sabato, Aprile 17

Riforme e Quirinale è la posta in gioco Regionali: test per Renzi e Berlusconi

0

elezioni-regionali-2014

 

Dovrebbero essere elezioni per individuare candidati capaci di amministrare gli uni una Regione sazia, gonfia, e per questo gravata da una serie di problemi e nodi che vengono al pettine (e si parla dell’Emilia Romagna); e l’altra, la Calabria, oppressa da mali antichi che si sommano a nuovi non meno onerosi. Dovrebbero; al solito sono elezioni cariche di significato politico, e costituiscono dunque un test sia per il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che per il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Forza Italia da tempo è timorosa dell’affermarsi della Lega di Matteo Salvini; e Renzi, consapevole del fatto che la sua politica e la sua azione di Governo non entusiasma più come un tempo, sta giocando con spregiudicatezza al ‘dividi et impera’: il crescere della Lega va tutto a favore di Renzi: indebolisce Berlusconi e rende più facile la strada per l’intesa che si vuole perseguire con il cosiddetto ‘patto del Nazareno’; Salvini, inoltre, costituisce inoltre un ottimo ‘bau bau’ che può compattare un PD diviso e frastornato; e dal momento che lo stagno in cui sia la Lega che il Movimento 5 Stelle vanno a pescare i loro consensi è simile, ottiene anche il risultato di indebolire Beppe Grillo, che non per un caso in questa campagna elettorale si è fatto vedere pochissimo: consapevole che la partita in quest’occasione non porta punti e che è meglio non pregiudicare la propria immagine.
I risultati che contano, e che verranno attentamente analizzati, saranno tuttavia quelli relativi alla partecipazione: non sarà possibile eludere, come si è fatto in occasione delle ultime elezioni per il Parlamento Europeo, la consistente percentuale di elettorato che sceglie di non votare. In Emilia-Romagna, ha votato il 37,7% degli elettori (alle Regionali del 2010 erano stati il 68% e alle europee di pochi mesi fa il 70%), in Calabria hanno votato il 44,1% degli aventi diritto (avevano votato il 59,3% alle precedenti regionali mentre alle ultime europee il 45,5%)
Renzi e il suo Governo, inoltre, avranno la possibilità di misurare se e quanto sia pagante lo scontro frontale, mai accaduto con la durezza di questi giorni, con la CGIL e il movimento sindacale nel suo complesso.
Le cifre di partenza: alle europee, per il PD votarono 1,2 milioni di emiliani; in Calabria, sempre il PD di Renzi, ha sbaragliato gli avversari, toccando la percentuale del 35,8 per cento. La fiducia nell’operato e nelle promesse del Presidente del Consiglio si quantifica con queste cifre. Scommessa ambiziosa per Renzi, ma anche Berlusconi sta giocando con il fuoco: in palio c’è la leadership del centro-destra.
Il capogruppo degli azzurri alla Camera Renato Brunetta minimizza: «La cosa mi interessa poco»; ma il solo fatto che senta il bisogno di farlo, sta a dimostrare che la questione c’è tutta. Il mini-test calabro-emiliano è l’antipasto dello scontro e di quello che potrà accadere a primavera: quando a votare saranno chiamate sette regioni, alcune, come Campania, Puglia e Veneto, determinanti per elettorato e forza economica. Sullo sfondo, inoltre, un altro appuntamento cruciale: quello per l’elezione di chi dovrà sostituire al Quirinale il Presidente Giorgio Napolitano. Renzi vuole arrivare a questo appuntamento forte dei risultati sul Jobs act e la legge elettorale.

Per questo Renzi gioca la carta dello scontro aperto con il sindacato e la sua sinistra, e punta ad approvare il Jobs Act in tempi brevissimi. «Basta con le analisi del sangue», intima palazzo Chigi, rivendicando come politica di sinistra quella del Governo, e bollando come conservatori coloro che si oppongono. Polemiche destinate a rinfocolarsi. Uno dei leader della minoranza, Stefano Fassina, contesta l’intera linea politica di Renzi, e dice a destra e manca che non ha alcuna intenzione di votare il Jobs Act: «Questo PD mi preoccupa perché è sempre più in linea con gli interessi più forti e meno vicino agli interessi e alle domande delle persone che cercano lavoro e che sono precarie». Gli dà man forte un altro leader della minoranza, l’ex Presidente del PD Gianni Cuperlo: «Così come è, il Jobs act non lo posso votare. Aspetti positivi ci sono ma ci sono anche aspetti critici sui quali il dissenso, la differenza di giudizio è profonda e ha a fare con delle convinzioni che riguardano l’idea che ho del mercato del lavoro e dei diritti e della dignità della persona». Renzi, proprio sul Jobs Act si gioca molta della sua credibilità, e vuole arrivare la prossima settimana al voto della Camera, cosicché il provvedimento sia in vigore già da gennaio: una fretta, si giustifica, per la necessità di attirare investimenti e rilanciare l’economia.

Osservatore disincantato ma non indifferente, e forte dell’esperienza di chi nella sua vita ne ha viste davvero tanto, Emanuele Macaluso, un patriarca della sinistra italiana, osserva che nello scontro di Renzi con il sindacato è presente «una conflittualità aspra, quasi come quella che esisteva negli anni ’50 del secolo scorso…Non dico che tutto l’agire della CGIL sia ben fatto. Anche il sindacato ha le sue responsabilità, ma è rischioso delegittimarlo in un momento di tensioni e scontri sociali di piazza. Se si indebolisce il sindacato, arriviamo alla jacquerie. Se non si capisce questo, si è fuori strada». Quello che Macaluso dice, in sostanza, è che al di là di Renzi, è sul PD che converrebbe ragionare: «Non c’è più confronto reale, dibattito. La vita democratica è anche discussione tra idee. Non bastano le primarie. Occorre confrontarsi sui valori di riferimento, per dare un senso allo stare insieme».
Si avrà modo di riparlarne.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->