concludersi davanti ad un altro luogo simbolico, come il Pantheonche è nato l’inno. Inno, che per me ha un triplice significato in quanto ristoratore, cantautore e organizzatore di spettacoli e serate. E in queste tre vesti mi sento colpito dai provvedimenti restrittivi. L’inno, divulgato dal sito dei ristoratori toscani, è divenuto presto patrimonio comune dei manifestanti che, ovunque, durante quella camminata che ricorda quella dei ‘templari’ che difendevano i pellegrini ed erano armati di fede e di speranza, sono – siamo- stati accolti ovunque da segni di autentica solidarietà. Anche di politici che si sono avvicinati ma ai quali non abbiamo dato voce, perché intendiamo mantenere la nostra autonomia, rifiutando qualsiasi strumentalizzazione”.

Che significato dare a questo tuo brano, divenuto ora un inno?

“‘Armati di futuro’ rappresenta la nostra volontà di guardare avanti, di rivendicare il diritto sancito all’articolo 1 della nostra Costituzione secondo il quale la nostra repubblica è fondata sul lavoro. E’ una canzone contro le ingiustizie, per sensibilizzare tutti, dalle istituzioni al vicino di casa, ad alzare lo sguardo ed aprire il cuore, perché non è il momento di pensare a se stessi. Rispecchia il nostro intento di accendere i riflettori sulle problematiche di molte categorie, perché e necessario infatti che le persone abbiano quella lucidità indispensabile ad affrontare i problemi e le situazioni senza farsi prendere dal panico e dalla paura. In questa pandemia ci sono categorie che sono state colpite più di altre. Ci stanno obbligando a stare chiusi e questo purtroppo ha portato e sta portando tanti alla disperazione, fino a togliersi la vita. Una vita di sacrifici che viene spazzata via. E’ il momento di abbassare le barriere ideologiche e aiutare chi rischia di restare indietro e non farcela”.

Qual è la situazione di cui molti di voi soffrono?

“L’idea di essere ‘inessenziali’, che si è tradotta in misure inadeguate e in continui stop and go, che ci ha esposti all’acquisto di alimenti inutilizzabili, che abbiamo poi donato ai più bisognosi, l’inadeguatezza degli indennizzi che quando arrivavano ci consentivano di pagare un solo mese di affitto, talvolta la proprietà ci è venuta incontro, ma in generale la nostra sopravvivenza è a rischio”.

Cosa chiedete al governo?

Di seguire l’esempio della Germania che ha stabilito rimborsi fino al 75% del fatturato e riconsiderare il nostro ruolo sociale e le spese sostenute per mettere in sicurezza i nostri locali, più sicuri di di tanti altri luoghi”.

Tornando al tuo Inno, può darsi riecheggi un po’ Pierangelo Bertoli?

Il mio mondo di riferimento è quello, di Bertoli, di Guccini, dei Nomadi, di De And, De Gregori, Dalla…”

Autori ai quali si ispirano quasi tutti i tuoi piatti…

Appunto, un omaggio e un richiamo alle mie radici e di tanti altri…visto il pubblico che ci frequenta da anni”.

Il testo fa riferimento anche al diritto alla libertà…

“La libertà è un diritto e tale deve restare, qualunque sia la situazione in cui ci troviamo, non neghiamo l’esistenza del virus e i pericoli che comporta, ma vigiliamo anche su possibili spinte restrittive dei diritti sanciti dalla Costituzione”.

Questa tua “tana” fiorentina, che si trova in uno dei luoghi più cool, è stata frequentata anche da noti personaggi dello spettacolo, puoi fare qualche nome?

Uno dei più assidui è stato il pianistacompositore e cantante Stefano Bollani, ricordo Mimmo Lo Casciulli, Irene Grandi, Simone Cristicchi e anche il compianto Henriquez della Banda Bardò, che ci ha lasciato in questi giorni…”

E, nelle vesti di cantautore, anche il noto critico cinematografico Giovanni Bogani….Bene, con tali ascendenze, il tuo Inno, nato in un clima “battagliero” non poteva non esercitare un certo entusiasmo…

Sì, l’entusiasmo e la disponibilità di alcuni dei migliori musicisti di livello nazionale e non solocome Riccardo Galardini (chitarre), Fabrizio Morganti (batteria), Lorenzo Forti (basso)Fabrizio Mocata (piano), Gianfilippo Boni (tastiere, arrangiamenti e fonica), la registrazione è avvenuta presso ‘PASO DOBLE’ Bagno a ripoli (Fi), produttore Giuseppe Caprarella. La canzone si può ascoltare sul canale YouTube dei Ristoratori Toscana. Per la promozione e divulgazione del brano è stata lanciata una raccolta fondi”.

Una storia dunque, quella dell’Inno e di un movimento, che si saldano e che sono destinati a crescere. Non solo i ristoratori ma tutto il mondo dello spettacolo sta levando la propria voce di protesta, rivendicando la sicurezza dagli spazi teatrali e delle sale di spettacolo, da troppo tempo chiusi, e ieri sera, anche il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha aderito alla mobilitazione ‘Facciamo luce sul teatro’, durante la quale il sovrintendente Alexander Pereira, con l’assessore alla cultura del Comune di Firenze Tommaso Sacchi, si sono posti davanti alle porte del foyer aperte per questa occasione, come se accogliessero il pubblico in teatro, accompagnandolo simbolicamente nella grande sala vuota dove, sul palcoscenico, due artisti dell’Accademia del Maggio, il soprano Rosalie Cid, e il baritono Francesco Samuele Venuti, accompagnati al pianoforte da Lorenzo Masoni anche lui dell’Accademia del Maggio, hanno cantato due brani mozartiani ‘Aprite un po’ quegli occhi’, da Le nozze di Figaro e ‘Là ci darem la mano’, da Don Giovanni.

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