martedì, ottobre 23

Riforma fiscale e debito privato: gli Usa si muovono su un campo minato Aumentano le incognite sul futuro economico degli Stati Uniti

0

Le forti riduzioni fiscali contestuali alla radicale riforma tributaria concepita dall’amministrazione Trump hanno avuto l’indubbio effetto di sospingere verso l’alto i salari, cosa che nelle previsioni degli esperti del Dipartimento del Tesoro si sarebbe dovuta tradurre o in aumento dei consumi – su cui si basa l’economia Usa – o in incremento dei risparmi, o nell’estinzione dei debiti pregressi. L’auspicio di Washington era quello di ottenere tutti e tre i risultati simultaneamente, ma per ora si registrano dati non sempre all’altezza delle aspettative.

Nei mesi di maggio e giugno, si assistito a due incrementi consecutivi dei consumi core (cioè al netto degli acquisti di automobili) pari rispettivamente allo 0,8% e allo 0,5%, a fronte di vendite al dettaglio che avevano segnato una preoccupante frenata nei mesi precedenti. Secondo l’Us Census Bureau, l’aumento su base annua si è attestato al 6,6%. Secondo l’economista James Knightley, questi risultati sono la conseguenza diretta della riforma fiscale trumpiana. L’altro indicatore che l’ufficio di statistica statunitense considera particolarmente incoraggiante è la disoccupazione, attestatasi al 3,9%. Si evita tuttavia di prendere in esame la strutturale disfunzionalità dei metodi di calcolo, i quali omettono di rilevare che su una popolazione di 325 milioni di persone e una forza lavoro che annovera quasi 258 milioni di unità, oltre 95 milioni di adulti risultano inoccupati e 6 milioni sottoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica (una percentuale che oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%) è ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto dello sganciamento del dollaro dall’oro e degli shock petroliferi.

Il fattore su cui né la Federal Reserve né l’Us Census Bureau trasmettono dati rassicuranti è rappresentato tuttavia dall’andamento dei debiti privati. Analogamente a quanto accadeva molto prima dello scoppio della crisi del 2008, i cittadini statunitensi ricorrono sistematicamente all’indebitamento per mantenere il proprio standard di vita. Sotto questo aspetto, le tre voci che costituiscono motivo di maggiore preoccupazione sono i prestiti legati alle carte di credito, i mutui studenteschi e i finanziamenti per l’acquisto di automobili erogati a clienti sub-prime.

Per quanto concerne le carte, i dati indicano che il totale dei debiti contratti dai possessori corrispondono a circa 800 miliardi di dollari, con le insolvenze in costante crescita dal 2011 ad oggi – gli istituti maggiormente coinvolti sono Citigroup, Bank of America, Jp Morgan Chase e Wells Fargo. Il tutto mentre le sofferenze bancarie legate ai prestiti alle aziende conoscono una progressiva contrazione. Segno che le famiglie non riescono a trarre benefici adeguati dall’andamento dell’economia, cosa che mette a dura prova la credibilità della teoria reganiana del gocciolamento’ (trickle down) su cui si basa l’architettura della riforma fiscale introdotta da Trump.

I prestiti studenteschi, cresciuti da 600 a quasi 1.400 miliardi di dollari tra il 2008 e il 2018 (secondo fattore di indebitamento privato dopo i mutui immobiliari), rappresentano probabilmente il principale elemento critico per l’economia Usa, perché vedono una quota crescente degli oltre 42 milioni di cittadini statunitensi coinvolti ritrovarsi nell’impossibilità di saldare il conto con regolarità. Le insolvenze sono arrivate a toccare l’11% del totale. All’origine del fenomeno vi è la tipologia strutturale del prestito studentesco, per sua natura scollegato dallo stato del mercato del lavoro su cui si regge la solvibilità dei contraenti. In presenza di una congiuntura economica problematica come quella attuale, i neolaureati si imbattono in notevoli difficoltà a reperire un’occupazione retribuita in misura tale da consentire loro di estinguere i debiti. Inoltre, il prestito studentesco non contempla la possibilità di dichiarare default, e va quindi restituito nella sua interezza a prescindere dalle condizioni di vita del contraente che rischia così di trascinarsi il fardello debitorio per buona parte della propria esistenza sottraendo risorse ai consumi.

Meno allarmante per quanto riguarda l’impatto socio-economico risulta la pur seria situazione dei prestiti per l’acquisto di automobili (corrispondente a circa 1.200 miliardi di dollari) poiché la quota dei finanziamenti in questione erogata a contraenti sprovvisti di credenziali affidabili ammonta all’8%. Cifra contenuta, ma comunque in crescita costante dal 2013 (quando si attestava attorno al 5%). In diversi casi, tali prestiti sono stati inoltre cartolarizzati e assemblati con altre tipologie di debito dando origine a strumenti derivati.

Secondo l’economista Martin Hellwig, «prese singolarmente, nessuna di queste voci può rappresentare un fattore scatenante di una prossima crisi, gli importi non sono paragonabili a quelli dei mutui per la casa e i debitori sono diversi […]. Tuttavia, devo sottolineare che i numeri aggregati del debito per gli Stati Uniti rimangono preoccupanti come per altre aree del mondo. In sostanza, dal 2007 ad oggi, non c’è stata alcuna riduzione del debito, nemmeno in termini relativi». La differenza tra l’attuale stato dell’economia e quello relativo al periodo pre-crisi è data dal fatto che oggi i debiti tendono a minacciare il tenore di vita dei cittadini statunitensi, e in forma minore lo stato patrimoniale delle banche. La situazione potrebbe poi sfuggire di mano nel caso in cui la Federal Reserve dovesse proseguire con la sua politica di ‘normalizzazione monetaria’, destinata ad accrescere il peso reale dei mutui sottraendo risorse ai bilanci domestici. Non è un caso che Trump si sia scagliato duramente contro la Fed, arrivando a ventilare l’ipotesi di assumerne in controllo de facto piazzando propri fedelissimi nel Board of Governors con lo scopo di tenere la barra in direzione del mantenimento di tassi di interesse contenuti. È forse alla luce di tutto ciò che il governo ha optato per la ri-deregolamentazione del sistema bancario (con la rimozione della Volcker rule), nella speranza di liberare gli istituti di credito dal ‘sistema di lacci e lacciuoli’ – per usare un’espressione cara a Guido Carli – che limita considerevolmente le loro possibilità di prestare denaro.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore