giovedì, Settembre 23

Rispolverare gli Enti Comunali di Consumo?

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C’è stata una mostra, qualche anno fa al Vittoriano di Roma, sulle memorie fotografiche e le suggestioni artistiche e letterarie di quella rete capillare di spacci, perlopiù alimentari, che fu l’insieme dei punti-vendita dell’Ente Comunale di Consumo, a Roma, appunto. Specie di piccoli fabbricati bianchi, di solito col solo piano terra, due o tre porte su strada e una tettoietta per l’ombra e per la pioggia, che fino alla mia infanzia costellavano i quartieri popolari e la cintura periferica delle borgate, soprattutto.
Ancora oggi se ne trova qua e là una vecchia insegna, in sobrio carattere maiuscolo e color blu-nero, a indicare, però, che ora lì sotto c’è, semmai, un esercizio commerciale, di ristoro o intrattenimento, tanto cool da voler evocare quell’antica modestia mentre appronta e vende la propria mercanzia di qualità, non proprio a prezzi stracciati.
Furono istituiti nel 1946, gli Enti Comunali di Consumo, obbligatoriamente nei Comuni con più di 200.000 abitanti, e facoltativamente in tutti gli altri. Perché l’Italia usciva da una guerra che oltre a tutto il resto aveva praticamente sdraiato ogni fondamentale economico (PIL, occupazione, propensione al risparmio e all’acquisto, liquidità, solvibilità, fiducia), e perché nel 1946 il Governo del Paese era ancora nelle mani della coalizione che aveva combattuto la Resistenza contro il nazifascismo e conquistato la Liberazione, e che stava scrivendo la Costituzione che sarebbe stata promulgata un anno e mezzo dopo: democristiani attenti alla dottrina sociale, comunisti, socialisti, azionisti-repubblicani, liberali (ma non liberisti ottusamente).
Poi, dopo il viaggio di De Gasperi in America, il varo del Piano Marshall e l’arrivo di tanti dollari in cambio della rassicurazione che qui da noi le sirene egualitarie della sinistra conseguente sarebbero state silenziate, comunisti e socialisti furono accompagnati fuori dalla porta della stanza dei bottoni, e le elezioni del 1948 ratificarono la svolta centrista e monocolore del Paese per tanto tempo a seguire.
Per fortuna rimase sulla scena il frutto prelibato della Costituzione (che dobbiamo far applicare tutta e sostanzialmente, ancora oggi, come dico altrove e praticamente sempre). E restarono anche, per qualche decennio, alcuni presìdi di pianificazione economica (come l’IRI e le grandi aziende pubbliche) e di distribuzione calmierata (come gli Enti Comunali di Consumo); almeno finché l’ubriacatura della privatizzazione universale, comune a centrodestra e centrosinistra (e sposata acriticamente da subito, alla loro comparsa, anche dai partiti federalisti e dai movimenti anti-casta), non ebbe l’effetto di smantellare tutto ciò che impediva di sbrigliare gli istinti e gli appetiti del grande e del piccolo capitalismo. Quelli che hanno creato la crisi, e che con essa fanno affari sulla pelle della maggioranza della gente.
Gli Enti Comunali di Consumo furono trasformati (insensatamente) in SpA nel 1993, e poi del tutto abrogati nel 2008.
La crisi in corso, secondo tutti gli analisti seri, produce di fatto il crollo dei fondamentali economici al pari di una guerra. In Italia, e nei Paesi che più ci somigliano, i numeri delle statistiche attuali confrontati con quelli del 2007, danno dei differenziali in negativo praticamente uguali a quelli del confronto 1939-1945. Il nostro Governo, e il mainstream tutto, lasciano forse intendere che allora adotteranno politiche lontanamente comparabili con quelle elaborate e attuate all’epoca? Al contrario! Si privatizza, si precarizza e si neo-liberizza ancor più a tutto spiano! Perché all’epoca al Governo c’erano, come ho detto, certe forze e sensibilità politiche (anche se per breve stagione); mentre adesso ci sono solo gli esecutori degli interessi già dominanti, e all’opposizione altre maschere messe lì a perder tempo e a sobillare vieppiù l’egoismo sociale. E la gente coltiva al più un sordo rancore, tanto bene ha lavorato la strategia di lento stupro del senso comune. Su scala nazionale, insomma, la battaglia per chi la pensa come me sarà difficilissima e dai tempi assai lunghi.
Ma al Comune?  -di Roma, intendo, nella fattispecie. Su scala comunale non sarebbe possibile cominciare a elaborare e proporre una svolta che rimetta al centro i bisogni della gente, prendendo esempio da quella lontana lungimiranza politico-economica e prendendo sul serio gli orrendi numeri della Crisi?
Se a causa delle storie bruttissime che la magistratura sta finalmente portando a galla, il Consiglio comunale di Roma Capitale venisse sciolto, o se per l’oggettiva inettitudine amministrativa della Giunta attuale, le stesse forze di maggioranza ritenessero conclusa l’esperienza prima che la cittadinanza registri altri disagi imperdonabili, o se un ravvedimento operoso dell’uomo Ignazio Marino inducesse il Sindaco alle dimissioni da una carica che gli sta troppo larga, ebbene a Roma si voterebbe tra non molto.
C’è una Sinistra, già oggi, che ha una proposta organica e alternativa di governo della mia città sulle specifiche questioni (per me basilari) che sto tratteggiando? Che vada oltre, intendo, il pur nobile ma molto di nicchia esperimento dei Gruppi di Acquisto Solidale, degli orti urbani, dell’autosufficienza mutualistica sociale e simili? Non lo so, non mi pare, ma lo spero!
Ecco, a quella Sinistra mi permetto di lasciar qui un suggerimento, una suggestione, che altri più bravi di me (ci vuol poco) possano debitamente correggere, migliorare, sviluppare. Al centro del programma economico (e democratico) della Sinistra romana mi piacerebbe leggere un punto redatto più o meno così:
«Sono da istituirsi i seguenti Enti Produttivi Comunali Roma:
– Ente Comunale Approvvigionamento Merci,
– Ente Comunale Commercializzazione Beni,
– Ente Comunale Erogazione Servizi;
con il compito di provvedere, mediante produzione/fornitura diretta o in subordine reperimento e acquisto presso produttori/fornitori, alla disponibilità in compravendita, consumo e utilizzo di merci, beni e servizi, per la generalità di persone, famiglie, comunità, associazioni, soggetti economici e istituzioni che hanno sede o interessi nel territorio di Roma Capitale».
Niente di contra legem, tanto meno di incostituzionale. Anzi!
E per ora è tutto qui. Ma se si è capito il senso del progetto, ripeto, quelli bravi non faticheranno a dedurne tante altre conseguenze politiche, programmatiche, economiche, occupazionali, finanziarie, regolamentari, e perfino culturali. Lascio la parola a loro.
Come si dice(va) a Roma: rem tene, verba sequentur!

 

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