sabato, Aprile 10

Rileggere la Cina con gli occhi di Confucio Intervista a Maurizio Scarpari, esperto di confucianesimo

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Spesso si dice che avvicinarsi alla politica cinese sia come leggere le foglie del tè. Una delicata decodificazione delle alchimie distillate nei palazzi del potere in piazza Tian’anmen. Da quando Xi Jinping ha assunto la direzione del Partito comunista nell’autunno 2012 per poi ricoprire il ruolo di Presidente nel marzo 2013, di lui si è detto tutto e il contrario di tutto. Fervente seguace di Mao, sì, ma anche coraggioso depositario dell’eredità riformista di Deng Xiaoping. Risoluto innovatore in economia, ma conservatore ortodosso in politica. Nazionalista sfegatato, eppure convincente affabulatore ai tavoli internazionali che vedono la Cina ormai sedere da grande potenza. Per stare dietro alla caleidoscopica società cinese si rischia spesso di rincorrere semplificazioni giornalistiche, aggrappandosi a facili stereotipi. Quello che ne esce fuori è una rappresentazione del Dragone fuorviante, quando non del tutto distorta.

Il Regno di Mezzo è uscito dall’ultimo trentennio di ‘arricchimento glorioso’ lacerato da diseguaglianze sociali tanto profonde che nemmeno il pacchetto di riforme varato dalla leadership in autunno sarà in grado di guarire in tempi brevi; su tutte prevale una distribuzione ineguale delle ricchezze a fronte della corruzione rampante che intacca ogni gradino della gerarchia comunista. Per questo Xi starebbe cercando di curare le piaghe del Paese con una ricetta che attinge a piene mani alla tradizione millenaria cinese. Il processo era già cominciato sotto il suo predecessore Hu Jintao: si tratta di un ‘frullato ideologico’ a base di maosimo, denghismo e confucianesimo, che non risparmia nemmeno i culti religiosi autoctoni se questi possono servire a fare da collante ideologico, ora che la passione per il Partito -almeno tra le nuove generazioni- si è estinta. Occorre «avanzare assorbendo la cultura occidentale, proseguire dando il massimo rilievo alla cultura cinese», come scrive il noto filosofo Chen Lai

Capita, così, che qualcuno intraveda nel mixer anche un po’ di Chiang Kai-shek, nemico giurato del Grande Timoniere durante la guerra civile conclusasi con la vittoria comunista e la fuga del ‘generalissimo’ a Taiwan, eppure grande patriota e osservatore dei dettami confuciani. Una teoria ardita, giacché rivalutare Chiang vorrebbe dire allungare una mano a Taipei, ma riaprire ferite storiche mai completamente cicatrizzate. Maurizio Scarpari, docente di lingua cinese classica presso l’Università Ca’ Foscari dal 1977 al 2011 e autore di diverse pubblicazioni sul pensiero filosofico antico, ci aiuta a fare ordine nel caos ideologico in cui verte la Nuovissima Cina. Perché bisogna ricordare che prima di Mao c’è stato Confucio. «Un cinese, sia esso buddhista, daoista, musulmano, cristiano o persino ateo, difficilmente sarà in grado di svincolarsi dalle proprie radici confuciane». E questo Xi Jinping lo sa bene.

 

Professor Scarpari, è veramente possibile che Chiang Kai-shek, in virtù della sua osservanza dei principi confuciani, trovi un posto nel mix ideologico al quale attinge la dirigenza cinese?

A me sembra un po’ esagerato ritenere che ora ogni aspetto della storia cinese debba essere sottoposto a revisione, anche perché mi pare che uno dei punti forti della politica di Xi Jinping resti proprio la figura di Mao Zedong. Se viene in parte rivalutata l’eredità di Chiang Kai-shek, secondo me è soltanto in funzione dei rapporti con Taiwan. E’ l’unico vantaggio che la Cina continentale ne potrebbe trarre oggi. Le recenti sommosse a Taipei dimostrano che la situazione tra le due sponde dello Stretto è tutt’altro che semplice; mi riferisco alle proteste sull’accordo commerciale con la Cina continentale. Era da tempo che non avvenivano scontri di piazza di questa portata a Taiwan. Questo indica che la situazione tra i due Paesi è tutt’altro che risolta, almeno agli occhi della popolazione che ha una sensibilità diversa dalla comunità d’affari e dall’élite politica. Rivalutare la figura di Chiang Kai-shek oggi vorrebbe dire mettere in discussione quella di Mao. E’ facile dire, come era già implicito nella politica di Deng Xiaoping, che Mao di fatto non s’intendeva molto di economia, come d’altronde testimoniano i catastrofici risultati della politica del Grande Balzo. Una volta compreso che bisognava virare drasticamente, Deng Xiaoping ha sostanzialmente riconosciuto che erano stati commessi degli errori, prevalentemente dal punto di vista economico. Tutt’altra cosa sarebbe andare, invece, a rivedere in maniera critica quel periodo della storia, cioè la Lunga Marcia, la guerra contro i giapponesi, il rapporto con i nazionalisti, tutte questioni assai più delicate. D’altra parte Chiang rappresentava quella parte del Paese all’epoca considerata conservatrice, non è che fosse il rappresentante del Confucianesimo per antonomasia. Una rivalutazione della sua figura sarebbe troppo pericolosa oggi.

Nell’articolo di ‘Foreign Policy’ si cita il libro di Jonathan Fenby ‘Chiang Kai-shek: China’s Generalissimo and the Nation He Lost’, in cui viene fatto riferimento alle accuse incrociate mosse dai sostenitori di Mao e Chiang, i quali avrebbero entrambi risparmiato sulle proprie truppe nella guerra contro i giapponesi per avere più uomini da utilizzare nella guerra civile. E pare che il grosso delle truppe che si opposero al Giappone fossero proprio di Chiang Kai-shek; si stima addirittura il 90%. In questa prospettiva il ‘furbo’ sarebbe stato quindi Mao, nell’ottica di fare fuori Chiang e impossessarsi del potere una volta sconfitti i giapponesi. Andare a rivalutare la figura del ‘generalissimo’ vorrebbe quindi dire ritirare fuori anche la questione controversa della difesa durante l’occupazione giapponese, in un momento in cui l’attenzione è tutta concentrata sulla disputa con Tokyo per le isole e la visita di Abe al santuario Yasukuni, dove sono sepolti alcuni criminali di guerra. Non vedo il vantaggio che ne avrebbe la dirigenza cinese o che ne potrebbero avere le relazioni con il Giappone. Si tratta di questioni storiche avvertite ancora come una ferita aperta per il popolo cinese; si consideri il fatto che parte delle persone che hanno vissuto quegli eventi sono ancora in vita.

Potrebbe avere senso considerare la riabilitazione del ‘Generalissimo’ in previsione di una riunione tra ‘le due Cine’?

Idealmente, i dirigenti cinesi considerano Taiwan territorio cinese a tutti gli effetti, non hanno alcuna fretta di chiudere la questione, hanno invece interesse che i capitali taiwanesi continuano ad arrivare. Sembra sempre che Pechino e Taipei siano ai ferri corti o addirittura sull’orlo di una guerra. In realtà anche quando Xi ha di recente annunciato che la questione nello Stretto non può durare in eterno, lo ha fatto per testare la reazione degli americani e dei governi dell’area del Pacifico. Anche la disputa sulle isole del Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale vanno viste in quest’ottica, non avrebbe altrimenti senso questa politica in un momento in cui la Cina si vuole presentare agli occhi del mondo come una potenza moderna e pacifica. Perché fare gli assertivi giusto fuori dalla propria porta di casa? Fin dagli anni ’70, le tensioni con Taiwan sono spesso servite per lanciare messaggi indiretti a Washington. Non darei molta importanza a queste ultime affermazioni. Com’è avvenuto nel caso di Hong Kong, la Cina continentale ha tutto l’interesse a lasciare aperta una porta con l’Occidente, che permette un flusso di capitali enormi. Se questi capitali transitano dagli Stati Uniti attraverso Taiwan, ben venga! Lo stesso vale per Singapore, la cui economia è in larga misura controllata dai cinesi ed è uno snodo importantissimo per gli equilibri politici ed economici dell’area. A Pechino interessa fondamentalmente lasciare tutto lì com’è e mantenere buone relazioni. Proprio in merito a questa questione del Confucianesimo Singapore ha rivestito un ruolo fondamentale come modello da prendere ad esempio; ha dimostrato alla Cina che è possibile diventare una potenza economica moderna mantenendo vivi i valori etici confuciani, che nella Città-stato sono considerati una forma di pensiero e di vita, mentre a Hong Kong e in Indonesia sono considerati i fondamenti di un sistema religioso.

Quando vengono proposte queste teorie, come può essere quella di una rilettura della figura di Chiang Kai-shek, dobbiamo tener presente che gli americani hanno un modo tutto loro di vedere le cose. Sono direttamente coinvolti nell’Asia-Pacifico, ben consapevoli che è in quell’area che si stanno giocando importanti assetti geopolitici che influenzeranno l’intero mondo. Per cui hanno poco interesse che la Cina rafforzi il proprio consenso con i propri vicini, così come non gradiscono che la Cina si presenti con una politica di soft-power efficace in grado di rivaleggiare con quella americana. Lo abbiamo visto quando Pechino ha stabilito la ADIZ (zona di identificazione aerea), i primi a volare nello spazio aereo sono stati gli aerei statunitensi, proprio per vedere quale sarebbe stata la reazione verso di loro, prima ancora di coreani e giapponesi. Washington ha un interesse molto particolare e sta vendendo armi in gran quantità nel quadrante asiatico. Da alcuni anni a questa parte l’Asia Orientale è la zona in cui si sta verificando la maggiore corsa agli armamenti, e la Cina è una delle nazioni che ha maggiormente aumentato il budget della Difesa. Soprattutto tra le file dell’Esercito c’è la convinzione che bisogna trovarsi preparati quando tra qualche anno la Repubblica popolare diventerà la prima potenza economica al mondo, considerando che gli Stati Uniti potrebbero non accettare la cosa. 

Che senso ha invece il Confucianesimo per la Cina di Xi Jinping?

All’epoca di Chiang Kai-shek, nei primi anni ’20 del Novecento l’intellighenzia era divisa in due, tra chi era favorevole alla tradizione confuciana, come per esempio Kang Youwei, che a più riprese aveva proposto di inserire il Confucianesimo nella Costituzione come religione di Stato, e chi, invece, avanzava dure critiche al Confucianesimo, inteso come retaggio negativo del passato. Sono i due poli estremi di una tensione che ha percorso tutto il Novecento. Durante la Repubblica popolare, fino a tutta l’epoca di Mao, non c’è dubbio che il Confucianesimo sia stato visto come una delle cause maggiori del declino della società tradizionale cinese e considerato uno dei mali peggiori che aveva caratterizzato la Cina del passato, facendola apparire debole agli occhi del mondo. La campagna nota con lo slogan “pi Lin pi Kong” (critichiamo Lin Biao, critichiamo Confucio) degli anni ’70 ha rappresentato il momento più alto di questa lotta contro il Confucianesimo. Dopo la morte di Mao e la fine della Banda dei Quattro si è assistito a una graduale inversione di tendenza. Nel 1985 il più autorevole e influente studioso di confucianesimo negli Stati Uniti, che lavorava da decenni all’università di Harvard, il prof. Tu Weiming, tenne una lezione sul valore del Confucianesimo nell’era moderna, dando il via a una serie di conferenze e dibattiti sulla necessità di riconsiderare e rivalutare il Confucianesimo, dibattito che ebbe luogo prima nei circoli ristretti delle Università e dei think tank più o meno vicini al governo, e in seguito in ambienti intellettuali sempre più ampi. L’apertura al Confucianesimo di Hu Jintao arriva dopo 15-20 anni di intenso dibattito. La questione è diventata urgente sotto Hu perché ormai le contraddizioni innescate da una crescita economica tumultuosa, avvenuta in tempi troppo ristretti e in modo non uniforme, avevano raggiunto un livello pericoloso per la stabilità sociale.

La mia tesi, che ho sostenuto in diversi miei scritti, è che in questi anni sia venuto a mancare proprio il supporto ideologico del Partito comunista, essenziale per tenere coesa la vecchia classe dirigente e il Paese. Le giovani generazioni non sentono più la forza esaltante e unificante di quell’ideologia, è forse non sono nemmeno tanto interessati a forme di pensiero ideologizzate, che avvertirebbero come troppo distanti da loro. L’ideologia, che un tempo spingeva le persone a sacrificarsi o ad ammazzarsi di lavoro pur di diventare il migliore lavoratore della settimana o del mese all’interno della loro fabbrica, era la forza propulsiva e produttiva del Paese, nel bene e nel male. Oggi tutto questo non esiste più; la gente vorrebbe avere maggiori tutele, come in Occidente. Questo aspetto ideologico – che era il collante della Cina degli anni dagli anni ’50 agli anni ‘70 – venendo meno ha messo in crisi l’esistenza stessa del Partito comunista cinese. Per questa ragione, come prima di lui aveva fatto Hu Jintao, Xi Jinping, personalità di grandissimo spessore, appena nominato Presidente ha richiamato la figura di Mao. Una mossa che è certamente in contrasto con la possibile, effettiva rivalutazione di Chiang Kai-shek. La Nuova Cina l’ha costruita Mao, e nonostante il riconoscimento di vari errori, a lui va il merito storico.

Altro passaggio simbolico è stato l’omaggio di Xi alla tomba di Deng Xiaoping, come a voler dire: ‘Mao va bene, ma con l’apertura e le riforme varate per primo da Deng Xiaoping’, ovvero apertura all’Occidente, riforme economiche, ‘arricchirsi e glorioso’ e così via. Xi ha poi organizzato una vistosa cerimonia in onore del padre Xi Zhongxun, il quale aveva combattuto con il Grande Timoniere. Pur non essendo stato un leader di primo piano – fu soltanto Vicepremier -, i festeggiamenti per il compleanno del padre sono stati grandiosi, neanche avesse ricoperto il ruolo di Primo Ministro. Questo gesto è stato interpretato come un segnale di debolezza da parte di Xi, suggerito dalla necessità di voler ricordare a tutti la sua discendenza nobile, da ‘principino rosso’, un altro aspetto che lo lega a Mao. D’altra parte, onorando il padre il Presidente ha toccato un nervo molto sensibile nella Cina di oggi: l’amore e il rispetto verso i genitori. Lo scorso anno è stata varata la legge sulla pietà filiale (xiao), la cui promulgazione è stata preparata nel corso di diversi anni. Il sistema pensionistico e un sistema di welfare che non funzionano ancora bene, il sottoproletariato urbano formatosi a causa del sistema dell’hukou privo dei diritti assistenziali elementari, la migrazione interna verso i centri urbani e l’abbandono dei genitori, delle mogli e dei figli nelle campagne con il conseguente disgregarsi della famiglia: sono tutti problemi che in qualche modo vengono messi all’ordine del giorno nelle riforme di Xi Jinping, i cui effetti tuttavia saranno tangibili soltanto in un futuro ancora lontano. Nel frattempo si fa ricorso anche al rilancio delle virtù confuciane dell’amore filiale e della solidarietà per il prossimo, virtù confuciane che cercano di riproporre alcuni valori etici che hanno tenuto coesa la Cina per oltre 2000 anni.

Si tenga anche conto che xiao, la ‘pietà filiale’, è collegata a zhong, la virtù della ‘lealtà’ e del ‘rispetto’ verso i superiori e il governo. Se si studiano i discorsi di Hu Jintao e Xi Jinping alla luce dei Classici, in particolare le opere di Confucio e Mencio o il Zhongyong ‘La costante pratica del giusto mezzo’, si scoprirà che parlano lo stesso linguaggio. Il discorso che Hu tenne per il 90esimo anniversario della fondazione del Partito comunista usa le stesse parole di Mencio. Lo stesso vale per i discorsi di Xi Jinping infarciti di riferimenti ai valori confuciani, che esaltano lo studio, l’impegno e il merito, tutti principi che hanno il loro fondamento nella migliore tradizione, che resta comunque quella confuciana. In poche parole la rivalutazione del Confucianesimo serve proprio a colmare il vuoto ideologico che si è creato nella società cinese con i vari squilibri, ma serve anche a proteggere il Partito comunista dalla perdita di consenso. Xi sta cercando di fare un mix tra ideologia maoista, le teorie liberiste di Deng e il Confucianesimo rivisto e corretto. E’ un esperimento eccezionale, una nuova forma di pensiero che riesce a raccogliere il meglio da diverse tradizioni, com’è stato fatto in passato, ad esempio in ambito religioso fondendo in un unico credo le dottrine del Daoismo, del Buddhismo e del Confucianesimo (sanjiao).

Quindi Confucianesimo come sostrato ideologico, ma anche come ricetta per guarire i mali che affliggono il Paese

Pensiamo anche alle recenti modifiche apportate alla legge della ‘politica del figlio unico’, promulgata nel 1979 in funzione delle riforme di Deng Xiaoping, preoccupato che troppe bocche da sfamare avrebbero potuto vanificare gli effetti produttivi delle riforme. E’ stata mantenuta in vita per un periodo troppo a lungo e così si sono creati non pochi squilibri. Le nuove generazioni devono reggere un peso eccessivo. Il modello 4-2-1, ovvero un unico figlio che deve farsi carico, in prospettiva, di due genitori, che a loro volta devono pensare ai loro quattro genitori, è insostenibile per una sola persona. Ed ecco che anche la questione della pietà filiale può servire come misura emergenziale. Questo non è un problema che può essere risolto nell’immediato, giacché l’allentamento del controllo sulle nascite avrà effetti visibili tra 16-18 anni. Xi Jinping ha però bisogno che ci sia un’urbanizzazione crescente, che dovrà arrivare a superare il 55% della popolazione nel giro di pochi anni. Tutti questi squilibri per essere raddrizzati necessitano di tempi troppo lunghi. Per sancire il nuovo corso, dopo aver presentato il suo programma di riforme al Terzo Plenum del Partito comunista, Xi si è recato in visita ufficiale a Qufu, il paese d’origine di Confucio. C’era già stato nel 1992, ma questa volta si è recato a visitare il tempio di Confucio in veste ufficiale di Presidente e Segretario Generale del Partito, facendosi fotografare con il Lunyu (I Dialoghi di Confucio) in mano, affermando che ‘si deve tornare ai valori confuciani se si vuole moralizzare il nostro comportamento’. Una dichiarazione che s’inserisce perfettamente nella lotta contro la corruzione, avviata appena assunti gli incarichi di Governo. E il mese scorso sul ‘Ta Kung Pao’, giornale filogovernativo di Hong Kong, è stata rilasciata una sua intervista in cui diceva esplicitamente che i Classici confuciani vanno rivalutati e studiati come un tempo perché contengono l’essenza della cultura cinese.

Considerate le profonde fratture che affliggono la società cinese, il Confucianesimo potrebbe bastare a tenere unita la popolazione?

Sono sicuro che il processo di confucianizzazione andrà avanti, soprattutto per via dei nuovi sistemi di comunicazione che rendono più facile esprimere il proprio dissenso e organizzare manifestazioni di protesta. Ma certamente il pensiero confuciano da solo non basta. Come avvenuto durante il regno delle varie dinastie del passato, il benessere della popolazione è il fattore chiave che determina la longevità di un Governo. La cosa essenziale è garantire un benessere più diffuso, il resto viene dopo. In questi anni si sono creati degli squilibri molto accentuati, c’è una sperequazione enorme, le fasce povere sono veramente povere. Per la stessa mansione i salari riconosciuti a Shanghai sono fino a dieci volte più elevati rispetto a quelli in vigore nelle aree più arretrate della Cina occidentale. Ed è previsto che entro il 2020 424 milioni di cinesi raggiungano lo status di benestanti: lo stesso numero di abitanti previsti per l’Europa occidentale entro la stessa data. Eppure, nonostante i numeri altissimi, si tratterebbe soltanto di un terzo della popolazione cinese. Dato il rischio di implosione non indifferente, sono necessarie prima di tutto riforme strutturali valide; la diffusione dei valori confuciani può aiutare a migliorare la situazione per via del loro elevato valore etico e per la loro forza coesiva che la vecchia ideologia di stampo comunista non garantisce più. Quando si parla di attuare una ‘democrazia con caratteristiche cinesi’, s’intende proprio questo: le caratteristiche cinesi sono proprio questi valori ereditati dalla tradizione.

Recentemente Xi Jinping ha detto al Primo Ministro della Grecia che la democrazia occidentale è quella dei greci e dei romani, ‘mentre per noi si basa sulle nostre antiche tradizioni’ che sono prevalentemente confuciane, fondate su un umanesimo che si sta perdendo nell’era dell’economia rampante. Spesso si tende a negare la possibilità di una conciliazione tra Confucianesimo e democrazia adducendo come ostacolo la struttura autoritaria prevista dal pensiero confuciano. Penso che questa convinzione sia generata dalla mancanza di una conoscenza approfondita della cultura classica cinese. Molti si basano su degli stereotipi, come quando si parla di ‘armonia’, concetto caro a Hu Jintao. Quando Hu il 15 settembre del 2005 è andato a New York per il 60esimo anniversario delle Nazioni Unite, ha espresso per la prima volta il concetto di ‘mondo armonioso’, che ha poi riadattato alla società cinese. Se uno non conosce il significato di armonia nella tradizione cinese l’affermazione sembra banale, se non addirittura ovvia. Chi è che non vorrebbe un mondo armonioso?! Ma se capisci che armonia è la ricerca di un equilibrio tra conflitti contrastanti, e che quindi l’armonia passa necessariamente per il conflitto e l’accettazione delle diversità, il discorso assume già una valenza più complessa. Secondo me la difficoltà di comprendere bene ciò che sta succedendo oggi in Cina deriva anche dalla mancanza di una conoscenza approfondita della cultura tradizionale, da cui gli slogan adottati dai leader prendono spunto, affidata purtroppo a conoscenze superficiali o stereotipate. Certamente esiste un confucianesimo autoritario, ma Hu Jintao ha fatto riferimento in tutti i suoi discorsi a una serie di concetti, come ad esempio la priorità del popolo, che deve essere al centro delle politiche di governo, che si rifanno a Mencio, il quale rappresentava la parte idealista della corrente filosofica confuciana.

Il dibattito che c’è sempre stato in Cina, in tutte le epoche storiche anche prima della nascita dell’Impero, era tra chi riteneva che si dovesse governare con la virtù (de) e chi pensava invece che si dovesse mantenere l’ordine con la legge (fa) o con la forza delle punizioni (xing) o delle armi (wu). Ovvero se dovesse prevalere la virtù o piuttosto la coercizione. Anche i manoscritti su bambù di recente scoperta, risalenti al IV secolo a.C., non fanno che parlare di questo problema. In tutta la storia cinese c’è sempre stata una tensione tra questi opposti, e a prevalere è stata la linea virtuosa, tant’è che la caratteristica principale della società cinese è proprio l”armonia’. Anche la pietà filiale viene da alcuni interpretata come obbedienza cieca e quindi spesso criticata. In realtà nei testi confuciani l’obbedienza prevede la possibilità di non obbedire pedissequamente se l’ordine è sbagliato, persino nei rapporti con il Sovrano. L’azione critica va però portata avanti in modo corretto, rispettoso. Spesso si utilizzano formule di cui non si sa bene il significato e questo causa molta confusione quando si parla di Cina. Un esempio può essere l’espressione xiaokang shehui, che vuol dire la ‘società del moderato benessere’, tirata in ballo da tutti i leader da Jiang Zemin in poi. Si tratta di un termine che ricorre anche nel Classico delle Odi, usata anche da Confucio in riferimento a un livello intermedio della società ideale, della Grande Utopia. Si trattava di un gradino intermedio da non giudicarsi necessariamente in maniera positiva; era semplicemente un passaggio obbligato prima di raggiungere lo stato ideale. La stessa questione la ritroviamo nel socialismo, un’altra Grande Utopia. Puntando sul fissare intorno al 2020 il raggiungimento della ‘società del moderato benessere’ non significa raggiungere un obiettivo così positivo come si potrebbe credere. I dirigenti sono perfettamente consapevoli che la situazione attuale in Cina non è per niente soddisfacente. Lo stesso Hu Jintao ha messo bene in chiaro prima di lasciare le leve di comando al suo successore che gli obiettivi che il Partito si era posto anni fa non sono stati ancora raggiunti e che la società cinese è tutt’altro che evoluta in modo omogeneo. Erroneamente, in Occidente si è invece soliti individuare nel xiaokang il raggiungimento dell’obiettivo positivo finale.

Quale ruolo potrebbe ricoprire il Confucianesimo nei rapporti tra la Cina e il resto del mondo?

Gli assetti geopolitici stanno cambiando in modo radicale. Ormai la partita si gioca a livello di G2, tra Cina e Stati Uniti, mentre l’Europa non è ancora un interlocutore credibile e continuerà a non esserlo finché non raggiungerà una coesione politica ed economica effettiva. Per i cinesi rappresenta solo un mercato dalle immense potenzialità. Tant’è che l’euro non è più nemmeno la seconda moneta dopo il dollaro: nelle transazioni commerciali è stato superato dallo yuan. Ogni giorno che passa la Cina rosicchia un po’ di Occidente. Tra gli intellettuali cinesi c’è tutta una corrente di pensiero che considera gli organismi internazionali inadeguati perché, essendo portatori di interessi nazionali, non possono rappresentare quelli più generali del pianeta. Ed è qui che ritorna il concetto antico di tianxia (‘tutto ciò che è sotto il cielo’), una specie di ecumène che in epoca imperiale s’identificava con l’impero stesso e con il mondo civilizzato. In esso si ravvedono le potenzialità di un’autentica istituzione universale nella quale tutti i problemi nel mondo potrebbero essere reinterpretati come problemi universali ed essere quindi affrontati in una visione complessiva e globale di pace e armonia. Questo nonostante l’evidente incoerenza: anche il tianxia, che un tempo era controllato dagli imperatori, è ugualmente dominato dagli uomini.

 

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