martedì, Settembre 28

Rifugiati: la storia di Ahmad field_506ffbaa4a8d4

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Ahmad è un ragazzo siriano di 28 anni, è un artista e un ballerino classico, il suo sogno è incontrare Roberto Bolle. È nato in una cittadina nella campagna aleppina, nel nord del Paese, chiamata Manbij. Lì, ha fatto le scuole elementari. Nel 1999, lui e la sua famiglia si sono trasferiti in un sobborgo di Damasco, Sayeda Zaynab, non lontano dal campo palestinese di Yarmouk. Ahmad ha studiato lingua e traduzione inglese, poi, brevemente, ha frequentato l’Istituto Superiore di Arte Drammatica. Nel 2011, comincia la rivoluzione e Ahmad è costretto a lasciare l’istituto e Damasco. “Abitavo in un sobborgo a maggioranza sciita. Ce ne siamo andati perché a quel tempo gli sciiti sostenevano il regime, mentre i sunniti volevano cadesse. Non tutti, ovviamente. Siamo tornati a Manbij e lì è cominciato il mio viaggio.”

A Manbij, Ahmad ha messo in piedi uno spazio ricreativo nella vecchia casa del nonno. Un luogo fisico e dello spirito chiamato Home, ripreso nel film documentario di Rafat Alzakout.

Ma il ritorno a Manbij, territorio liberato dall’Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army – FSA), dura appena un paio d’anni. “I primi combattenti dell’ISIS non erano così aggressivi come i nuovi arrivati. Ci eravamo liberati di loro, ma i nuovi combattenti dell’ISIS sono venuti con intenzioni feroci. Hanno provato a eliminare tutti gli attivisti civili, quindi dovevamo andarcene. Sono partito per primo, poi la mia famiglia. Loro hanno anche tentato di rientrare a Manbij, a un certo punto, ma io ero sulla lista nera dell’ISIS. Mi accusano di essere un agente dell’Occidente e di diffondere la parola del diavolo.”

Ahmad comincia a raccontarci il suo esodo dalla Siria alla Germania, attraverso mezza Europa. Lo fa sorridendo, ride spesso. Un atteggiamento che sembra alleviare la pesantezza terribile delle sue parole, del suo racconto.

Sono arrivato ad Antakya [sud della Turchia NdA]alla fine del 2013. Lì, ho lavorato con la mia vecchia compagnia. Abbiamo messo in scena con dei pupazzi una versione funky di Cappuccetto Rosso. Abbiamo portato lo spettacolo in tour nella campagna di Antakya. Molte persone lì parlano Arabo.”

Dopo di questo, ho avuto un contratto con il DRC (Danish Refugee Council) per insegnare ai bambini come fare i pupazzi, come scrivere una storia, come trovare l’eroe di una storia e quale messaggio trarre dalla storia. È stato fantastico. Poi, mi sono trasferito a Urfa. Volevo mettere in scena una versione per bambini del Lago dei Cigni. Sono entrato in contatto con la IMC (International Medical Corps) e ho parlato con la direttrice del supporto psicologico della mia idea. Mi ha detto ‘va bene, ti lascio fare, ma ho bisogno di qualcuno che si occupi del gruppo per la violenza contro le donne’. Allora, ho cominciato delle lezioni di danza per donne adulte e abbiamo fatto una piccola parte del Lago dei Cigni. Ci sono voluti sei mesi per fare 15 minuti del Lago dei Cigni [ride]! È stato molto difficile! Penso che alla fine abbiamo capito che potevano farcela, ma non gli è permesso esprimersi. Io sono un uomo e loro sono delle donne, c’è una barriera. Non potevo correggerle perché non potevo toccarle. Avevo un’assistente donna, ma non sapeva nulla di danza quindi non poteva aiutarmi.”

Sono tornato ad Antakya, per lavorare con una compagnia di danza turca, ma presto sarei partito per la Germania…”

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In realtà, io non volevo andare in Germania. Mio fratello è partito per primo, da solo. Dopo due mesi, mio padre ha deciso che dovevamo andare anche noi. Mi ha detto che non avevo futuro in Turchia, che presto le ONG se ne sarebbero andate ecc. ecc… Io non mi sentivo ancora pronto, ma dovevo andare con lui.”

La prima volta, siamo andati a Istanbul e da lì a Edirna. Volevamo passare il confine a piedi. Poi abbiamo pensato di provare via mare. Funziona così: tutti sanno in quali caffè, a Istanbul, si ritrovano i trafficanti. Tu vai lì e chiedi. Ma per noi è stata una pura coincidenza. Eravamo nella provincia di Aksaray e abbiamo visto delle persone che si preparavano a partire. Abbiamo chiesto loro chi fosse il trafficante e ci hanno risposto ‘è un nostro parente, un brav’uomo’. Abbiamo deciso di andare da lui. Il giorno dopo, l’abbiamo incontrato in un caffè ed era una persona molto cortese. Gli abbiamo detto quanto avevamo e che non potevamo dargli di più. Abbiamo pagato $1000 ciascuno. Eravamo solo io e mio padre, il resto della mia famiglia ci ha raggiunto da tre settimane ma loro sono venute in aereo, è stato molto più facile!

Il giorno dopo, abbiamo raggiunto in autobus il punto di raccolta in riva al mare. Avevamo finito l’acqua ma il negozio più vicino era a sei o sette chilometri e avevo troppa paura di perdere la barca per allontanarmi. Avevo anche finito le sigarette, quello sì che mi ha fatto impazzire!

Siamo arrivati al punto di raccolta intorno alle sei o sette di mattina. Abbiamo aspettato fino alle cinque del pomeriggio. Hanno portato un gommone e noi, i passeggeri, lo abbiamo gonfiato. Faceva molto caldo, era agosto. Eravamo l’ultima imbarcazione, 43 persone. Il gommone era di misura standard, 25 persone. L’uomo [il trafficante NdA], ci aveva detto di non salire a bordo di un gommone con più di 40 persone, ma molti trafficanti caricano anche 50 o 60 passeggeri.”

Siamo partiti e c’erano dei bambini che piangevano. Ho cominciato a leggere ogni versetto del Corano perché ci proteggesse. Dopo 45 minuti siamo arrivati a Mitilene [sull’isola di Lesbo NdA]. I Greci sono davvero brava gente. Ci hanno dato il benvenuto e augurato buona fortuna, ci hanno solo chiesto di non gettare rifiuti e accendere fuochi. Eravamo preparati ad accamparci nei boschi o per le strade, ma non avevamo sacchi a pelo.”

Siamo arrivati ad Atene col traghetto. Poi, abbiamo raggiunto il confine con la Macedonia. La situazione lì era terribile. C’era un sacco di gente che aspettava di prendere il treno e potevi perdere la tua famiglia tra la folla. Io ho perso mio padre e l’ho ritrovato quando siamo arrivati. Abbiamo raggiunto il confine con la Serbia. Il primo villaggio serbo è a tre o quattro chilometri. Abbiamo dormito nei campi e acceso un fuoco perché faceva molto freddo di notte. Ci siamo mossi di prima mattina. La polizia serba lascia entrare dieci persone alla volta. C’era una donna incinta nel nostro gruppo e per questo ci hanno lasciato passare. È stato molto difficile perché in Serbia bisogna aspettare due giorni per avere i documenti – puoi stare tre giorni e poi devi andartene. Noi non potevamo aspettare perché mio padre ha il diabete e le sue medicine stavano finendo. Dovevamo muoverci in fretta, senza aspettare i documenti. Abbiamo trovato qualcuno che comprasse i biglietti per Belgrado per noi.”

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