domenica, Agosto 1

Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso).

Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance.
Il riferimento, così come già accennato da queste colonne il 2 dicembre scorso, va alle cosiddette ‘leggi speciali’ o ‘straordinarie’ la cui adozione è sempre una forte tentazione per i governanti (e la richiesta del parlamentare del PD, Ernesto Carbone, va in questa dubbia direzione condivisa da alcuni rappresentanti della magistratura, come il Procuratore nazionale antiterrorismo Franco Roberti che non ha avuto remore nel suggerire la rinuncia di alcune nostre libertà personali, in primis nella sfera della ‘comunicazione’). Una tentazione che potrebbe, però, influire, più di quanto già non avvenga, su quelle fondamentali libertà individuali acquisite, quali l’accesso a dati e informazioni personali, che corriamo il rischio di vedere limitate o addirittura perdere.

Eppure… Eppure è diffusa la convinzione che questo sia il prezzo giusto da pagare, o da far pagare ai cittadini europei; il dibattito, certamente non recente, sul giusto bilanciamento tra libertà individuali e sicurezza prosegue lentamente, mentre i governi muovono verso una revisione delle leggi nazionali, dei rapporti tra Stato e cittadini e nel controllo sulla vita degli stessi cittadini  -con il consenso degli stessi, poiché l’opinione pubblica tende a reagire, in caso di minaccia indefinita ed incombente (anche quando non reale ma solamente percepita), appoggiando le scelte di un Governo che si presenta come energico e in grado di contrastare con durezza le situazioni di emergenza. E gli effetti di tale dinamica sociale, legittima quanto prevedibile (quanto prevista e utilizzata dai governi), sono immediati e irreversibili.

Controllo dei social-network e accesso alle banche dati, gusti alimentari, sessuali, conversazioni ‘private’ sui social-network attraverso accordi diretti con i fornitori di servizi web e senza l’assenso dell’utilizzatore. Vediamo dove lo Stato intende operare, alla luce dei recenti eventi riconducibili alla minaccia di terrorismo, e quali le critiche. La parola d’ordine, quasi un leit motiv, è ‘controllo’.

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