venerdì, Ottobre 22

Rifugiati: verso una riforma di Dublino?

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Nel dettaglio, lo studio è suddiviso in tre parti: la prima dimostra che la necessità per i migranti di raggiungere l’Europa tramite viaggi rischiosi per mare è dovuta alle difficoltà burocratiche per ottenere un visto d’accesso e al sistema sanzionatorio che colpisce gli immigrati irregolari; la seconda illustra l’opportunità di un sistema di mutuo riconoscimento delle decisioni affermative in tema di diritto d’asilo; la terza, infine, suggerisce delle possibili alternative al sistema di Dublino, con l’auspicio di aprire un dibattito che apra la strada al suo definitivo superamento.

 

Vie d’accesso esistenti e alternative per garantire un arrivo legale e sicuro nel territorio dell’UE

Per affrontare la crescente crisi umanitaria a largo delle nostre coste, le autorità comunitarie hanno formulato un’apposita Agenda per l’immigrazione con tanto di iniziative (come il pattugliamento militare) volte a prevenire ulteriori tragedie del mare. Tale agenda, però -sottolinea il rapporto- lungi dal lenire le conseguenze della crisi, pone seri interrogativi dal punto di vista morale, giuridico e operativo.
Innanzitutto, negli anni ‘90 gli annegamenti del Mediterraneo erano all’epoca molto meno frequenti. L’impennata degli ultimi anni è dovuta alle restrizioni nel regime dei visti obbligatori, all’inasprimento sanzioni amministrative e penali a carico dei migranti irregolari e all’adozione di misure di controllo delle frontiere sempre più stringenti. Questi elementi, limitando le possibilità di un accesso legale all’interno dell’Unione Europea, di fatto costringono le persone in fuga da contesti di guerra e persecuzione a rivolgersi all’unico vettore disponibile, ossia i trafficanti di esseri umani.
C’è un altro aspetto che, secondo lo studio, si sta rivelando controproducente: l’insistenza con cui l’Europa cerca di far funzionare un sistema disfunzionale sta attirando sempre di più l’attenzione sia dei giudici nazionali che internazionali (la Corte di giustizia dell’UE e la Corte europea dei diritti dell’uomo) sotto il profilo della legittimità, in quanto le pratiche di controllo delle frontiere adottate dai singoli Stati sollevano quesiti in merito al rischio di trattamenti potenzialmente discriminatori. Inoltre, è palese il crescente senso di sfiducia che sta emergendo tra gli stessi Paesi membri, in un contesto dove invece dovrebbe prevalere lo spirito di solidarietà.
Il primo problema è come garantire alle persone bisognose di protezione internazionale un accesso sicuro al territorio dell’UE. In questo senso, auspica la rimozione e/o sospensione dell’obbligo del visto e delle sanzioni ai migranti, almeno per quelli astrattamente meritevoli dello status di rifugiato (es.: somali, eritrei e siriani), oltre alla previsione di canali umanitari attraverso i quali essi possano viaggiare in modo ragionevolmente sicuro.
In secondo luogo, è necessario sviluppare dei meccanismi per aiutare gli Stati membri a condividere le loro responsabilità di protezione internazionale per rendere il Sistema d’asilo più efficiente ed efficace. Inoltre, considerato che la maggior parte dei soggetti aventi diritto d’asilo sono ancora al di fuori dell’UE (pensiamo ai siriani ospitati nei campi profughi in Turchia), Bruxelles dovrebbe intensificare il proprio sforzo internazionale per aiutare i Paesi che al momento ospitano grandi popolazioni di rifugiati.

 

Mutuo riconoscimento delle decisioni d’asilo positive
In materia di domande d’asilo, l’attuale Sistema prevede il mutuo riconoscimento per le decisioni negative (nel caso in cui uno Stato respinga la richiesta, la decisione è valida in tutto il territorio dell’UE) ma non per quelle positive (in caso di accogilmento, il beneficiario ha diritto di soggiornare solo sul territorio dello Stato che lo ha accolto).
Secondo lo studio, il reciproco riconoscimento anche delle decisioni positive in materia di asilo sarebbe un ulteriore passo avanti nello sviluppo del CEAS perché favorirebbe una maggiore sostenibilità dei flussi, l’armonizzazione delle norme e un concreto rafforzamento dei diritti dei richiedenti asilo. In altre parole, il reciproco riconoscimento permetterebbe ai beneficiari di protezione internazionale la libera circolazione all’interno dell’Unione, consentendo loro di spostarsi e di risiedere anche al di fuori del Paese di primo arrivo.
Lo studio raccomanda al Parlamento europeo di incoraggiare la Commissione ad avviare una riforma in questo senso.

 

Alternative a Dublino e sistemi d’equilibrio finanziario
Nell’ultima parte, lo studio ribadisce che le carenze del sistema di Dublino sono strettamente legato alle problematiche emerse nelle prime due. La presenza di corridoi umanitari e di un meccanismo di accoglienza realmente comunitario, nonché la possibilità offerta ai richiedenti asilo di scegliere il Paese in cui presentare la loro domanda, avrebbero l’effetto di favorire una più equa distribuzione delle presenze, che oggi invece è quasi tutta a carico dei Paesi di frontiera. Questo è uno dei punti fondamentali per capire perché Dublino non funziona: gli Stati maggiormente soggetti ai flussi migratori evitano consapevolmente l’applicazione del Regolamento per consentire il deflusso dei migranti verso altre destinazioni, solitamente i Paesi del Nord. Incoraggiando di fatto l’egoismo tra gli Stati a scapito della solidarietà.
Altro aspetto che necessita una revisione riguarda lo spinoso problema delle misure coercitive. Lo scorso 27 maggio, la Commissione ha presentato un Documento di lavoro che pone l’accento sull’importanza di impronte digitali a tutti i migranti irregolari in arrivo, come richiesto dal Sistema ‘Eurodac. Confrontando le impronte, i Paesi dell’UE possono verificare se un richiedente asilo o un cittadino straniero, che si trova illegalmente sul suo territorio, ha già presentato una domanda in un altro Paese membro o se un richiedente asilo è entrato irregolarmente nel territorio dell’Unione. Lo studio ricorda che i metodi adottati per l’acquisizione delle impronte sollevano gravi quesiti legali, etici e pratici, invitando le istituzioni comunitarie ad assicurarsi che le procedure di raccolta delle impronte avvenga nel rispetto dei diritti fondamentali della persona ed evitando il ricorso alla coercizione fisica in tutti i casi in cui essa risulti ‘inutile’.
L’alternativa più ovvia a Dublino, conclude il documento, è creare un sistema basato sul riconoscimento del diritto ai richiedenti asilo di scegliere il Paese di destinazione, come auspicato dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti e come ribadito nei dettagli da un insieme di organizzazioni non governative tedesche. Ciò è in linea con la realtà attuale e con le criticità emerse nell’esperienza dell’attuale sistema. Altre proposte alternative suggeriscono che la redistribuzione delle presenze avvenga sulla base di parametri oggettivi che misurino la capacità di accoglienza dei singoli Stati membri, come la densità di popolazione, il PIL, la crescita economica e il livello d’avvenuta integrazione di richiedenti asilo e rifugiati già ospitati.
Naturalmente, qualsiasi proposta di riforma richiede un indispensabile impegno finanziario per essere implementata.
Un sostegno finanziario da parte dell’UE, opportunamente finalizzato e controllato, accompagnato ad una chiave di ripartizione più equa dei richiedenti asilo, indurrebbe i governi ad una maggiore attenzione nel rispetto dei propri obblighi.

 

Link esterni:

Il rapporto del LIBE Committee

L’Agenda UE per l’immigrazione

Il sistema ‘Eurodac’

 

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