venerdì, Settembre 24

Riforma del Titolo V, avanti senza fretta field_506ffb1d3dbe2

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Azzariti

Eliminazione delle materieconcorrentifra Stato e Regioni e ritorno allo Stato di alcune materie. Per ora entra in un Post-it il progetto di riforma del Titolo V della Costituzione (funzioni di Regioni, Province e Comuni) sul quale il 18 gennaio si sono accordati il Segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. I dettagli dovrebbero arrivare presto, comunque: il Segretario del Pd vuole che i relativi provvedimenti siano presentati in Parlamento entro il 15 febbraio e che le Camere approvino in prima lettura entro la fine di maggio (poi servirà un altro sì a distanza di almeno tre mesi, come prevede la Carta). La scadenza di febbraio è nell’allegato alla relazione di Renzi alla direzione del Pd che è stata approvata da quest’ultima il 20 gennaio. La riforma, per ora è là, in qualche riga.

Come detto, in primis c’è l’eliminazione delle materie ‘concorrenti’ fra Stato e Regioni, quelle per le quali la potestà legislativa è condivisa  -lo Stato fissa le linee guida e le Regioni producono le norme in base ad esse. Poi c’è il ritorno allo Stato di alcune materie, fra le quali «grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione nazionale e relative norme di sicurezza; produzione, trasporto e distribuzione nazionale di energia e programmi strategici nazionali per il turismo». E contestualmente alla riforma, «per ragioni di sistema», si avrà l’eliminazione dei rimborsi elettorali per i Consiglieri regionali e l’equiparazione dell’indennità dei Consiglieri regionali a quella del Sindaco della città capoluogo di regione. Di questo, e della necessità di cambiare le regole sulle Autonomie locali per ridurre la confusione istituzionale e gli sperperi, abbiamo parlato con il professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Sapienza di Roma.

 

Professor Azzariti, i conflitti istituzionali e lo spreco di denaro pubblico hanno portato sotto accusa le autonomie locali. È solo l’incapacità e disonestà di singoli o l’autonomia attuale non funziona?

Non si può separare nettamente i due aspetti, sono fra loro collegati. Da un lato non pretendo che le leggi bastino a impedire reati, malversazioni e altri scandali che troppo spesso si verificano, dall’altro è certo vero che il sistema di controllo istituzionale favorisce il ‘peccato’, i comportamenti disonesti. Servono regole severe per limitare i danni o ridurre al minimo una situazione patologica.

Molte soldi delle Regioni arrivano dallo Stato, che deve anche aiutare quando ci sono ‘buchi’ da riempire. Come responsabilizzare gli amministratori? Più autonomia fiscale?

Penso di sì. È un sistema assai complesso, comunque: c’è una relativa autonomia fiscale e lo Stato è costretto a riempire i ‘buchi’. I casi differenti di Roma e Napoli, poi, dimostrano che la dipendenza da Roma può creare disparità e conflitti, visto che per la Capitale si è intervenuti con il decreto ‘Salva Roma’. Certo è anche vero che l’autonomia regionale deve fare i conti con i princìpi di solidarietà nazionale. Molto spesso il principio in base al quale tutta la ricchezza di un territorio deve restare all’interno di questo non fa i conti con il fatto che siamo uno Stato nazionale e la ricchezza deve essere ridistribuita nei modi stabiliti dallo Stato.

La riforma in senso federalista del Titolo V avutasi nel 2001, approvata dal centrosinistra a maggioranza semplice e confermata da referendum, fu frettolosa? Da ultimo, lo stesso presidente del Consiglio Gianni Letta l’ha definita “un errore clamoroso”.

Tutti riconoscono che è frettolosa e malfatta. Gli stessi ‘amici’ del titolo V riconoscono che è necessario un cambiamento urgente, e credo che questo dimostri come quella legge sia stata fatta male. Spero se ne tragga una lezione istituzionale: le riforme, in particolare quelle costituzionali, devono essere pensate bene e a lungo, non fatte in fretta.

Che cosa non andava in quella riforma?

Il primo sintomo del malfunzionamento è stata la crescita esponenziale della conflittualità fra Stato e Regioni. A causa dei conflitti di attribuzione, la legislazione in materia regionale sottoposta alla Corte costituzionale è aumentata in modo esponenziale. Ciò mostra che il ruolo dello Stato e delle Regioni è stato costruito male, tanto che chi vuole riformare il Titolo V propone di ridistribuire le materie.

La riforma del Titolo V di Renzi e Berlusconi cancellerebbe la materia concorrente fra Stato e Regioni. Può migliorare il sistema?

Riformare la costituzione è complicato, non si fa a colpi di slogan. Ad oggi non c’è ancora un testo articolato su quella riforma del Titolo V, che aspettiamo con fiducia; mi risulta che il solo testo scritto sia rappresentato da nove righe nella relazione di Renzi alla direzione del Pd sull’accordo con Berlusconi. In quelle righe ci sono slogan da riempire di contenuto. La prima indicazione è eliminare le materie concorrenti. Su questo forse il punto più critico del titolo V è l’articolo 117, in cui si ripartiscono le materie fra Stato e Regioni. Ritengo necessaria una semplificazione, ma che la si possa realizzare semplicemente cancellando le materie concorrenti… voglio vedere di che si tratta. È un’operazione più complicata di quanto appaia. E in quelle nove righe si indicano nuove competenze per lo Stato, su reti strategiche, trasporto e turismo.

Si sta tornando a uno Stato centrale forte e in qualche modo accentratore?

Per tanti anni siamo passati per la retorica del federalismo, per la quale tanto più si delegava alle Regioni tanto meglio era, e ci siamo trovati con un federalismo confuso, perché la riforma ha portato ulteriore disordine. Mi auguro non si passi a un’altra retorica, quella dello Stato centrale. Vorrei ricordare che la nostra Costituzione vigente, in un principio fondamentale e quindi incancellabile, dice che si deve individuare un equilibrio fra autonomie locali e unità nazionale.

Contestualmente alla riforma si eliminerebbero i rimborsi elettorali per i consiglieri regionali e si equiparerebbero le indennità dei consiglieri regionali a quella del Sindaco della città capoluogo di regione. La fine per certe spese pazze?

Che ci sia esigenza di ‘impoverire’ la politica lo condivido, ed è necessario tagliare indennità troppo elevate, soprattutto in questi tempi di crisi. C’è un altro profilo, però: le malversazioni sono state anche dettate da assenza di controlli e da contributi non a singoli ma a gruppi consiliari, che li spendevano come abbiamo letto. È necessario finanziare l’attività politica, i gruppi parlamentari e consiliari; si tratta di finanziarli bene, esercitare forme di controllo e ridurre la spesa. Non si deve concedere troppo alla retorica, la democrazia ha comunque un costo. Da cancellare sono gli eccessi.

In base a ciò che si sa della riforma Renzi-Berlusconi, quanto è reale il rischio di svuotare di competenze e dunque di ‘senso’ le autonomie locali?

Per ora c’è solo un’intenzione, corretta e apprezzabile: modificare il Titolo V. Certo mi preoccupa leggere che le nove righe di Renzi si concludono con un cronoprogramma molto stretto, visto che la scadenza per la presentazione in Parlamento dei provvedimenti è il 15 febbraio. Ricordando l’esperienza della riforma del 2001 inviterei a non farsi accecare dalla fretta.

Berlusconi aveva già tentato di riformare il Titolo V nel 2005. Nota somiglianze fra la riforma in discussione e quella del centrodestra, all’epoca bocciata con referendum?

La ratio e il contesto sono completamente diversi. Nel 2005 si volle riformare l’intera seconda parte della Costituzione: forma di Stato e di Governo, Corte costituzionale e chi più ne ha più ne metta. In questo caso si ragiona su una singola parte della Costituzione. Nel merito dei contenuti, non so; come detto, non c’è ancora alcun testo articolato.

Come sarebbe l’Italia oggi se la riforma federalista del centrodestra avesse superato il referendum nel 2006?

Secondo me staremmo molto peggio. Quella riforma stravolgeva la Costituzione: sarebbero venuti meno i princìpi fondamentali della nostra forma costituzionale, soprattutto rispetto alla forma di governo, con l’avvento del cosiddetto premierato assoluto. Avremmo avuto un’involuzione che personalmente giudicai e giudico ancora oggi negativamente.

La riforma del Titolo V si accompagnerebbe alla trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie composta da rappresentanti regionali, altro punto dell’accordo fra Renzi e Berlusconi. È il futuro federalista dell’Italia?

Che sia necessario abbandonare il bicameralismo perfetto è un dato condiviso da tutti o quasi, credo. Detto questo, quale sia la possibile trasformazione è tutto da discutere. La soluzione più radicale sarebbe quella monocamerale. Se, invece, come questa ipotesi di riforma induce a ritenere, non si vuole abrogare il Senato ma modificarlo, la questione diventa più delicata. Credo che conti poco uno degli argomenti spesso enunciati, quello del risparmio, perché risparmiare non è una giustificazione sufficiente per riformare quell’organo. In base all’ipotesi il Senato diventerebbe una ‘Camera di compensazione’. Come selezionare i rappresentanti è un problema complicato. Anche in questo caso, comunque, per ora abbiamo solo poche righe nella relazione di Renzi.

Di riformare il Titolo V si parla dagli anni ’70. Quarant’anni di tentativi fallimentari?

No. Nell’81 c’è stata una riforma, ad esempio. La mia maggiore preoccupazione è che la riforma si faccia male. Modificare la Costituzione è necessario, ma dovrebbe prevalere il far bene, non il fare in fretta. L’aggravamento procedurale (due sì di entrambe le Camere allo stesso testo, a distanza di almeno tre mesi, nda) che molti ritengono eccessivo, ma comparativamente non è molto gravoso, indica che il Parlamento non deve essere preso da un ‘raptus riformista’. Le riforme si meditano con attenzione, altrimenti è meglio non farle.

 

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