sabato, Ottobre 16

Rimetta a posto la candela!

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Ricordate l’esilarante scena del Frankenstein Junior in cui il protagonista scopre casualmente, sollevando un cero, come aprire il passaggio segreto che lo porterà nel laboratorio del nonno, ma rimane incastrato tra la libreria girevole e il muro? Chiede quindi alla sua collaboratrice Inga di rimettere a posto la candela per riaprire il passaggio e liberarsi. Sinceramente non sappiamo se al teatro dell’Opera di Roma sia successa la stessa cosa, cioè che casualmente abbiano deciso di licenziare tutta l’orchestra e tutto il coro, per poi ‘rimettere a posto la candela’ e riportare le cose come erano ‘in statu quo ante’,  oppure che fosse tutto preordinato. Di fatto, però, abbiamo assistito ad un clamoroso dietrofront: il Sovrintendente ha annunciato che c’erano i margini per un reintegro dei licenziati, e che il risparmio che si sarebbe ottenuto con l’esternalizzazione dell’orchestra era parimenti raggiungibile con una trattativa sindacale. L’accordo è stato raggiunto e di ciò siamo lieti, ma quante contraddizioni …

Come si ricorderà, infatti, Sindaco, Cda e Sovrintendente, erano partiti in quarta con un inopportuno quanto inusitato provvedimento di licenziamento delle masse artistiche (non del balletto già ridotto al lumicino di soli 15 danzatori rispetto ad un numero che prima era di circa 70 unità), causato, a loro dire, dall’inaccettabile comportamento dei musicisti che, per tirare troppo la corda, avrebbero causato il dissesto della Fondazione e fatto fuggire il maestro Muti. Il provvedimento era sostenuto a spada tratta dalla stampa allineata che, indignata, aveva gridato allo scandalo dei privilegi dei musicisti (si, in Italia, dove un dipendente della Camera prende quasi 10.000 euro al mese ed un musicista che ha studiato quanto un medico specialista 2.000!). Si sosteneva che “esternalizzando” l’orchestra si sarebbe potuto risparmiare annualmente un ammontare di tre milioni e mezzo di euro e poter dunque giungere al riequilibrio dei conti tramite un mutuo trentennale che sarebbe stato ottenuto per aver ottemperato alle indicazioni della legge Bray.

Diciamo subito, per sgombrare il campo, che non crediamo assolutamente a scelte provenienti da una “navigazione a vista”, cioè prese di volta in volta secondo il corso degli eventi, ma riteniamo che tali scelte siano il risultato di un disegno definito in precedenza. Il tutto, ormai è chiaro, finalizzato a spingere un progetto di smantellamento del sistema musicale italiano che è stato già avviato dall’orrida legge Bray, camuffata da strada per il risanamento, e che in realtà distruggerà l’esistente senza proporre un sistema alternativo (che potrebbe reggersi soltanto sulle erogazioni liberali provenienti da una vera e seria detassazione).

Già dicemmo che licenziare 182 persone ed esternalizzare il servizio è una decisione che non si prende in qualche giorno, considerando quanto si debba pagare di liquidazioni, a quante controversie legali si debba fare fronte, quanti e quali siano i problemi di riorganizzazione eccetera. Quindi, la vicenda romana sembra ricalcare un copione predefinito nel quale hanno trovato posto iniziative eclatanti ma in qualche modo previste o prevedibili: le lettere di Muti, la sua rinuncia a dirigere i titoli già programmati, il licenziamento di tutti gli artisti, l’attivazione delle “truppe cammellate” di una stampa compatta nel biasimare i dipendenti fannulloni ben pagati e a gridare alla necessità di risistemare il bilancio dissestato dalle pretese degli “orridi musicanti”; e poi il silenzio assordante del  maestro Muti verso quella da lui definita come “la più grande orchestra verdiana del mondo” della quale è “direttore onorario a vita”; le dichiarazioni del ministro Franceschini che dice che in Italia (sic!) 14 fondazioni lirico sinfoniche sono troppe (unico caso al mondo di un ministro della cultura che ritiene di avere troppi enti culturali); infine il dietrofront della dirigenza del Teatro che, soltanto ad un mese di distanza dall’aver dichiarato “Urbi et orbi” che i 182 musicisti in servizio andavano licenziati per recuperare 3 milioni e mezzo l’anno, dopo breve trattativa portata avanti da ovvie posizioni di forza, annulla il provvedimento di licenziamento.

Segnaliamo poi, che in questi giorni, lo stesso ministro Franceschini ha lodato Santa Cecilia ed il suo bilancio in pareggio rispetto a quello deficitario dell’Opera di Roma. Se il signor Ministro paragona l’attività delle due fondazioni dimostra una preoccupante incompetenza: in una struttura sinfonica si prepara un programma di concerto la settimana con tre prove, non ci sono macchinisti e tecnici, scene e costumi, sartoria e scenografia, non ci sono registi ed assistenti alla regia per le prove di scena delle compagnie e delle masse, non ci sono corpi di ballo, coreografi e balletti da studiare e provare. Signor Ministro, è opportuno che si faccia spiegare le cose prima di fare brutte figure! Sempre che non stia spingendo anche Lei per quel progetto di privilegiare, tra le due istituzioni musicali romane, quella sinfonica rispetto a quella operistica (magari chiudendo o ridimensionando quest’ultima), che è una vecchia idea cara alla sinistra, che consentirebbe di liberare molte risorse comunali o ministeriali per attività, come ad esempio quelle relative all’associazionismo, che darebbero forse un maggiore ritorno di ordine elettorale.

Colpiscono, poi, le dichiarazioni di Fuortes che in un’audizione alla Camera ha detto che il maestro Muti vuole continuare ad essere il direttore onorario a vita del Teatro e che in fondo non c’erano contratti firmati per i due titoli che ha disdetto (a poco più di un mese dall’inizio delle prove?!?) … Stando, quindi, alle parole del Sovrintendente non ci sarà da meravigliarsi se prima o poi vedremo un ritorno di Muti sulle scene romane.

Del resto se solo si guarda al titolo scelto per sostituire l’Aida che “Lui” avrebbe dovuto dirigere si resta interdetti: Rusalka di Dvořák in lingua ceca con sottotitoli in italiano! Un’opera bellissima, per carità, ma assolutamente inadatta per importanza, opportunità e carattere a sostituire l’Aida come titolo di inaugurazione di una nuova stagione a Roma. Si tratta, infatti, di un titolo che farà incassare pochissimo al botteghino, che è costato per la sua realizzazione (è un nuovo allestimento) e quindi è, in questo momento, una vera e propria occasione perduta.

È facile argomentare che se ci fosse la volontà vera di risparmiare sugli allestimenti e di incassare di più al botteghino (unica strada da seguire!), si sarebbe inaugurato con uno dei tanti titoli di repertorio dei quali il Teatro, nei propri magazzini, dispone di scene e costumi o si sarebbe realizzato un nuovo allestimento da poter riutilizzare in futuro. Il Direttore artistico attuale (che è ancora quello voluto dal maestro Muti) ha preferito una scelta dispendiosa quanto apparentemente immotivata, che preparerebbe, però, un ritorno trionfale, sulle scene dell’Opera romana, del “direttore onorario a vita”.

La previsione del ritorno di Muti, ipotizzata forse sin dall’inizio, potrebbe aver determinato il suo lungo silenzio, durante il quale non ha speso una sola parola per la cultura musicale italiana, per il Teatro dell’Opera di Roma o per esprimere solidarietà ai musicisti che ne formavano l’orchestra.

 

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