martedì, Maggio 11

Riforma penitenziaria: il rischio di anacronistici salti indietro Il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico chiede ai capigruppo di Montecitorio una "riflessione" sul decreto legislativo che attua la riforma delle carceri

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L’abbia fatto strumentalmente, per “spiazzare” il compagno di partito Luigi Di Maio che su questo è piuttosto tiepido; l’abbia fatto perché una volta che si ricopre un incarico di responsabilità istituzionale “l’abito” costringe a volte a fare il “monaco”; sarà per un’intima convinzione, fatto è che il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico chiede ai capigruppo di Montecitorio una “riflessione” sul decreto legislativo che attua la riforma delle carceri, «sulla base delle notazioni del garante nazionale per i detenuti». Fico ricorda che il Governo ha insistito per l’assegnazione di questi due decreti legislativi all’esame della commissione speciale, e annuncia di avere ricevuto una nota dalle Camere Penali nella quale si fa riferimento ad una astensione dall’udienza come forma di protesta in ragione della mancata assegnazione alla commissione speciale dei decreti legislativi; lo stesso Presidente della Repubblica, riferisce, «ha chiesto notizie sull’andamento dei lavori».

   C’è questo “lavorio”, dietro l’“appello” alle forze politiche che solo qualche giorno fa si sono espresse in maniera contraria (Lega, Movimento 5 Stelle, Forza Italia); ai “colleghi” Fico dice di non esprimere adesso la loro posizione, “ma di riflettere in vista della prossima conferenza dei capigruppo nella quale questo tema verrà affrontato“.

   Palla al balzo prontamente raccolta dal ministro per i rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. Intervistata da “Radio Radicale”,Finocchiaro  di aver «molto apprezzato questo intervento del Presidente Fico, non solo personalmente ma in quanto rappresentante di questo governo che ha molto lavorato su questi temi». Sulla stessa linea d’onda il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Intervistato da “Un giorno da pecora”, dice: «Ho apprezzato molto l’appello del presidente della Camera, la riforma delle carceri è provvedimento urgente». Posizione condivisa dal neo capogruppo dei deputati del Partito Democratico Graziano Delrio: «Accogliamo con favore l’invito del presidente della Camera ai gruppi di riconsiderare quella scelta per approdare ad una nuova decisione che consenta il via libera in tempi brevi dei decreti già nella prossima conferenza dei capigruppo».

   Una cauta soddisfazione traspare anche dalla presa di posizione della radicale Rita Bernardini, da anni impegnata sul fronte giustizia, e animatrice di mille iniziative nonviolente con l’obiettivo di approvare la riforma. «Ci sento tutta la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, senza alcuna esternazione ma lavorando in silenzio, richiama tutte le istanze politiche all’obbligo di servire la Costituzione per affermare Stato di diritto e democrazia. Ne abbiamo più che mai bisogno proprio in questo momento della vita istituzionale del nostro Paese».

   Si tratta di una riforma “sentita”, e da tempo attesa, dall’intera comunità penitenziaria. «La legge penitenziaria del nostro Paese risale a 43 anni fa, parla di un mondo, di una società e di un carcere che hanno subito profonde trasformazioni. Il decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario, con cui a dicembre il governo Gentiloni ha dato seguito alla delega ricevuta dalla legge, ha portato una ventata di modernità nel quadro normativo aprendo alle pene alternative o di comunità». E’ la valutazione del Coordinamento Enti e Associazioni di Volontariato Penitenziario (SAEC). Disperdere il frutto di questi sforzi condivisi, valuta Laura Marignetti, presidente del SAEC, «significherebbe fare un anacronistico salto indietro oltre che rischiare sanzioni mortificanti da parte delle autorità europee. La certezza della pena non significa necessariamente una pena immutabile. Le nuove disposizioni portano una ventata di modernità nel quadro normativo aprendo alle pene alternative o di comunità, già largamente applicate in altri Paesi occidentali».

 Il destino della riforma penitenziaria «è incerto, ma la classe politica non deve essere ostaggio del consenso e non deve aver paura di approvare un testo che non è uno svuota carceri, ma una riforma di civiltà», è l’accorato appello di don Raffaele Grimaldi, per 25 anni cappellano a Secondigliano, e da un anno ispettore generale dei cappellani italiani. «Nessuno può essere escluso da un processo di recupero e ravvedimento». Dal proprio vissuto trae, senza retorica, un’esortazione alle istituzioni e alla società: «Il carcere non deve essere inteso come unica strada per rassicurare l’opinione pubblica in tema di sicurezza. La riforma può essere un valido strumento per dare una chance a chi ha sbagliato. Le misure di comunità aiutano nel reinserimento delle persone detenute nella società».

  I magistrati di sorveglianza e quanti sono chiamati quotidianamente ad amministrare le carceri “sul terreno” non nascondono le difficoltà del momento, col sovraffollamento in crescita: 58.223 detenuti su 50.613 posti disponibili al 31 marzo (più 51.042 “misure di comunità”, per un totale di 109.265 persone sottoposte ad esecuzione penale). Alcune situazioni strutturali sono irrisolte da decenni. Nel carcere romano di Regina Coeli, nota il presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia Giovanni Pavarin, «manca ancora il refettorio, obbligatorio dal 2000. E se il volontariato sparisse dalle carceri, il sistema imploderebbe qualche giorno dopo». Il provveditore regionale per l’Amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise, Cinzia Calandrino si dice «molto triste per questa mancata riforma». Il suo omologo per la Puglia e la Basilicata, Carmelo Cantone, la ritiene “necessaria” anche se «il problema sono i fondi: bisogna investire in modo intelligente. Come si fa a pensare che il taglio di 4mila agenti penitenziari non avrà ripercussioni?». Emilio Santoro, giurista e docente di Filosofia del diritto a Firenze, segnala episodi paradossali, «come un concorso per mediatori culturali verso i detenuti stranieri, aperto solo a chi ha la cittadinanza italiana». Marcello Bartolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, osserva: «Io la speranza nella riforma non la perdo, ma oggi sembra arrivata al capolinea. Le commissioni speciali hanno scelto di occuparsi di altri temi urgenti».

   Questa la situazione, questi i fatti. C’è tutto questo, dietro l’iniziativa del presidente Fico.

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