domenica, Maggio 9

Rischio attentati in Italia? Sì, ma ci difendiamo bene

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«L’Italia resta un Paese ad alto rischio attentati», queste le parole, e l’allarme, di Franco Roberti, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa.

Dalla Francia alla Spagna, dalla Gran Bretagna al Belgio alla Germania, l’Europa è, oramai, il principale obiettivo degli attentati jihadisti. Unica eccezione: il ‘bel Paese’, l’Italia, che, nonostante le esplicite minacce diffuse in rete, e pubblicate sulla rivista dell’Isis ‘Dābiq’, in cui chiaramente sventola su Roma la bandiera dello Stato Islamico, non è ancora stata colpita. Fortuna? No. Questione di tempo? Forse.

Numerosi esperti in materia di terrorismo concordano con la dichiarazione del Procuratore, sostenendo che, sì, l’Italia è certamente a rischio di un possibile attacco terroristico, come Ciro Sbailò, professore di diritto comparato alla UNINT di Roma, direttore del Centro studi Kore sul costituzionalismo arabo e islamico di Enna, dove ha insegnato per dieci anni, nonché membro della Commissione per lo studio dell’estremismo jihadista istituita dal Governo italiano. “Io sono sicuro che l’Italia sia un Paese a rischio”, ci dice, e i fattori di rischio riguardano prevalentemente il fatto che l’Italia è parte integrante del mondo occidentale, è un Paese dove c’è una crescente presenza musulmana, non ancora radicalizzata, per fortuna, oltre ad essere un Paese di frontiera tra Occidente, Africa e Asia. “Nel Mediterraneo si scontrano le principali tensioni geopolitiche del pianeta, Nord e Sud, Est e Ovest, Islam e Occidente, Islam radicato e Islam moderato. È un punto di incrocio molto delicato e l’Italia si trova nel cuore di questo punto e raccoglie tutte le tensioni che si scaricano nell’area”.

L’Italia fa parte del mondo occidentale e l’Occidente ha un ruolo importante nel conflitto medio orientale”, ci dice, infatti, anche Raffele Marchetti, Senior Assistant Professor in relazioni internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS di Roma. Altro rischio, secondo Marchetti, è legato al valore simbolico legato alla religione.

Delle stesse, o quasi, posizioni è Anna Maria Cossiga, docente di geopolitica presso l’Università degli studi Link Campus University e membro, anche lei, della Commissione, istituita con il compito di esaminare lo stato attuale del fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista in Italia. Secondo Cossiga, “Roma è un po’ il simbolo di tutta la storia dell’Islam. Roma è sinonimo di Bisanzio, il nemico dell’Islam”, ma ritiene che l’Italia non sia un Paese a rischio, per tutta una serie di motivi, i quali si ricollegano alle ragioni per cui l’Italia non sia ancora stata colpita da un attacco terroristico.

Ma ben altro potrebbe tenere alta l’allerta nel nostro Paese. In primo luogo, il legame tra organizzazioni criminali, scafisti e le organizzazioni jihadiste, dato che, di giorno in giorno, aumentano gli sbarchi nelle nostre coste. “Il collegamento c’è ed è preoccupante perché può facilitare il passaggio di terroristi sui barconi, confondendosi nel flusso dei migranti”, ci dice Marchetti. Quasi certamente questa situazione caotica viene ‘usata’, – “un po’ come Ulisse usò il cavallo di Troia per far entrare i suoi alleati nella città”, ci ricorda Sbailò – per fare passare, dentro i flussi migratori, che hanno altre ragioni, elementi jihadisti, mezzi, informazioni e, naturalmente, uomini.

In secondo luogo, secondo alcuni dati investigativi, l’Italia sarebbe al centro di traffici utili ai terroristi, quali documenti falsi e armi. Traffici illeciti che, secondo Sbailò, non si possono combattere né per via giudiziaria, né per via penale, bensì per via politica, cioè con “attività svolte dall’esecutivo attraverso gli strumenti dell’intelligence, attraverso il rafforzamento della presenza sul territorio e attraverso lo studio, quindi finanziando attività di formazione delle nostre forze di polizia sul fronte della lingua araba e delle culture con cui abbiamo a che fare, e attraverso una politica estera, volta a trovare gli interlocutori giusti, e mi rendo conto che questo non è facile”. In questo contesto, potrebbero giocare un ruolo importante le organizzazioni criminali italiane, specie l’ndrangheta calabrese, essendo un network riconosciuto a livello internazionale, purtroppo, per la sua capacità di penetrazione, per la sua capacità di controllare il territorio e le reti di comunicazione.

Ciò nonostante, come si legge anche dal rapporto ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), pubblicato da pochi giorni, dal titolo ‘Jihadista della porta accanto. Radicalizzazione e attacchi jihadisti in Occidente’, i fenomeni della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista, in Italia, si differenziano rispetto a quelli della maggior parte dei Paesi europei e occidentali, tanto che l’unico atto terroristico risale al 2009, quando un cittadino libico fece esplodere un ordigno artigianale di fronte alla caserma Santa Barbara di Milano, senza provocare gravi conseguenze.

Analizziamo allora, insieme ai nostri esperti, i motivi per i quali l’Italia non ha, ancora, subito un attentato di matrice islamica.

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