martedì, Settembre 21

Rifugiati: ancora un fallimento UE Fratture insanabili tra i 28: intanto spunta un nuovo vertice destinato a finir male

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Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Basta sostituire Roma con Bruxelles e Sagunto con uno a scelta tra i tanti confini europei pressati dall’ondata migratoria, e ci si renderà conto di come la situazione -quanto a capacità e velocità di risposta della politica-  non sia cambiata granché. Nonostante l’attesa ‘messianica’ che ne aveva accompagnato la vigilia e le grandi aspettative di cui era stato circondato, il Consiglio Giustizia e Affari Interni tenutosi lunedì scorso a Bruxelles, alla presenza dei Ministri competenti del 28 Paesi membri, si è rivelato un buco nell’acqua. Nessuna novità, dal momento che l’unica decisione è stata quella di rinviare la discussione ad una nuova riunione. Ma secondo autorevoli fonti europee è improbabile che  si arrivi ad uno showdown sui ricollocamenti.

Solito copione: dopo l’ambizioso discorso sullo Stato dell’Unione tenuto dal Presidente Jean Claude Juncker, le solenni promesse fatte dai governi sono durate lo spazio di un mattino. Gli interessi particolari hanno preso il sopravvento un minuto dopo l’avvio delle trattative e alla fine si è usciti dalla riunione di lunedì con una soluzione di compromesso al ribasso che non ha risolto il problema, ma che è servita solo a darsi una foglia di fico onde non essere costretti ad ammettere il fallimento.

E’ la stessa Commissione europea ad ammetterlo quando sottolinea che «si è trattato di un primo passo», precisando che si è solo all’inizio: «molto resta ancora da fare per far fronte all’enorme sfida che l’Europa ed i suoi cittadini stanno affrontando in questo momento». O ancora quando è lo stesso Commissario all’Immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, ad ammettere di essere uscito «molto deluso» dalla riunione di lunedì: «Mi aspettavo più appoggio da tutti. Ci sono Paesi che hanno una prospettiva più nazionale che europea».  

Le conclusioni ufficiali della ministeriale confermano la delusione dei leader Ue. Sparisce dal documento finale l’intesa sui 160mila ricollocamenti. Gli Stati membri, infatti, hanno scelto di mostrare la loro ‘solidarietà’ (come scrive la Commissione) mettendosi d’accordo solo su 40mila rifugiati. Un numero che era già stato sdoganato dal Consiglio europeo di giugno, ma che in questi mesi non ha mai visto attuazione pratica. Al danno si aggiunge la beffa: perché sui 120mila restanti si parla di ‘accordo in linea di principio‘, il che vuol dire che la ricollocazione non è tuttora automatica e obbligatoria.

Il processo di superamento del Regolamento di Dublino resta anch’esso lettera morta, così come il piano di incentivi finanziari per i Paesi che accolgono, nonché degli speculari disincentivi per i Paesi che rifiutano l’accoglienza. Rinviata a data da destinarsi, infine,  anche la lista dei cosiddettisafe Countries‘, al momento l’unico strumento pratico ed immediato di contrasto all’immigrazione clandestina, in quanto permetterebbe subito la distinzione tra il rifugiato politico (che va accolto) ed il migrante economico (che invece andrebbe rimpatriato).

«Il mondo ci osserva. E’ tempo per ognuno di noi di fare i conti con un maggiore senso di responsabilità», fanno trapelare i funzionari della Commissione europea. E sarà forse a causa di questo imbarazzo generale se, dopo giorni di riflessione, la presidenza di turno dell’Unione europea, detenuta questo semestre dal Lussemburgo, ha deciso di anticipare un nuovo Consiglio dei Ministri dell’Interno Ue per martedì  22 settembre. L’obiettivo è quello di tentare il tutto per tutto, e riuscire ad arrivare ad un draft comune da sottoporre al prossimo vertice dei capi di Stato e di Governo, programmato per metà ottobre, ma che con buone probabilità potrebbe essere anticipato. Nello specifico, precisa il Ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn, «La presidenza vuole che il Consiglio adotti una decisione su un meccanismo per la redistribuzione di 120mila persone con la necessità di protezione internazionale dagli Stati membri esposti a flussi migratori massicci».  

A sentire parlamentari e funzionari Ue, le possibilità di giungere ad un accordo omnicomprensivo delle misure elencate nel piano Juncker al momento restano alquanto scarse. E questo anche a causa delle forti spaccature trasversali che sono venute a crearsi all’interno delle famiglie politiche europee. Il Partito popolare europeo (Ppe), maggioritario nelle istituzioni Ue, è quello che dietro un’unità di facciata più mostra i segni della fragilità, in particolar modo dopo la tensione venutasi a creare all’interno tra i supporter della linea ‘porte aperte’ adottata dalla Cancelliera Angela Merkel ed i sostenitori della linea dura voluta dal Premier ungherese Viktor Orban.

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