domenica, Settembre 19

Riforme? per ora solo promesse Non c’è dubbio che se queste promesse si tradurranno in fatti concreti, il consenso a Renzi è destinato a consolidarsi

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Renzi governo

A proposito di Matteo Renzi si racconta che il suo ‘fare’ e il suo ‘dire’ politico si ispiri a un leader oggi praticamente dimenticato, e interessato solo a far quattrini: Tony Blair. In effetti Blair ha prima conquistato il Partito Laburista, lo ha poi rivoltato come un guanto, poi ha governato a lungo. Anche Renzi si è impadronito del Partito Democratico, ha praticamente ‘rottamato‘ i ‘vecchidel partito, ora siede a palazzo Chigi. Renzi fa progetti a lunga scadenza, ed è perfettamente legittimo. Però, oggi, al 10 di Downing Street siede il leader conservatore David Cameron. Leader del centro-destra in grado di contendere la leadership dell’ex sindaco di Firenze, oggi non se ne vedono; ma in politica, mai dire mai.

Grazie al vistoso, e, per molti versi, inaspettato successo alle elezioni per il Parlamento Europeo, Renzi ha potuto ricompattare attorno a lui il PD, tacitando le voci dissenzienti, che ora si trovano in evidente difficoltà. Si spiega così l’elezione di Matteo Orfini alla presidenza del partito, o la rassicurante assicurazione che saranno ripristinate le feste dell’Unità, segnali simbolici per rassicurare un elettorato confuso e perplesso, mentre contemporaneamente i ‘dissidenti’ vengono relegati a ruolo marginale, ‘rottamati’.

La sinistra ha perso alcune importanti, e fino a ieri indiscusse, roccaforti: Livorno e Perugia le più significative. La causa di queste sconfitte senza dubbio è da attribuire a un ceto politico locale che ha stomacato l’elettore. E’ già accaduto: prima a Bologna, poi a Parma. I bolsi burocrati dell’apparato piddino non riescono proprio a capire che hanno tirato troppo la corda, hanno giocato troppo sporco. E alla fine si preferisce dare fiducia a un oscuro candidato del Movimento 5 stelle o a un altrettanto oscuro candidato del centro-destra. E’ anche vero che il PD ha conquistato roccaforti del centro-destra, Bergamo, Pavia, e altre città amministrate da Forza Italia o dalla Lega.

Cosa ricavarne? I ‘messaggi’ sono almeno due: uno che quasi mai viene preso in considerazione e valutato, il forte astensionismo. Non è un astensionismo ‘qualunquista’ come un tempo; è un astensionismo consapevole, ragionato, quello di un italiano su due che diserta le urne (e non consideriamo le schede bianche o annullate). Questo significa che l’offerta politica continua a essere carente. Un segnale pessimo.

Il secondo elemento chiama pesantemente in causa il Presidente del Consiglio. Il suo successo sta a significare che il Paese si attende riforme efficaci e profonde, un Paese stanco di parole e di promesse. Non c’è dubbio che se queste promesse si tradurranno in fatti concreti, il consenso a Renzi è destinato a consolidarsi. Altrimenti gli elettori cercheranno un altro cavallo su cui puntare.

Il voto ormai ha perso ogni collante ideologico. L’elettore, ormai, è più sensibile a questioni come l’aumento delle tasse (a proposito: Confartigianato ci avverte che nel 2013 le imprese hanno speso 30,9 miliardi di euro per gli adempimenti ordinari; e al fisco hanno versato 25 miliardi in più rispetto alla media europea). Si può dire che non esiste praticamente più un ‘popolo della sinistra’, ma neppure un ‘popolo berlusconiano’. Gli elettori sono ormai una comunità fluida, che non ha remora a mutare posizione in base alle sue concrete convenienze. Sulla preferenza da tracciare sulla scheda più che il ‘cuore’ pesa il portafoglio.

Per ora Renzi ha fatto bingo, ma ora si trova a dover fare i conti con un Paese ridiventato povero, e che non è preparato a restarlo per ancora svariati anni. Da questo punto di vista, il successo di Renzi al momento non ha cambiato nulla. Se nelle prossime settimane cambierà qualcosa, lo si vorrebbe poter credere, ma al momento non lo si può davvero fare.  

 

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