sabato, Novembre 27

Riforma elettorale, il convitato di pietra Draghi ostenta indifferenza: non è nel programma. I partiti, per ora, non scoprono le loro carte. Obiettivo prioritario: spazzare via i piccoli. Per ora tengono banco le polemiche sui temi della giustizia

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Le polemiche sui temi della giustizia, e in particolare le accuse al fulmicotone tra Associazione Nazionale dei Magistrati (ANM) da una parte, Partito Radicale e Lega dall’altra, tengono banco. L’ANM che con il suo Presidente, Giuseppe Santalucia, sostiene che «di solito la funzione del referendum è fare da pungolo quando un governo è distratto, ma ora non è così, il motivo è un altro»; e promette che la magistratura associata saprà reagire. Dall’altra Maurizio Turco (radicali) e Matteo Salvini (Lega), che denunciano una clamorosa invasione di campo, e invocano un intervento del Presidente della Repubblica: sottolineano come da Santalucia sia arrivato un intollerabile e grave attacco al referendum, istituto previsto dalla Costituzione, di cui Sergio Mattarella è custode. Siamo solo all’inizio di polemiche al fulmicotone, che saranno destinate fatalmente a intensificarsi. Anche perché le riforme annunciate e predisposte dal Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, segnano il passo, per i veti incrociati delle forze politiche che sostengono il governo di Mario Draghi. Si tratta comunque di riforme che riguardano altro rispetto ai quesiti referendari.


Se nei prossimi giorni saranno le questioni relative alla Giustizia che terranno banco, sullo sfondo, per ora, una problematica ancora è sotto traccia, ma destinata a esplodere: la nuova legge elettorale.
Draghi si chiama fuori: ha anche troppe gatte da pelare con Recovery e PNRR; la legge elettorale non fa parte del programma. I partiti, per ora, non scoprono le loro carte. Chiedete a qualsivoglia leader politico; svicolerà: «ai cittadini non interessa»; «i problemi sono altri».
Sarà senz’altro così. Ma nelle stanze riservate di Partito Democratico e di Lega, di Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia, e tutti gli altri nessuno escluso, eccome ci si pensa, a come andare alle elezioni politiche, comunque vicine, sia che si vada a scadenza naturale, sia che siano anticipate. Nulla di ufficiale, per ora siamo ballon d’essai, utilizzati per tastare il terreno e studiare le reazioni; come i riferimenti di volta in volta di Letta o di Salvini, sulla necessità di ripensare l’attuale normativa.
E’ comunque un nodo che prima o poi dovrà essere sciolto, una ineludibile questione. Da settimane, con molta discrezione, gli sherpa dei vari partiti sono al lavoro per elaborare almeno una cornice entro la quale avviare un confronto. Non si è raggiunta ancora una piattaforma di base, presupposto fondamentale per non andare a votare con la legge attuale: il cosiddetto Rosatellum, a suo tempo predisposto dall’attuale presidente di Italia Viva, Ettore Rosato. Un sistema elettorale a suo tempo voluto da Matteo Renzi, ancora segretario del PD, con il dichiarato scopo dipunireelettoralmente il centro-destra. E’ poi, per beffa, accaduto esattamente il contrario; e ora a essere strangolati per primi da questo sistema elettorale sarebbero proprio coloro che l’hanno ideato; chi l’ha aspramente criticato (il centro-destra), preferisce guardare, e ostenta indifferenza.

Ai tempi del governo Conte due, PD e M5S puntavano inqualcosain senso proporzionale: un primo giro per proprio conto; poi le alleanze per il governo, in Parlamento, ad urne chiuse. Forze politiche, e singoli parlamentari, con sostanziali mani libere, al di là dei pronunciamenti ufficiali. In fondo è così che è nato il Conte 1 (Lega-M5S) e poi il Conte 2 M5S e PD). Si è poi finiti con il quasi tutti appassionatamente attorno a Draghi. Schemi politici che potevano reggere fino a quando la Lega era abbarbicata alla sterile posizione anti-Unione Europea e su posizioni che ormai la stessa francese Marine Le Pen ha abbandonato. Ha invece prevalso il lavorio ai fianchi di Giancarlo Giorgetti, da sempre sensibile alle ragioni, più che concrete, del mondo industriale e imprenditoriale leghista del Nord, che con l’Europa ci vive e lavora. Salvini ha accettato la linea tracciata da Mattarella; in questo modo di fatto è finito alle ortiche un sistema elettorale che non prevede alleanze prima del voto.

Ora i fatti incontrovertibili sono almeno due: il centro-destra, Salvini per primo, considera non discutibile presentarsi alle elezioni con un cartello che si candida a governare in caso di vittoria; altro punto fermo: nessuna riforma di legge elettorale è possibile se non si raggiunge un accordo con la Lega.
Ne consegue che chi si fa portatore di una legge elettorale proporzionale senza vincoli di alleanza o non sa cosa dice, o in realtà lavora perché si vada ad elezioni con l’attuale normativa. Tertium non datur.

Qui ora si scade su un apparente tecnicismo che però è destinato ad avere profonde conseguenze politiche. Se si accetta il criterio di alleanze prima del voto, è opportuno predisporre un premio di coalizione per arrivare a un margine ‘sicuro’ di maggioranza dei seggi da assegnare allo schieramento maggioritario; o meglio che i partiti si spartiscono, attraverso trattative e compromessi, do ut des necessariamente poco limpidi, i candidati dei collegi uninominali? La prima ipotesi è quella che si segue, per esempio, per le elezioni nei Comuni. Eliminare i collegi uninominali di coalizione (in sostanza con elezioni a turno unico), saranno inevitabili liste bloccate; in concreto all’elettore si impedisce di scegliere chi lo rappresenterà. Non manca poi chi propone di recuperare la vecchia legge elettorale del Senato o quella per le Province. Una bella matassa da sbrogliare.
Stefano Ceccanti, costituzionalista e autorevole voce del PD per le questioni istituzionali, è drastico: «Chi mette in alternativa al Rosatellum una legge elettorale che non prevede alleanze preventive, di fatto lavora perché il Rosatellum rimanga e si vada a votare con la legge attuale». Se dovesse accadere, i primi a essere le vittime del Rosatellum sarebbero i suoi fautori: Matteo Renzi e la sua creatura, Italia viva. I sondaggi da questo punto di vista sono unanimi e impietosi. Ma anche con un’eventuale riforma elettorale, il risultato sarebbe identico.


Notazione finale: nessun singolo partito ha speranza e possibilità di superare la soglia del 30 per cento; nessun singolo partito ha speranza e possibilità di poter governare da solo, o comunque di essere il sole che scalda i pianeti. Questo l’assunto fondamentale di cui occorre tenere conto, quando si discuterà seriamente della legge elettorale. Per ora silenzio; non durerà per molto ancora.

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