sabato, Ottobre 16

Risollevare un paese a mani nude Dopo l'alluvione che ha sconvolto la Serbia la comunità nazionale e internazionale si mobilita

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Sono trascorsi pochi giorni dall’alluvione che ha sconvolto la Serbia. La gente si racconta della giornata di giovedì 15 maggio e del violentissimo nubifragio che pareva non finire mai. La televisione rimanda immagini di paesi allagati, di tetti appena visibili da sterminate superfici di acqua. E così, in città suona di nuovo la mobilitazione. È Belgrado, è la capitale vera di un paese unito, è un sentimento che forse noi italiani non riusciamo più a immaginare, infettati e disintegrati come siamo, nient’altro che masse al seguito di ignobili guru o di sporchi interessi di bottega.
 
È ancora Belgrado, la stessa città che nel 1999 fu oggetto di una aggressione criminale voluta da Bill Clinton, a cui il governo di Massimo D’Alema aveva portato il suo stolto e vanesio contributo (e sono macchie che non vanno via neppure da rottamati…). Quella sporca manovra non era stata mossa da suggestioni democratiche ma dall’Albanian Macedonian Bulgarian Oil, a sigla Ambo, registrata negli USA per costruire un oleodotto trans-balcanico da un miliardo di dollari da terminare entro il 2011. In quei mesi di fandonie, tutti contro Milosevič il cattivo, a fatica eravamo riusciti a orecchiare la notizia dei giovani serbi che si tenevano per mano in difesa dei loro ponti. E nessuno che desse le vere cifre: delle città e dei villaggi bombardati, dei duemila e cinquecento civili uccisi, dei bambini ammazzati, delle migliaia di feriti, dei morti di leucemia e di cancro a causa dell’uranio impoverito, dei trenta miliardi di dollari di danni mai risarciti.  
 
Quella stessa fierezza di allora si respira oggi nelle strade di Belgrado. Sebbene il bilancio dei danni sia ancora provvisorio, questi nuovi numeri raccontano di una cinquantina i morti, di centomila sfollati, di un milione di persone senza acqua potabile e di cittadine che non esistono più, come Obrenovac, comune di Belgrado, 75.000 abitanti: sommersa. Eppure, mentre ancora si aggiornano i dati di quella che, per l’agricoltura e per le infrastrutture, è stata una catastrofe economica, la gente ritrova intatta la medesima solidarietà che l’aveva sostenuta quindici anni orsono. Al punto che le risposte internazionali agli appelli delle istituzioni nazionali e cittadine passano quasi inosservati al confronto degli atti concreti delle persone, tutte, a sostegno del proprio territorio in pericolo. In città gira voce che il governo degli Stati Uniti abbia inviato centomila dollari!
 
Qui se la ridono, perché le cose serie da fare sono ben altre, e non c’è un serbo che non sia mobilitato in aiuto al proprio paese. Un vero e proprio esercito di volontari è impegnato giorno e notte per fronteggiare i rischi, ancora incombenti, del Danubio e della Sava. Ma se questa è l’ordinaria amministrazione di un popolo abituato a compattarsi nelle ore più tragiche, mi appare rimarchevole la risposta dei cittadini più famosi e più fortunati: una fondazione intitolata a suo nome,  la “Dejan Stanković za Srbiju” è stata aperta dal noto calciatore. Sul conto corrente della fondazione stanno già confluendo le donazioni di tanti sportivi serbi.
 
Ne approfitto e invito gli italiani, sportivi o meno, a dare quel che possono (Swift-Bic ERBKRSBGXXX, EUROBANK AD. VUKA KARADZICA 10, Belgrado, Serbia, Iban: RS35250101000009597080 intestato a Fondacija Dejan Stankovic za Srbiju / Fondazione Dejan Stankovic per la Serbia, Resavska 49/17, Belgrado, Serbia).
 
Per parte sua, il regista Emir Kusturica ha messo a disposizione delle autorità, 24 ore su 24, i suoi due elicotteri. Quanto a Novak Djokovic, ha donato al suo popolo tutto il montepremi degli Internazionali d’Italia: 549 mila euro! Sono esempi di condivisione e di solidarietà che, nel ricordo dei nostri cataclismi recenti, dei piccoli egoismi individuali e delle abituali malversazioni di amministratori indecenti, ci fanno solo vergognare. È così, senza girarci intorno. Abbiamo nella memoria l’orgoglio della gente friulana all’indomani del terremoto del ’76. Rialzarono una regione quasi a mani nude! C’è più quell’Italia lì? O c’è solo questa, dei saltimbanchi, dei razzisti, degli evasori fiscali, degli ultras? L’amica Milića Zivanovic mi ha appena accompagnato al Tempio di San Sava, la più grande chiesa ortodossa del mondo. È la giornata della tristezza, è il pensiero dei morti che si muove per quelle altezze luminose. A sera incontrerò una giovane manager belgradese, Andrea Majstorovic, che vuole conoscermi e parlarmi nel suo ottimo italiano.
 
E penso che a noi è rimasta appena la lingua, che sì, vantiamo tanti fulgidi esempi di associazionismo ma che un popolo, un popolo sul serio, non lo siamo più da tempo. Il popolo serbo! I suoi ragazzi, che a ogni angolo di Belgrado cantano, suonano e ballano per raccogliere soldi da dare ai compatrioti. Anche loro hanno contribuito a raggiungere sette milioni di euro di donazioni in pochi giorni, e questo non è un paese ricco… È molto di più. È una Nazione.

 

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