mercoledì, Maggio 19

Rio 2016: ecco il team rifugiati

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Nella notte tra il 5 e il 6 agosto andrà in scena la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Rio 2016. E al Maracanà, insieme alle altre rappresentative, ce ne sarà una speciale che porterà i colori dei cinque cerchi olimpici: quella dei rifugiati. E’ il primo nella storia dei Giochi, ma è stato espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope. Prima che sportivi, uomini con esperienze terribili alle spalle. Ma che dallo sport hanno avuto la possibilità di riscattarsi. Come la 21enne Anjelina Nadai Lohalith, che correrà per il team rifugiati nei 1500 metri e che ha lasciato da bambina il Sudan del Sud e che spera ora di essere una fonte di ispirazione e di incoraggiamento per tutti i rifugiati del mondo. La connazionale James Nyang Chiengjek correrà nei 400 metri e ammette: «Quello che voglio fare io per poter poi aiutare altra gente, proprio come tanti hanno aiutato in precedenza me consentendomi così di essere protagonista a Rio». Poi c’è la mezzofondista Rose Nathike Lokonyen, in gara a Rio negli 800 metri, anche lei del Sudan del Sud ma che si è messa in evidenza nel campo di Kakuma, in Kenya. E sarà proprio Rose la portabandiera del Team dei Rifugiati. Sempre da Kakuma arrivano Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, pronto a battersi nei 1.500 metri, e Yech Pur Biel, specialista invece negli 800 metri, che è scappato dal Sudan del Sud dieci anni fa ma che ora si sente rinato.

Rami Anis è stato il più veloce nuotatore della Siria nei 100 farfalla, ma ora vive da rifugiato in una piccola cittadina del Belgio vicino a Gand. E ora spera di avere una nuova opportunità con il team dei rifugiati e poter conoscere anche il suo mito, Michael Phelps. Altra siriana, fuggita invece da Damasco nel 2015 passando da Libano, Turchia e isole greche nella ormai tristemente rotta dei migranti da Est la 18enne Yusra Mardini: anche lei nuotatrice, proprio a nuovo ha portato il gommone con a bordo tanti disperati sulle rive di Lesbo. Poi la nuova opportunità a Berlino, che l’ha portata a Rio: «Se non fossi riuscita a salvare quelle persone, non me lo sarei mai perdonato, ma al contempo pensavo proprio di potercela fare: in Siria, oltre ad allenarmi con la Nazionale, lavoravo in una piscina come bagnina», ha raccontato. Poi ci sono i due judoka congolesi Popole Misenga e Yolande Mabika, accolti in Brasile proprio a Rio quando erano in gara ai Mondiali di judo della 2013. Infine Yonas Kinde, 36enne ora in Lussemburgo che gareggerà nella maratona: «Ma senza il team olimpico dei rifugiati non avrei mai potuto partecipare ai Giochi. Mi auguro che questo programma possa dare in futuro ad altri rifugiati la stessa chance di cui ho potuto godere io».

A lanciare in messaggio a loro e ai tanti rifugiati del mondo il presidente del Comitato Olimpico Thomas Bach: «Questi rifugiati non hanno casa, non hanno una squadra né una bandiera o un inno. Noi offriremo loro una casa nel villaggio olimpico, insieme a tutti gli altri atleti del mondo. E per loro sarà suonato l’inno olimpico, mentre la bandiera delle Olimpiadi sventolerà negli stati per rappresentarli. Questo sarà un segnale di speranza per tutti i rifugiati del mondo, e farà capire ancora meglio al pianeta la portata enorme delle crisi dei rifugiati».

(video tratto dal canale Youtube della BBC)

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