martedì, Settembre 21

Riforma MiBACT 'inquietante'? field_506ffb1d3dbe2

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La Riforma del Ministero per i Beni, le Attività Culturali e il Turismo (Mibact) è ormai delineata. La struttura viene colpita dalla spending review che porta ad una riduzione delle Direzioni, suddivise tra quelle Generali Centrali e quelle Regionali che seguirebbero la riforma in senso federale dello Stato. Non mancano, però, le duplicazioni di competenze e le sovrapposizioni di potere, che non giovano alla speditezza ed efficienza della struttura. Le critiche nel corso di questi mesi non sono mancate, e, anzi, stanno proseguendo.

Sono state tagliate alcune Direzioni Regionali (che passano da diciassette a tredici), grazie agli accorpamenti fra Abruzzo e Molise, Basilicata e Puglia, Liguria e Piemonte, Marche e Umbria. Le Direzioni Centrali restano otto, più la nona dedicata al Turismo.
La Direzione alle Antichità (con competenza sui beni archeologici dell’Italia) è stata accorpata con quella delle Belle arti, il Paesaggio e l’Architettura facendo nascere una macro Direzione al Paesaggio e al Patrimonio Storico e Artistico, che tuttavia perde il settore dell’Arte e Architettura Contemporanea assimilato dalla Direzione generale dello Spettacolo dal vivo. Restano inalterate le Direzioni Generali per gli Archivi, quelle delle Biblioteche e del Cinema, mentre sparisce quella della Valorizzazione, nota per le imprese di Mario Resca.
L’unica direzione generale di carattere burocratico-amministrativo esistente finora si triplica in una dedicata all’innovazione, una all’organizzazione del personale e una al bilancio e ai contratti (che si dovrebbe occupare anche dei bandi e degli appalti).
Un’altra novità è la creazione dell’Ufficio di Pianificazione, che si aggiunge al già noto Segretariato. Questo nuovo ufficio corrisponde a un’altra Direzione Generale, ma alle dirette dipendenze del Ministro Massimo Bray, che ha previsto anche uno staff personale di 110 elementi, anche di provenienza esterna all’Amministrazione.

La tutela viene spezzata in due parti: quella riguardante il Paesaggio resta alle Direzioni Regionali, i Beni relativi al patrimonio Culturale passano alle Soprintendenze che però dipendono dalle Direzioni Regionali. Questo crea delle sovrapposizioni di competenze e potere con la Direzione Generale al Patrimonio Storico e Artistico e al Paesaggio.

Le Dirigenze burocratiche da due sono divenute cinque, togliendo la specificità e caratteristica tecnico- scientifica ad un Ministero che era stato fondato da Giovanni Spadolini nel 1974 proprio con quella finalità.

Abbiamo intervistato sulla questione Irene Berlingò, Direttore archeologo del Ministero e Presidente di Assotecnici (Associazione tecnici del Ministero Beni Culturali).

 

La riforma del Ministero punta al risparmio. Ma quali sono i dati salienti?
La riforma del Ministero nasce dal dettato della Spending Review e dal fatto che bisognava adeguare il numero dei posti di Dirigente Generale al numero imposto per le dotazioni organiche dei Ministeri. Effettivamente per il Mibact era stato indicato un numero massimo di dirigenti. Tra gli uffici dirigenziali di prima e seconda fascia il numero imposto deve essere ridotto a ventiquattro, compreso l’unità per il Turismo che è stata da poco assegnata al Mibact. Da questo ne è disceso che poteva essere fatta una mera riduzione di posti dirigenziali, per esempio levando la Direzione Generale per la Valorizzazione che da tante parti si giudicava abbastanza inutile per il duplicarsi delle attività in comune con altre Direzioni Generali. Poteva anche essere scelta la strada più semplice di accorpare qualche posto di Direttore regionale. Le Direzioni regionali sono state viste da più parti come una duplicazione dei livelli dirigenziali rispetto alle Direzioni Generali Centrali. La catena di comando è diventata, da quando sono state attuate le Direzioni Regionali, molto più complessa dal centro verso la periferia; per questo si pensava a uno snellimento di questi uffici. In effetti a ciò si è arrivati con un accorpamento fra qualche sede e una diminuzione di soli quattro posti di Direttore Regionale. Tutto questo non è molto rispetto a quello che si pensava. Si è preferito invece percorrere la strada di una riforma che coinvolgesse tutto il Ministero, cambiando anche le Direzioni Generali di settore. Al posto di una Direzione Generale Amministrativa ne vengono fatte ben tre, tradendo così la ‘mission’ del Ministero che era nato per essere prevalentemente tecnico. Si è creato anche un altro organo dirigenziale amministrativo, cioè l’Unità di Pianificazione degli obiettivi e dei programmi, che in qualche modo si sovrappone al Segretariato. Il risultato è una moltiplicazione di livelli amministrativi. Dall’altra parte si sono soppresse e accorpate le Direzioni Generali più squisitamente tecniche: cioè quella dell’Archeologia e quella per il settore Storico-Artistico e Architettonico, che sono state unite sotto il nome di Direzione Generale per il Paesaggio e il Patrimonio Storico Artistico. Scompare, quindi, anche il termine di Archeologia da questa Direzione, che poi sarebbe quella più tecnica. In più sono state scorporate l’Arte e l’Architettura Contemporanea dal Patrimonio Storico-Artistico e Architettonico, facendole  confluire nella Direzione dello Spettacolo, cui viene aggiunto il Patrimonio immateriale, mentre i Beni Etnoantropologici rimangono di competenza della Direzione Storico-Artistica. C’è anche qui una duplicazione non chiara. Le Direzioni Regionali, ridotte di numero mediante alcuni accorpamenti, diventano quattordici (invece che diciassette), con competenze più o meno invariate. L’intento di snellire le competenze delle Direzioni Regionali a favore delle Soprintendenze, nell’ottica di una razionalizzazione dei passaggi burocratici, non viene attuato. Inoltre si affida alle Soprintendenze, volendo pensare a un potenziamento delle stesse, l’emanazione del decreto di vincolo di importante interesse, tranne quello paesaggistico, che rimane in capo al Direttore Regionale. Questo rappresenta la novità: prima il Soprintendente faceva la proposta  di istruttoria che veniva mandata prima all’originario Ufficio Centrale, poi alle Direzioni Regionali, che emanavano il decreto perché ci voleva la figura di un Direttore Generale per firmare il decreto. L’affidare la proposta, la dichiarazione e l’emanazione del decreto ad un Soprintendente fa venir meno il criterio di terzietà, imprescindibile per garantire trasparenza e uniformità di trattamento. Tra l’altro viene previsto il passaggio della proposta alla Direzione Generale Centrale, con l’obbligo di pronunciarsi entro trenta giorni: un tempo non sufficiente per reperire i necessari elementi di valutazione e a dare un’esauriente risposta. In pratica si ha uno sbilanciamento burocratico dei compiti del Ministero e un depotenziamento dal punto di vista della tutela tecnico-scientifica.

La Direzione per le Antichità sarà accorpata a quella delle Belle Arti. Come considera questa decisione?
È una decisione non soltanto formale, ma anche preoccupante nel merito, perché in questo caso si perde la specificità dell’Archeologia che è l’unica disciplina storica ad avvalersi della tecnica euristica dello scavo. Il suo accorpamento con altre materie in un’unica Direzione Generale, sia pure tecnica, la fa rimanere schiacciata. Le competenze tecniche di questa unica Direzione rimangono soverchiate da un lato dal moltiplicarsi delle Direzioni Generali di carattere amministrativo, e dall’altro dalla sopravvivenza delle Direzioni Regionali. Si tratta di una semplificazione che dal punto di vista strutturale depotenzia la tutela.

La vostra associazione ha proposto un sit-in davanti al Collegio Romano a Roma. Credete che questa dimostrazione porti a dei risultati e se sì quali?
Speriamo che il Ministro Bray accolga le nostre richieste. I tempi sono abbastanza stretti e confidiamo che l’appello non si perda nel nulla.

Il settore contemporaneo sarà accorpato alla Direzione generale dello Spettacolo dal vivo. Che ne pensa di questo accorpamento?
Dicevo prima che scorporare l’Arte e l’Architettura Contemporanea dal Patrimonio Storico-Artistico e Architettonico è un’operazione inquietante, perché quelle discipline fanno parte del contesto architettonico. Tra l’altro si poteva in questo caso riportare in auge la vecchia Direzione Generale dedicata a tali beni, la ex DARC, che comprendeva arte e architettura contemporanea, ma oggi farla confluire con lo spettacolo è un’idea abbastanza bizzarra.

Che cosa crede porterà l’aggiungersi della Direzione Generale Turismo?
Il Turismo avrebbe bisogno certamente di molte più risorse di quanto in genere disponga un Ministero come questo. Personalmente vedrei bene il turismo più dipendente dalla Presidenza del Consiglio, che non accorpato ad un Ministero che da sempre naviga in cattive acque sotto il profilo finanziario. Secondo me la mancata unione dei Beni Culturali con il Paesaggio, cioè con l’ambiente, è sempre un danno per la tutela paesaggistica della Nazione.

Si crea un Ufficio di Pianificazione alle dirette dipendenze del Ministro e uno staff  di 110 unità estranee all’amministrazione.
Si tratta, innanzitutto, di una duplicazione di livelli, perché è in sostanza un sovrapporsi di compiti precipui del Segretariato. In momenti come questi di Spending Review certamente non è così che si contiene la spesa.

Nella riforma, dunque, ci siano delle sovrapposizioni di competenze?
Sì, certamente. Come dicevo il sopravvivere delle Direzioni Regionali (alle quali non sono state tolte competenze, che rimangono più o meno invariate), fa sì che ci sia sempre una duplicazione con l’unica Direzione Generale di carattere tecnico, che rimane assolutamente stretta da una parte dalle Direzioni Generali Amministrative, dall’altra da quelle Regionali. Non è così che si snellisce la macchina burocratica.

Come pensa si dovrebbero ristrutturare le varie Direzioni?
Le Direzioni Generali sono una duplicazione delle Regionali e viceversa.  Se ci sono le Direzioni Regionali sul territorio, non dovrebbero esserci le Direzioni Generali. Forse era il caso di puntare su una Direzione Generale Amministrativa al centro soltanto, ma siccome ormai la tendenza è quella di eliminare o, per lo meno, ridurre tantissimo le Direzioni Regionali, allora quelle Generali dovrebbero rimanere tali senza perdere le  proprie specificità.

Crede che la Riforma così concepita provochi una difficoltà di riassestamento del settore. Se sì perché?
Sì, certamente. Questa è l’ennesima riforma in pochi anni: credo sia la sesta nel giro di un decennio. Già la macchina si è rallentata moltissimo per effetto di tutte queste riforme che non hanno fatto altro che appesantire i livelli gestionali, e questa è l’ennesima riforma che se non bloccherà la macchina, tuttavia renderà molto difficile farla funzionare al meglio.

Crede che con le nuove Direzioni generali di carattere amministrativo oltre al Segretariato si possa cambiare e rendere più efficiente il Ministero? Se sì o no perché?
Non credo che questo giovi ad un Ministero che doveva essere appunto soprattutto tecnico. È un sovrapporsi burocratico di compiti e lo sdoppiamento di funzioni tra gestione del personale, bilancio e innovazione (con ben tre Direttori Generali al posto di uno) fa molto pensare.

Crede che il ruolo dei tecnici venga ulteriormente penalizzato?
Certamente sì, perché già il numero di essi è molto molto esiguo. Basti pensare che gli archeologi sono tra le 350 e le 400 persone; gli storici dell’arte e gli architetti sono intorno alle 500 unità. Tutta la riforma ne viene segnata, a scapito della tutela sul territorio, e i tecnici finiscono per rimanere schiacciati dalla concezione burocratica dei compiti del Ministero.

 

 

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