sabato, Settembre 18

Riforma della Difesa italiana: poche speranze di essere approvata

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Il ‘Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa‘ è stato redatto dal Governo italiano nell’intento di ottimizzare un «modello professionale agile, con piena parità di genere e sempre più integrato a livello internazionale» nel solco della riforma già avviata dalla seconda metà degli anni Novanta. Meno burocrazia e doppioni strutturali traducono l’obiettivo primario della semplificazione e di una maggiore efficienza organizzativa, mediante la riduzione delle spese e degli organici -sia civili che militari- in continuità con il disposto della Legge-Delega n. 244/2012 per la revisione dello strumento militare nazionale.

Nel Capitolo 2 del ‘Libro’ citato, dedicato all’evoluzione dello scenario strategico internazionale, si fa espresso riferimento a due fenomeni geopolitici «concorrenti e concomitanti », capaci di influenzarlo specificamente : l’alta e rapida globalizzazione delle problematiche, che influenzano il sistema-mondo attraverso  interconnessioni di senso che alimentano la metafora del ‘villaggio globale’, e un «parallelo processo di frammentazione, che genera indebolimento strutturale e destabilizzazione specialmente delle identità statali meno forti o di nuova costituzione».

In questa prospettiva, l’Italia si pone come attore determinante per la regione euro-mediterranea, comprendente l’Europa, i Balcani, il Mar Nero, il Medio Oriente e i Paesi del Maghreb.

Volgendo lo sguardo al passato recente, in base a un Report del 2016 dell’ Istituto Affari Internazionali   (IAI), tre sono gli elementi fondamentali che connotano la politica di sicurezza e difesa attuata dal Governo Renzi  tra il 2014 e il 2016. Oltre all’adozione del ‘Libro Bianco’, che offre un orientamento strategico funzionale allo sviluppo e alla gestione dello strumento militare nazionale, si rileva l’impegno delle Forze Armate nel Mediterraneo, con una traduzione di risorse dall’Afghanistan all’Iraq funzionale al contrasto dello Stato Islamico. Il terzo elemento consiste nell’impegno costante della nostra Marina militare nel bacino del Mediterraneo, in risposta alla gestione dei soccorsi in mare e al contrasto dei trafficanti di persone – soprattutto sulla rotta libica.

Il Report è stato scritto a quattro mani da Alessandro Marrone (Responsabile di ricerca nel Programma di Sicurezza e Difesa dell’Istituto) e Vincenzo Camporini, Generale dell’Aeronautica ed esperto in questioni strategiche di politica internazionale di Sicurezza e Difesa. Partendo dalla nostra realtà istituzionale, Camporini ci ha parlato dell’evoluzione di questa politica rispetto agli equilibri europei e internazionali di cui l’Italia è parte.

 

Generale Camporini, nella nostra storia recente (diciamo, a partire dall’ingresso dell’Italia nell’area Schengen, ponendosi come frontiera mediterranea di quella realtà territoriale), quali sono i fattori che più hanno influenzato le scelte di politica estera inerenti alla sicurezza e alla difesa e quali orientamenti ha adottato l’Italia in proposito?

La politica estera nazionale, inclusi gli aspetti relativi alla sicurezza e alla difesa, si caratterizza per una sostanziale continuità, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: leale e coerente appartenenza all’Alleanza Atlantica e attiva e propulsiva partecipazione al processo di una progressiva integrazione europea. In questo senso i recenti sviluppi, dagli accordi di Schengen in poi, non hanno portato sostanziali novità, con uno sforzo teso ad alimentare nei Paesi alleati l’attenzione all’area mediterranea. Gli eventi degli ultimi anni relativi ai crescenti flussi migratori hanno ulteriormente stimolato queste posizioni, che hanno comportato uno sforzo straordinario per le attività di sorveglianza e soccorso, attività che hanno evidenziato in modo assai concreto agli Alleati la serietà del problema e la necessità di una risposta collettiva.

 

Potrebbe identificare le eventuali disfunzioni strutturali presenti nel sistema giuridico e le maggiori criticità (destinazione delle risorse umane ed economiche, sviluppo dello strumento militare) dell’organizzazione italiana?

Nel 1997, su impulso del Ministro Beniamino Andreatta, il Parlamento approvò una riforma radicale delle strutture della Difesa nazionale, volta a far evolvere lo strumento militare nel senso di una forte e razionale integrazione interforze. Tuttavia, il discendente regolamento applicativo attenuò fortemente questo carattere innovativo.  Solo lo scorso anno, con la pubblicazione del ‘Libro Bianco’ della Difesa, il tema è stato ripreso in forma organica. Purtroppo, il relativo disegno di legge delega giace in Parlamento con pochissime speranze di essere approvato – almeno in Senato. Si tratta di un provvedimento indispensabile per assicurare alle Forze Armate la funzionalità necessaria per il futuro, anche per avviare a soluzione alcune criticità che necessitano una correzione.

Per esempio?

Ne cito due in particolare, che certo non esauriscono la casistica, ma che mi sembrano criticità molto significative. La prima riguarda l’età media del personale militare, che per il particolare tipo di impiego deve essere tenuta ragionevolmente bassa; tuttavia, con le attuali dinamiche di reclutamento e di pensionamento, essa è destinata a salire a livelli inaccettabili. La seconda criticità concerne la quota di bilancio destinata all’esercizio, cioè ad addestramento e manutenzione dei mezzi, compressa in modo inaccettabile dai tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni e che ha fortemente ridotto la disponibilità operativa dei mezzi  terrestri, navali o aerei che siano.

 

Quanto incide l’aspetto percettivo della sicurezza, lungo il confine mobile tra  sicurezza esterna/interna, sul bilancio delle politiche di difesa e sicurezza  in ambito nazionale ed europeo (PESD)?

Nel quadro attuale, mentre il confine tra sicurezza interna ed esterna è necessariamente sfumato, non altrettanto può dirsi delle istituzioni e dei mezzi destinati alle due diverse esigenze: da un lato, le forze dell’ordine; dall’altro le Forze Armate. L’impiego di queste ultime in operazioni di vigilanza del territorio dovrebbe essere considerato un fatto eccezionale e limitato nel tempo, anche se incide in modo significativo sulla percezione della sicurezza da parte  dell’opinione pubblica, in quanto da un lato ha un’ efficacia operativa largamente sovrastimata, dall’altro sottrae una cospicua aliquota degli organici ad attività addestrative meglio finalizzate all’impiego di istituto. Purtroppo la tendenza, in modo simile a quanto accade in altri Paesi dell’Unione, va in direzione opposta, anche in ragione degli ultimi tragici eventi di cronaca.

 

Quali sono gli esiti e i traguardi ottenuti dall’Italia nelle operazioni di peacekeeping?

L’Italia ha saputo conquistarsi un ruolo specifico nelle attività di peacekeeping, grazie alla qualità e all’intelligenza del proprio personale da un lato e ad una singolare capacità in campo addestrativo dall’altro.  In particolare – ma non solo – penso ai Carabinieri, che sono stati impiegati efficacemente in tutti i teatri operativi:  dai Balcani Occidentali all’Afghanistan, all’Iraq, per citare solo i contesti più rilevanti. Le operazioni di pacificazione, di fronte all’instabilità degli attuali equilibri internazionali (che è aumentata dalla fine della Guerra fredda), al sorgere di nuovi nazionalismi e a una ri-localizzazione dei conflitti, chiamano in causa i confini dell’idea stessa di pace e di uso legittimo della forza armata.

 

La strategia sottesa a queste operazioni non stride con i flussi  di armamenti destinati dall’Italia a Paesi come l’Arabia Saudita, che impiega  anche le nostre armi nella guerra in atto contro lo Yemen?

Non vedo in ciò nessuna contraddizione con la fornitura di equipaggiamenti militari a Paesi amici e formalmente presenti in coalizioni di cui facciamo stabilmente parte. Vale la pena ricordare che la normativa nazionale per il trasferimento di sistemi d‘armamento è una delle più rigorose al mondo e viene applicata con scrupolo, anche per le pesanti conseguenze penali in caso di inosservanza.

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