sabato, Maggio 15

Riforma PA: innovare il diritto di cittadinanza Parla il relatore della legge delega, il senatore Giorgio Pagliari

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Il Senato con 145 voti a favore, 97 contrari e nessun astenuto, ha approvato, ieri martedì 4 agosto, in via definitiva la legge delega sulla riforma della PA (Pubblica amministrazione).

Non si tratta di una semplice riorganizzazione ma di una vera e propria riforma”, commenta Giorgio Pagliari, senatore del Pd, relatore della legge, “su cui, peraltro, il Parlamento ha avuto questa volta un ruolo centrale, com’è testimoniato anche dall’approvazione del ddl avvenuta senza voto di fiducia. Un’impresa ancora più positiva se si considerano la quantità e la complessità delle materie e degli interessi toccati”. Una riforma che dovrebbe avere, peraltro, un notevole impatto sulla finanza pubblica: gli economisti dicono che dovrebbe valere 0,4 punti di Pil, con un effetto espansivo sui principali indicatori di finanza pubblica, a partire da debito e indebitamento netto.

 

Senatore Pagliari, quali sono le principali novità della riforma?

Sono molte. Si va dalla digitalizzazione dei procedimenti al silenzio-assenso, dal riordino normativo per le società partecipate e dei servizi pubblici, alle norme per la trasparenza, contro la corruzione e lo sperpero di denaro pubblico, dalla prassi della conferenza dei servizi all’autotutela sulle attività del privato, dal wi-fi obbligatorio negli uffici pubblici al numero unico per tutte le emergenze, il 112. Tutte misure destinate a cambiare il volto della P.A., i rapporti con cittadini e imprese e la funzione stessa del dipendente pubblico.

 

Qual è la ‘cifra’ del provvedimento?

Si tratta di una riforma che affronta la difficile prova di ridisegnare e tutelare, naturalmente in modo perfettibile, profili importanti del diritto di cittadinanza. E lo fa innovando. Perché la tutela dei diritti oggi non sta nella loro declamazione e nella difesa dell’esistente, ma nella loro ridefinizione secondo i valori della Costituzione; sta nella nostra capacità di dare ad essi maggiore effettività ed attualità, com’è richiesto dagli articoli 2 e 3 della Carta costituzionale.

 

In Senato però solo Pd e Ap hanno votato a favore, tutti gli altri contro.

In generale si può dire che su questa riforma si è creato un circuito virtuoso che ha permesso di discutere nel merito senza pregiudiziali. E oggi abbiamo una legge che ha assunto la sfida del cambiamento e che tale sfida ha portato avanti, senza certezze ma non in modo né imprudente né improvvisato. Per questo mi dispiace di non aver sentito da alcuni gruppi nel dibattito finale al Senato parole di confronto nel merito di una sfida che è di tutti. E mi dispiace in particolare di aver ascoltato da parte del Movimento 5 Stelle parole di puro disfattismo, che sono le parole di chi non ha idee alternative. Vorrei capire quale riforma hanno letto e commentato i Cinquestelle. Forse hanno visto un film diverso che li ha portati a condurre una battaglia che non è una battaglia per l’Italia, ma per il disfattismo: quel disfattismo che è per loro solo un terreno di conquista.

 

Gli oppositori criticano le 15 deleghe al governo sui decreti attuativi, tra cui spicca quello della scrittura di un nuovo testo unico sul pubblico impiego. Non hanno qualche ragione?

I decreti attuativi sono molti perché è ampia la materia a cui abbiamo messo mano. Difficile fare diversamente.

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