sabato, Aprile 17

Rio 2014, rivolte e favelas field_506ffb1d3dbe2

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Brasile proteste

Dopo il Venezuela, di nuovo il Brasile. Alla vigilia dei mondiali di calcio del 2014 (12 giugno-13 luglio) le proteste hanno ripreso a montare a Rio de Janiero: nella periferia della megalopoli carioca, violenti scontri sono esplosi tra la polizia e le migliaia di occupanti abusivi di un complesso abbandonato della compagnia telefonica brasiliana Oi, nel quartiere di Engenho Novo.

Bersagliati da pietre e bombe molotov agenti del reparto antisommossa hanno reagito con gas lacrimogeni e armi non letali. Uno degli edifici del complesso è stato incendiato, insieme con una volante, tre autobus e due camion. I media locali hanno riportato diversi feriti, durante le operazioni di sgombero delle forze dell’ordine seguite dall’alto da due elicotteri militari, e dai primi dispacci non è chiaro se ci siano o meno vittime.

Due settimane fa, in circa 6 mila disperati avevano invaso l’area industriale in dismissione, iniziando a costruire dimore improvvisate e a installare allacci di fortuna alla rete idrica e aell’energia elettrica. Durante il blitz della polizia, i baraccati hanno appiccato roghi per fermare le ruspe, raccogliendo solidarietà anche dalla vicina favelas del quartiere di Rato Molhado. Già all’inizio del mese, il Governo socialdemocratico della Presidente Dilma Rousseff aveva inviato 2.700 soldati nel Complexo da Mare, una regione con 15 favelas vicino all’aeroporto internazionale di Rio, nell’obiettivo di bonificare la zona dal narcotraffico in vista della grande kermesse dei mondiali. Nel clima di militarizzazione crescente, il malcontento popolare contro sperperi e corruzione, sfociato nelle proteste di massa dell’estate e nei nuovi riot di gennaio scorso a San Paolo, cova di nuovo sotto la cenere.

Nessuna schiarita in vista neanche in Venezuela, dopo le sei ore di accuse reciproche rimbalzate fino a tarda notte. Il primo incontro tra il Governo di Nicolas Maduro e l’opposizione più moderata, promosso a Caracas dall’Unione delle Nazioni sudamericane (UNASUD), non ha raffreddato gli animi dei leader, né la rabbia che divide il popolo tra chavisti e antichavisti. Neppure il messaggio del Papa argentino, che dopo l’appello per la pace in Siria ha invitato le due parti «all’eroismo del perdono e della misericordia», ha creato un canale per la pacificazione. Maduro è rimasto intransigente, rifiutando l’amnistia per gli studenti e i dirigenti politici arrestati o condannati, e anche il disarmo dei collettivi chavisti, malgrado al colloquio fossero presenti il Nunzio apostolico Aldo Giordano e i mediatori dell’UNASUD e assenti i rappresentanti del movimento studentesco e i settori più radicali dell’opposizione.

La riunione, in diretta su tutti i canali televisivi, si è aperta con in no «alla violenza che non conduce mai alla pace e al benessere, ma genera solo violenza» di Papa Francesco. Dal Vaticano anche il nuovo Segretario di Stato Pietro Parolin, ex Nunzio apostolico in Venezuela, si è espresso per il «processo di pace, un’ occasione preziosa da non perdere» ma le proteste non si sono arrestate e il numero delle vittime è continuato a salire con la morte, nelle ultime 24 ore, di un ufficiale della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB), ferito nella settimana scorsa da una pallottola, e di una donna travolta a marzo da una macchina nel corso di protesta: dall’inizio di febbraio, sono 41 vittime e almeno 579 i feriti delle rivolte.

A Nord dei Caraibi, negli Stati Uniti, dopo il successo delle nuove assicurazioni dell’Obamacare (al 1 aprile, oltre 7 milioni di nuovi iscritti), alla Casa Bianca si è svolta la staffetta tra il Ministro dimissionario della Salute Kathleen Sebelius, in carica dal 2010, e l’attuale direttore dell’Ufficio Gestione e Bilancio Sylvia Mathews Burwell, che dovrà ora spianare la strada alla seconda fase di iscrizioni, in agenda dal novembre prossimo, per i pacchetti calmierati della riforma sanitaria di Obama. «Le famiglie americane avranno benefici per i prossimi decenni, dal suo lavoro degli ultimi cinque anni» ha commentato l’inquilino della Casa Bianca, salutando Sebelius. 

Il Congresso di Washington, che per mesi ha fatto ostruzionismo alle misure dell’Obamacare, si è ricompattato per sbarrare la strada al nuovo Ambasciatore iraniano all’Onu Hamid Abutalebi, che nel 1978 partecipò all’occupazione dell’Ambasciata americana a Teheran: dopo il Senato anche la Camera dei Rappresentanti ha approvato all’unanimità un provvedimento che proibisce al diplomatico l’ingresso nel Paese.  Per l’entrata in vigore del divieto manca solo la firma di Obama, data per scontata: una presa di posizione che di certo non aiuta i colloqui a Vienna tra l’Iran e le potenze occidentali, per rendere definitivo l’accordo sul nucleare.

Ma anche le trattative per la pace tra israeliani e palestinesi, riprese nel 2013 per volontà degli Usa, sono in un vicolo cieco. Con la nuova escalation di razzi e accuse tra Ramallah e Tel Aviv sondaggio del quotidiano ‘Hareetz‘ ha rilevato un aumento di consensi, tra la popolazione, sia del cartello di centrodestra del Likud-Beitenu, sia del partito nazional-religioso del Focolare ebraico. I dati arrivano nel giorno della morte, a 59 anni, dello storico e giornalista israeliano Ron Pundak, tra gli architetti degli Accordi di pace di Oslo del 1993 ai tempi del Governo di Yitzhak Rabin.  Malato da tempo, era presidente del Forum delle Ong israeliane della pace e del Centro Peres per la pace. Anche se da tempo era fuori dalla politica, l’intellettuale e attivista svolgeva un’intensa attività d’impegno civile in Israele.

Dal Medio Oriente, arrivano anche le notizie contraddittorie sulla presunta presenza dell’ex senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri in Libano. Irreperibile mentre è in attesa della sentenza definitiva della Cassazione, prevista per il 15 aprile, il politico ha fatto sapere di «non avere intenzione di sottrarsi alla cattura», ma di trovarsi all’estero per motivi di cura.

Un passeggero sul volo Parigi Beirut del 24 marzo lo avrebbe visto mentre ritirava i bagagli e usciva dall’aeroporto. «Il programma è quello di andarsene in Libano perché lì è una città dove Marcello ci starebbe bene, perché lui c’è già stato la conosce, c’è un grande fermento culturale… per lui andrebbe bene», aveva detto inoltre il fratello Alberto dell’Utri in un’intercettazione riportata nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale la Corte d’appello ha disposto il carcere per l’ex politico, ora latitante. 

In Libano non è prevista l’estradizione. Inoltre, da da ambienti investigativi è trapelato che l’ex senatore forzista potrebbe essere coperto anche dal passaporto diplomatico. Ma la Farnesina ha smentito che Dell’Utri sia in «possesso di un passaporto diplomatico italiano» e anche di un «passaporto di servizio valido» dalla fine dei suoi incarichi parlamentari.

In Egitto, con la visita dell’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea Catherine Ashton la tensione tra i Fratelli Musulmani e il generali del golpe soft è tornata ai massima. «Ashton ha approvato la road map egiziana, riconscendo i fatti dopo il 30 giugno», hanno dichiarato i supporter del deposto Presidente Mohamed Morsi, leader della Fratellanza. Cortei e disordini sono dilagati al termine del venerdì di preghiera, nella capitale blindata e in tutti i centri del Paese. A Gharbeya, sul Delta del Nilo, due manifestanti islamisti sono rimasti uccisi in una sparatoria con le forze di sicurezza egiziane.

Ma oltre il Mediterraneo, anche l’Europa deve contenere focolai di rivolta e non solo in Ucraina. A Kiev, alla scadenza dell’ultimatum delle 11 (le 10.00 in Italia) contro i filorussi che hanno occupato il palazzo dell’Amministrazione regionale di Donetsk e la sede dei servizi segreti di Lugansk non è scattato alcun uso della forza.

L’intervento è stato congelato per dare modo al neo Premier Arseni Iatseniuk, in visita nell’est del Paese, di dialogare con i rappresentanti locali: con loro, Iatseniuk ha aperto a una legge del Parlamento che consenta referendum regionali, vietati dalla costituzione vigente, accogliendo di fatto le richieste dei filorussi.

Mosca, da parte sua, ha negato una presenza massiccia di truppe ai confini com l’Ucraina, come invece indicato dalle immagini satellitari della Nato («risalgono alle esercitazioni militari dell’agosto 2013»). Il Ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov ha anche ribadito che l’annessione delle regioni sud-orientali «non è nei desideri del Cremlino e contraddice gli interessi della Federazione russa».

L’effetto domino in Ucraina, in ogni caso, spinge alle rivendicazioni anche i popoli secessionisti della Vecchia Europa al giro di boa delle europee del 25 maggio. In Catalogna, dopo il no del Parlamento spagnolo alla consultazione referendaria, il Presidente della Comunità autonoma Artur Mas ha minacciato di «trasformare le elezioni in un referendum sull’indipendenza». Come nel Quebec canadese, «promuoveremo una legge catalana di consultazione popolare, da approvare a settembre, per poi convocare il referendum il 9 novembre», ha annunciato al al quotidiano francese ‘Le Figaro‘. Se poi anche questo processo venisse cassato, «convertiremo le elezioni catalane in un referendum».

Giornata di tensione palpabile anche per la Cancelliera tedesca Angela Merkel, sull’attenti anche per la sua visita blindata in Grecia, dopo la bomba fatta saltare contro l’austerity alla Banca centrale ellenica: con 6 mila poliziotti dispiegati all’ombra del Partenone e manifestazioni e raduni vietati dalle 11.30 alle 21.30, la leader di Germania è arrivata ad Atene per alcuni incontri. Ma la situazione resta incandescente.

 

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