sabato, Ottobre 23

Rifugiati: ancora un fallimento UE Fratture insanabili tra i 28: intanto spunta un nuovo vertice destinato a finir male

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La vice Presidente del Ppe Françoise Grossetête sostiene che la posizione del partito è molto coerente: “accogliere in buone condizioni i rifugiati, e respingere i migranti economici”. Facile raggiungere l’unanimità su questioni generali e di principio. I dolori arrivano “quando si entra nel merito delle questioni”. Le voci dissonanti, infatti, non hanno tardato ad arrivare: Romania, Ungheria e Slovacchia, sono i tre Paesi che hanno frenato di più l’accordo di lunedì scorso sull’aumento delle quote obbligatorie: “è un sistema che attirerebbe un maggior numero di migranti, portando a ulteriori movimenti di massa che potrebbero minacciare il sistema delle frontiere aperte dell’Europa”, hanno precisato.

I popolari europei ammettono di essersi sentiti ‘confortati’ dalle dichiarazioni fatte dalla Cancelliera Merkel a fine agosto: “ha ridato onore alla nostra famiglia politica”, dicono dal Ppe. Ma si è trattato di “un gesto che ricorda che non solo la Germania è terra d’immigrazione. L’intera Europa lo è. Il che obbliga tutti noi a mettere velocemente in cantiere una politica comune sull’immigrazione legale ed illegale”.

Più prudenza sulle recenti iniziative prese dal premier ungherese: “non bisogna confondere i migranti economici con i rifugiati”, fanno notare. Ma se la Grossetête sostiene che Orban si sta marginalizzando”, i falchi tedeschi vanno in suo sostegno. E’ il capogruppo del Ppe al parlamento europeo, il tedesco Manfred Weber, a spezzare una lancia in favore del leader ungherese: “Orban non è la pecora nera d’Europa. Chiede solo che siano rispettate le regole di Dublino e di Schengen, le quali impongono di proteggere le proprie frontiere esterne e che i rifugiati senza documenti accettino di farsi registrare. Tutto ciò è legittimo”. Quanto alla retromarcia della Merkel, Weber fa notare che “la decisione della Germania di aprire le proprie frontiere era stata presa per far fronte ad una situazione d’emergenza”, precisando quindi che si sarebbe trattato “un’azione di breve termine”. Adesso, ha continuato il capogruppo Ppe “è essenziale che l’afflusso di rifugiati venga canalizzato e organizzato”.

Anche il Ministro dei trasporti Alexander  Dobrint, esponente della Csu tedesca, ha chiesto «misure urgenti  ed efficaci per bloccare il flusso di profughi», accusando al tempo stesso la politica Ue di difesa dei confini: «è un fallimento», dice. Attacco che qualche giorno fa ha fatto scattare la decisione di  sospendere Schengen e reintrodurre i controlli alle frontiere  tedesche.

Da Bruxelles confermano che il prossimo Consiglio Ue degli  Affari interni «non sarà facile». Non ci sarà, insomma, «una soluzione immediata», come sostiene la commissaria Ue al Commercio, Cecilia  Malmstrom: «il problema è di lungo  termine. Ci  sono dittature e povertà ai confini dell’Unione europea e dobbiamo  aspettarci molti altri arrivi». Previsione, quest’ultima, peraltro confermata negli  ultimi dati di Frontex: «nei primi otto mesi sono 500mila i  migranti entrati nella Ue. 156mila solo nel mese di agosto», sostiene l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere Ue.

Il problema, quindi, è che, mentre a Bruxelles si va a tutto teatrino, ai confini dell’Unione la situazione si deteriora ogni giorno che passa: frontiere chiuse, muri, eserciti a presidiare i confini, leggi d’emergenza (solo qualche notte fa in Ungheria è entrata in vigore quella che prevede l’arresto e la detenzione fino a cinque anni degli immigrati irregolari). In assenza di qualsiasi tipo di direttiva dall’alto, ciascuno si vede costretto ad improvvisare e fare quel che può come può. E a chi non può fare, non resta che intimare agli altri di fare: la Merkel è tornata a chiedere ad Italia e Grecia di accelerare sulla pratica degli hotspot e a premere, insieme al cancelliere austriaco Werner Faymann, per la convocazione di un nuovo summit dei capi di Stato e di Governo. Ma il gruppo di Visegrad, capitanato dai premier slovacco Robert Fico e ceco  Bohuslav Sobotka resta sul piede di guerra. A breve sarà il Presidente del Consiglio europeo  Donald Tusk a dover prendere una decisione.

 

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