martedì, Novembre 30

Rilanciare un’Europa sociale, ma come?

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L’Europa di oggi si avvia a fare i conti con la Brexit, con il processo di Bratislava, per una Ue a 27, con le minacce interne alla sicurezza, con i nuovi equilibri globali. Molte sono le incognite, ma anche le opportunità di rilancio di alcuni temi, tra cui quello del sociale, di recente posto quale priorità da entrambi i candidati italiani alla presidenza del Parlamento europeo. Sulla fattibilità concreta di tali politiche discutiamo con il prof. Stefano Bartolini, docente presso lo European University Institute, dove insegna Scienze politiche nell’ottica dell’integrazione europea, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali.

 

La nuova Europa, da Bratislava in poi – il cosiddetto “dopo Brexit” – e con la recente elezione del nuovo presidente Tajani, pone tutta una serie di domande. Quali impulsi potrà esserci per l’Europa sociale da qui in avanti?

Confesso un certo scetticismo. Vi sono due elementi che favoriscono un ritorno del tema del sociale: l’uscita del regno Unito, uno dei membri più restii a concepire iniziative sociali in Europa. Da sempre è stato contrario alla Carta sociale, alla Dichiarazione dei diritti, gli inglesi avevano sempre avuto il modello di partecipare ai negoziati, dando l’impressione di poter aderire, senza poi farlo davvero. Uscendo la Gran Bretagna, nel medio periodo potrebbe tornare perciò il sociale all’attenzione. Il secondo aspetto è la crisi, ormai di lungo corso, che potrebbe portare a rimettere sul tavolo l’aspetto del sociale. Ci sono però due limiti a questo: anzitutto, l’Europa rimane un framework regolativo, con scarsissimi fondi propri. Si è pensato a dotare l’Europa di fondi che non siano trasferimenti da parte degli Stati membri, ma ciò potrebbe essere realizzato o attraverso campagne di raccolta di risorse, per esempio in caso di emergenza, oppure riducendo enormemente – se ne parla da 20 anni – il finanziamento della Politica agricola comune.  Il secondo limite alla possibilità di un’Europa sociale è rappresentato dal fatto che le società europee stanno divaricandosi, con un grande ritorno di temi nazionalistici, di enfasi sul tema degli interessi egoistici di ciascuno Stato, anche perché la crisi ha portato i vari membri a ripiegare su se stessi. Bisogna che L’Europa attenui la rigidità delle sue regole di bilancio, regole tra l’altro scritte tra persone che non si fidano l’una dell’altra. Ciò può essere pensato nel medio e lungo periodo, perché l’Europa non ha oggi strumenti giuridici e fondi per realizzare ciò.

E quindi, quale futuro? Quelle relative alla recente elezione del nuovo presidente sembrano più dichiarazioni d’intenti che altro…

La recente elezione interessa di più per questioni di vertice all’interno dell’Unione che non per questioni di politiche sociali. C’è un accordo da sempre tra socialisti e popolari per un’alternanza al vertice. Scaduti i due anni e mezzo di Schultz, i popolari hanno detto “adesso tocca a noi”. Ma attualmente i popolari controllano sia la presidenza della Commissione con Juncker, sia quella del Consiglio con Tusk.  Quindi, questa elezione in realtà apre il problema di sostituire Juncker, che ha ancora due anni e mezzo di mandato, abbastanza a breve. La Merkel ha affermato di essere abbastanza disposta a farlo. Con la recente elezione di Tajani, in effetti, è saltato un accordo tra socialisti e popolari esistente da diversi anni. In mancanza di questo accordo, ci sarà battaglia sulle candidature nuove. Non so quanto questo avrà un riflesso sulle politiche sociali.

Per portare avanti tali istanze, quale potrà essere il ruolo della Germania? 

A mio avviso, paradossalmente, la Germania è il grande malato perché è l’unica non malata!

Potrebbe risanare tutti gli altri, date le sue disponibilità, ma come?

La Germania è la grande vincitrice dell’euro, nonostante la sua preoccupazione sulla sua tenuta, sulla sua stabilità. Ha un surplus commerciale in crescita, in altri contesti ciò non sarebe mai stato accettato. Un tempo, quando tra Italia e Germania vi era un surplus dell’8%, si avviavano delle negoziazioni, per aumentare la domanda interna della Germania, al fine di comprare più beni italiani; in mancanza di un accordo del genere,  il Paese che aveva una bilancia negativa, svalutava la sua moneta e le merci diventavano più competitive. L’equilibrio un tempo si otteneva in questo modo: o si negoziava, o si svalutava. Oggi svalutare non si può e a negoziare bisogna essere in due. La Germania non pare negoziare, tutti le chiedono di aumentare la sua domanda interna ma non ne vuole sapere, sostiene che il merito di tale surplus sia della sua industria e così facendo sta portando l’Europa verso una crisi sempre più profonda. Avere un surplus del 10% non è sostenibile per i Paesi in negativo, perché porta ogni anno un trasferimento di risorse, tra l‘altro da un Paese più povero a un Paese più ricco. Per ora, non vedo da parte della classe politica tedesca una sensibilità a questo tema.

I margini di manovra sono dunque bassi. L’occupazione in Europa può essere un volano, anche nel sociale, incentivando di più i programmi di mobilità, penso all’ERASMUS, ma più in generale una maggiore integrazione del mercato del lavoro del Continente?

L’Europa potrebbe lanciare un grande piano per l’occupazione. Ma il vero disaccordo è su questo: molti economisti ritengono infatti che la struttura del mercato del lavoro dipenda da politiche nazionali di mercato del lavoro, innovazione, istruzione. Su queste politiche l’Europa non ha vere competenze, invita alle riforme, ma non ha molta possibilità di farle, rimane perciò legata ad una griglia regolativa molto rigida, ma non vedo la capacità di un tale sforzo. Un New deal europeo è molto difficile, il problema delle risorse resta determinante. La situazione politica è molto complessa in Europa, inoltre mi preoccupa il fatto che il discorso politico su di essa sia comunque negativo. Chi è che parla oggi in termini positivi dell’Europa?

Dovrebbe essere la classe politica – o almeno una sua corrente – a lanciare un discorso positivo sull’Europa…

Da questo punto di vista, siamo tutti colpevoli, perché tutte le forze politiche hanno sfruttato l’Europa. Tutti i governi sono pronti ad accaparrarsi meriti e attribuire all’Europa problemi. Non vedo forze politiche che vogliano sostenere un messaggio positivo. La frase “ce lo chiede l’Europa”, del resto, è stata usata da tutti, non solo dai populisti, per legittimare richieste. L’Europa appare come una “vecchia megera” che non ricorda altro che i compiti da fare a casa, le riforme da inserire, le regole da rispettare … In politica, dove bisogna lavorare sull’emotività dei cittadini, ciò non può che avere risvolti negativi. Ci sono messaggi negativi di questo tipo da una quindicina d’anni e con la crisi del 2008 tutto ciò è peggiorato.

E rispetto al contesto globale di oggi, come si può attuare una risalita?

Una rinascita in positivo può essere solo in questo: data la complessità del Mondo, le politiche di Putin aggressive – combinate con la nuova politica estera di Trump, che parla dell’obsolescenza della Nato e di un nuovo impegno con la Russia – potrebbero determinare una nuova sensibilità della Germania ad una Europa da costruire sul serio. Un’Europa senza l’appoggio americano deve per forza fare qualche passo positivo in avanti. Senza ciò, sarebbe abbandonata a se stessa. Questo non solo per Francia e Germania, ma anche per gli altri Paesi europei, penso a quelli ad Est, molto esposti.

Come cambierà la società europea in vista delle sfide future in materia di sicurezza, immigrazione e terrorismo? Si è rilanciato recentemente, con il ministro Pinotti, il tema della difesa europea…

Sì, può essere un collante, ma la difesa è anche un fatto di identità e coesione; le minacce esterne portano alla necessità di una maggiore coesione interna, di cui l’Europa dovrebbe preoccuparsi di più. Se questo nuovo presidente americano facesse seguire i fatti alle parole, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, perché l’Europa verrebbe sempre più marginalizzata.

L’Europa dovrà quindi fare da sé?

Abbiamo bisogno di più integrazione morale, etica, sociale, non solo di difesa! L’Europa avrà bisogno di una maggiore forza interna. Se i leader europei lo comprenderanno, senza concentrarsi più solo sul quadro regolativo, si farà sul serio un passo in avanti, anche perché quando si tocca il tema della sicurezza, questo assume la priorità su tutti gli altri.

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