sabato, Aprile 17

Ripresa: giù tasse, opere pubbliche e bad bank

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Abbiamo superato il giro di boa estivo e cominciamo a ragionare in termini di ripresa dell’attività dopo la pausa di Ferragosto.
La crisi dura orami da troppo tempo. Negli ultimi mesi siamo usciti dalla recessione, ma certo non basta quel risicato aumento dello 0,2% di Pil registrato nel secondo trimestre. Cosa dovrà fare il Paese e, soprattutto, cosa dovranno fare i suoi governanti per favorire il cammino della crescita?
La legge finanziaria 2016 sarà presentata a metà ottobre, ma già se ne discutono le linee guida. Finalmente si comincia a ragionare in termini di riduzione della pressione fiscale. Si dovrebbe iniziare con la cancellazione dell’Imu e della Tasi sulla prima casa (costo per l’erario poco oltre i cinque miliardi) e si proseguirà, negli altri due anni, alla riduzione dell’Irap e dell’Ires sulle imprese e, successivamente, dell’Irpef. Alla fine, il totale sarà pari a 45 miliardi.
Soprattutto, il decreto di semplificazione fiscale, attualmente in discussione, dovrebbe rendere tutta la materia meno ostica, visto che, ogni volta, per pagare le tasse, cittadini ed imprenditori devono adattarsi ad una autentica corsa ad ostacoli, irta di trabocchetti. C’è una formazione politica, non numerosa ma con esponenti di qualità in Parlamento, la quale ha presentato un progetto che prevede la riduzione delle aliquote Irpef a tre, in modo da favorire i redditi medi, falcidiati in questi ultimi anni. E’ da seguire con attenzione.
L’obiettivo del Governo, al momento, sarebbe quello di conseguire, entro il 2018, una pressione fiscale su lavoro ed impresa equivalente a quella tedesca.
Iniziative, mi sembra, che vanno tutte nel giusto senso. Ci aggiungerei, per favorire la ripresa del mercato immobiliare, una riduzione delle tasse sulla compravendita delle seconde case, veramente esorbitanti e che sono uno dei freni all’acquisto. Anche l’Imu è elevatissima. I Comuni hanno applicato quasi tutti le aliquote più alte, per rimpinguare i loro bilanci, ma è anche questo un problema grave per il sistema Italia: l’eccesso di enti impositivi e la loro discrezionalità. Il Governo centrale dovrebbe ricondurre a sè gran parte della materia. Nella fattispecie, l’imposizione di aliquote più basse ed uniformi dovrebbe essere accompagnata dalla liquidazione dei tanti enti inutili ed aziende partecipate, fonti di perdite costanti per gli Enti locali. Si dovrebbe studiare un meccanismo che leghi i trasferimenti statali alla gestione economica e corretta dell’Ente.
Il cittadino comincia a porsi la domanda: «perchè dovrei soffrire ancora? Per favorire posizioni di privilegio e prebende a quei dirigenti e dipendenti pubblici che sono, spesso, il solo motivo di esistenza di quegli enti e società?». Ecco una riforma vera, economicamente utile e segnale molto forte verso gli elettori.
In ogni caso, bisognerà smuovere l’enorme e stagnante mercato immobiliare, con la leva fiscale e con altre forme di incentivo. Rappresenta di gran lunga il cespite più importante della ricchezza nazionale. Con una operazione del genere, lo Stato non dovrebbe rimetterci niente, se compensa il calo di gettito dell’Imu con l’aumento di quello derivante dal maggior numero di transazioni. Al momento c’è una domanda latente ed inespressa, che deve essere in qualche modo incoraggiata. La gente non ha smesso di credere nel mattone, solo è sotto shock dopo le batoste che ha dovuto subire.

Lo stimolo fiscale, però, non basta. Molti spingono per politiche di tipo keynesiano. E’, questa, un’altra opportunità, finanziabile recuperando risorse con la riduzione della spesa corrente, contrasto all’evasione fiscale e conseguimento di maggiore flessibilità in sede europea. Il punto è che, in Italia, le opere pubbliche non si riescono a fare con tempi e costi certi, per una serie di motivi. Prima di spendere altri soldi è proprio da qui che bisogna partire. Corruzione, in primis, ma anche omessi controlli e ostacoli burocratici di ogni tipo. L’eccesso di burocrazia favorisce la corruzione e non garantisce il risultato. Qualcuno ha proposto di semplificare tutte le norme per un periodo di tempo limitato, diciamo cinque anni, e vedere come andranno le cose. Non mi sembra una proposta malvagia. Tutto dipende da come sarà realizzata. A mio parere, prima di impostare altre opere, bisognerà urgentemente completare tutte le incompiute lasciate in giro per il Paese. Dando loro un senso economico, prevedendone una redditività. Non necessariamente in termini economici, ma di servizio al cittadino.

C’è, poi, quel capitolo mai seriamente affrontato delle grandi città: Roma, Napoli, Palermo necessitano di interventi ormai urgentissimi, dato il degrado in cui versano. A Napoli, tanto per cambiare, il progetto ‘Sirena’ per il recupero del centro storico si è dimostrato fallimentare, ma la formula ha degli aspetti positivi che potrebbero essere oggetto di approfondimento.

Non va nel senso auspicato la riduzione al 36%, dal primo gennaio 2016, del ristoro fiscale, quest’anno al 50%, per le ristrutturazioni edilizie. Auspichiamo un ripensamento, sicuramente non facile per le finanze pubbliche, considerato che bisognerà anche tenere conto del fiscal compact che, in caso di inadempienza, potrebbe far aumentare l’aliquota Iva e delle accise. Insomma, un lavoro veramente complicato per chi si accinge a rivedere i conti dello Stato italiano.

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