martedì, Ottobre 19

Rischio attentati in Italia? Sì, ma ci difendiamo bene

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Il primo riguarda una questione propriamente demografica. I militanti jihadisti sono spesso figli di immigrati, quindi seconde o terze generazioni, e «in Italia questo bacino di reclutamento potenziale presenta dimensioni ancora ridotte, perché l’immigrazione dai Paesi a maggioranza musulmana è un fenomeno relativamente recente» si legge nel rapporto ISPI. I numeri degli immigrati islamici e quelli degli immigrati radicalizzati sono più bassi in Italia e “non è un caso che gli attentati avvengano in Inghilterra o in Francia, dove le comunità di immigrati di seconda e terza generazione sono più numerose. In Italia, parliamo di una comunità molto piccola, forse meglio integrata e questi sono elementi che spingono a pensare che ci sia un minor tasso di radicalizzazione. In Italia abbiamo anche meno foreign fighters rispetto a quelli che provengono da altri Paesi europei. Quindi, in proporzione, c’è da pensare che l’Italia non sia un Paese dove la presenza del radicalismo islamico sia forte”, ci spiega Marchetti.

Qui in Italia ci sono ancora forti valori, i giovani sono legati alle proprie origini, c’è un controllo sociale più forte e il controllo sociale si attenua dove l’islam si espande al di fuori delle identità nazionali”, ci spiega Sbailò.

Non ci sono, in Italia, piattaforme per elaborare e tradurre strategie antagoniste. Ad esempio, se in Belgio o in Francia, ci sono dei siti, che poi sono anche dei punti di incontro, dove si diffondono testi online radicali, nel nostro Paese non si sono ancora formati gruppi per attrarre, e formare, islamisti radicali.

In Italia non ci sono ancora quartieri islamizzati, non ci sono ghettizzazioni forti, come negli altri Paesi, dove c’è una certa autoreferenzialità della comunità. “Non ci sono questi quartieri e credo che non ci saranno mai perché l’Italia ha una struttura di accoglienza, e urbanistica, che tende a far sì che non si formino”, continua Sbailò.

Un altro motivo, secondo Cossiga, è che l’Italia ha avuto comunque esperienza con il terrorismo (negli anni 70-80, i cosiddetti ‘anni di piombo’), quindi importante ed efficace è l’azione di contrasto congiunta delle nostre forze di polizia insieme all’intelligence italiana che, finora, sono stati in grado di controllare e, in alcuni casi prevenire, possibili attentati.

Da questo punto di vista, una grande differenza, messa in evidenza dal professore Sbailò, sta nel fatto che i nostri uomini, della sicurezza e dell’intelligence, ancora lavorano sul territorio, mentre altrove molto più forte è la tendenza ad affidarsi all’informatica, piuttosto che a controllare costantemente il territorio. “C’è un’artigianalità della sicurezza italiana che, secondo me, ha evitato che ci facessimo impressionare dal web, da internet che, naturalmente, è importante ma non può essere esclusivo”.

Ancora, altro motivo, per il quale l’Italia potrebbe non aver subito attentati finora, si può ricollegare ad una questione propriamente militare. “Io penso”, ci dice Marchetti, “che ci sia anche una sorta di vendetta per le missioni armate che la Francia e l’Inghilterra portavano avanti in Medio Oriente. Cosa che il nostro Paese non fa e quindi questo è un fattore che riduce il rischio in Italia”.

La professoressa Cossiga, anche in virtù del fatto che crede che l’Italia non sia a rischio, ci dice che in Italia sembra esserci un maggiore rispetto verso le altre culture rispetto agli altri Paesi, “anche perché noi non abbiamo avuto una storia coloniale come la Francia o la Gran Bretagna. E, allo stesso tempo, l’odio, e l’antipatia, dei migranti verso gli italiani, è minore”.

Ciò non toglie, secondo Sbailò, che, dal punto di vista del terrorista islamico, non ci sia il desiderio di colpire l’Italia. C’è, invece, eccome. Come dimostrano, d’altronde, le numerose minacce nei confronti dell’Italia e di Roma soprattutto. Anzi, sempre sulla rivista ‘Dābiq’, egli ritiene che si teorizzi una collaborazione tra gruppi jihadisti e gruppi anarchici italiani; in Italia c’è un rischio, che egli definisce di ‘integrazione antagonista’, un processo, cioè, per il quale si cerca l’integrazione nel Paese ma sul fronte di quelli che hanno fatto sempre la lotta contro l’establishment. In cosa consiste questo tipo di integrazione? Si va ad occupare il posto, quello in periferia, che prima apparteneva all’anarchico e all’estremista di destra, e si proseguono le ‘loro’ battaglie sociali, ma a nome dell’Islam. “Questo rischio esiste. C’è la possibilità, dato che l’estrema sinistra e anche l’estrema destra non esistono più, che questi spazi periferici vengano occupati dall’Islam e che diventi lo strumento per un riscatto sociale”, conclude.

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