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Ripensare l'Unione del Maghreb Arabo field_506ffb1d3dbe2

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Lo scorso 17 febbraio ha compiuto 25 anni l’Unione del Maghreb Arabo, accordo commerciale teso alla costruzione di un Maghreb in grado di lavorare in maniera unita per il proprio sviluppo politico ed economico. Figlia di un desiderio ambizioso ma mai perseguito con la necessaria convinzione, l’Unione rimane ancor oggi uno dei tanti esperimenti di cooperazione rimasti ostaggio della conflittualità regionale e dell’incapacità dei politici della regione di agire con la necessaria concordia. Qualora si riuscisse a ricostruire su basi più solide e tramite una maggior unità d’azione un accordo come quello dell’UMA, i Paesi membri potrebbero trarre beneficio dalle politiche.

A metà febbraio, a Marrakech si è tenuto un Forum degli Imprenditori Marocchini, durante il quale i principali capi di stato dell’area e oltre 600 uomini di affari e leader di impresa da tutto il Maghreb si sono riuniti per comprendere le prospettive migliori per promuovere la crescita industriale nell’area. La direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha partecipato all’incontro. Secondo la Lagarde, una maggiore convergenza di interessi tra le maggiori potenze dell’area potrebbe far crescere il PIL regionale di 2-3 punti percentuali annui. Qualora i Paesi maghrebini riuscissero a rimuovere le barriere poste dalla burocrazia elefantina, dal peso dei dazi doganali e alla poca accoglienza nei confronti del capitale estero, la crescita d’area potrebbe ottenere un grande incentivo.

L’accordo per l’Unione del Maghreb Arabo è stato siglato a Marrakech il 17 febbraio del 1989 dai capi di stato di Marocco, Algeria, Mauritania, Tunisia e Libia. Secondo la dichiarazione, scopo del trattato era quello di «coordinare, armonizzare e razionalizzare» le politiche e le strategie dei Paesi coinvolti, con l’ambizione di raggiungere un livello di sviluppo durevole «in tutti i settori delle attività umane». La riunione di Marrakech giungeva al termine di un percorso storico che era culminato nella riunione di Zeralda, in Algeria, nel giugno del 1988, in cui i rappresentanti dei cinque Paesi avevano deciso di istituire una Grande Commissione per dar via al processo di unione.

Vari gli obiettivi del processo: la creazione di un’area di libera circolazione di individui, di merci e di capitali, di cui gli Stati membri potessero beneficiare; l’adozione di politiche economiche comuni e complementari, in grado di diffondere lo sviluppo tra i vari Paesi e incentivare lo sviluppo agricolo e dei mercati; il rafforzamento dei legami tra gli Stati facenti parte dell’organizzazione, con l’obiettivo di dar forza al reciproco sviluppo. Primo passaggio per l’implementazione di tale percorso avrebbe dovuto essere la creazione di una zona di libero scambio, da ottenersi tramite l’abolizione degli ostacoli tariffari al transito di merci tra i vari Paesi. A questo avrebbe dovuto seguire un’unione doganale, in grado di generare l’espansione commerciale tra gli Stati-membri e con il resto del mondo. Ultimo passaggio, la creazione di un mercato comune, in grado di favorire l’integrazione, incentivare la competitività e dar vita a un processo di riforme di cui l’intero Nordafrica avrebbe potuto beneficiare.

Una serie di punti di forza consentivano di immaginare un futuro valido per una simile unione: l’omogeneità culturale, linguistica e le comune radici arabe e berbere dei vari Paesi; i vantaggi garantiti dalla possibilità di unire un territorio tanto vasto; la presenza di mezzi finanziari; l’esistenza di un forte potenziale industriale, agricolo ed energetico; la vicinanza dell’Europa; il sostegno della Comunità internazionale. I tanti squilibri presenti all’interno dei singoli Paesi avrebbero potuto essere affrontati tramite una cooperazione più forte, che avrebbe dovuto diffondere progresso nella regione, evitando che la stagnazione avesse la meglio sulle possibilità di costruire un futuro per il Maghreb.

A 25 anni di distanza è possibile oggi decretare il fallimento ripetuto dei propositi dell’Unione maghrebina. Una serie di fattori politici, economici e sociali e le conflittualità sorte tra i vari Paesi hanno finito per impedire la nascita di uno scambio efficace, in grado di aver un impatto sensibile sulle economie dei vari Paesi. In seguito al 1989, gli scambi tra i Paesi maghrebini sono rimasti di entità minima, se confrontati con la grande rilevanza che il commercio con l’Europa ha avuto per loro.

«Gli esperti indicano che nel 2011 l’Algeria importava lo 0,6% dei suoi prodotti agroalimentari dal Marocco, ma il 40% dalla Francia e dalla Spagna» scrive il Professore Christophe Boutin, dell’Osservatorio di Studi Geopolitici. «Secondo alcuni, il Maghreb ha perso il proprio peso economico nel mondo. Le sue esportazioni rappresentavano all’incirca il 2% delle esportazioni mondiali nel 1980, ma nel 2012 sono scese a meno dello 0,5%. [..] Questa paralisi dei circuiti di scambio ha fatto perdere dai 2 ai 3 di Prodotto Interno Lordo ai Paesi della regione. Decine di migliaia di impieghi non sono stati creati, mentre i semplici deficit budgetari hanno dato forma a un deficit di almeno 200mila impieghi annui».

Il declino del dinamismo economico dell’area non può essere compreso se non si tiene conto dell’indebolimento dei mercati di scambio legato alla fuga di investitori provenienti dai vari Paesi, che hanno nel corso degli anni portato via dal Maghreb almeno «150 miliardi di dollari di risparmi nazionali», scrive Boutin, per condurli dentro banche estere. Questo fenomeno è legato all’alto tasso di emigrazione e all’allontanamento dell’imprenditoria e degli uomini di affari maghrebini.

Negli ultimi anni, la regione maghrebina ha subito enormi sconvolgimenti: l’indebolimento di fondamentali economici dei vari Paesi ha contribuito alla caduta di regimi che anni fa apparivano irremovibili; una serie di pressioni, provenienti soprattutto dalle fasce giovani della popolazione, continuano a essere ben avvertibili in tutto il Nordafrica. La ripresa di ambiziose politiche regionali potrebbe essere la strada migliore per limitare l’impatto di queste tensioni e garantire un futuro di pace e sviluppo al Maghreb.

 

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