domenica, Novembre 28

Rifiuti e polemiche tra Italia e Marocco field_506ffb1d3dbe2

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Rabat – I propositi sono senz’altro encomiabili: tra messa al bando di sacchetti in plastica e organizzazione della COP22, in Marocco il 2016 è un anno di impegni sul fronte delle politiche ambientali. Unica pecca il 27 giugno scorso con l’arrivo nel Paese di una nave carica di rifiuti proveniente dall’Italia.
La denuncia è stata fatta dal centro regionale per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile di El Jadida, come riporta il portale online in lingua araba ‘L’Hepress’. Secondo quanto contenuto in un comunicato stampa, la nave avrebbe fatto tappa nel porto della cittadina costiera prima di salpare nuovamente alla volta di Casablanca e Settat, dove le 2500 tonnellate di ecoballe made in Italy sarebbero state destinate all’incenerimento in due cementifici.
Il tono delle dichiarazioni rilasciate dal suddetto organismo per la tutela dell’ambiente è allarmante : i rifuti, sotto forma di materie plastiche e residui di pneumatici, «sono nocivi a flora, fauna ed esseri umani, essendo all’origine di diverse patologie croniche, oltre che di malformazioni alla nascita e danni permanenti». Il direttore del centro di El Jadida, Mohammad Khalid, ha confermato in un’intervista a ‘L’Hespress’ come questo non sia il primo caso in cui l’Europa utilizza il Marocco come discarica, e ha invitato le autorità competenti a livello regionali e nazionale a maggiore cautela e lungimiranza «prima che il Paese diventi il cimitero dei rifiuti e delle sostanze tossiche prodotti dall’Europa».

La notizia, come prevedibile, non è passata inosservata del Regno, e ad attivarsi sono state molte associazioni per la tutela dell’ambiente e dei diritti del cittadino. Le indagini della società civile indentificherebbero nel sito di Taverna del Re l’origine del carico; sebbene la notizia non sia stata confermata né dall’Italia né dal Marocco, il fattore temporale la rende perlomeno plausibile.
All’undici giugno scorso, infatti, risale la visita del Primo Ministro italiano Matteo Renzi a Taverna del Re, un’area, tra le province di Napoli e Caserta, grande quanto 320 campi da calcio e stipata di ecoballe. Ai lavori di rimozione di queste ultime, avviati il 30 maggio, il Premier ha assistito insieme al Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, esprimendo ottimismo per le operazioni di smaltimento : «Via le ecoballe dalla Terra dei Fuochi. Ripuliremo la Campania in tre anni. Via la camorra dalla gestione dei rifiuti. Vogliamo cancellare lo scandalo e vergogna della Terra dei fuochi, restituiremo alla Campania la bellezza del luogo. Ci dicevano che era impossibile cambiare le cose in Italia, stiamo dimostrando che non è così», ha affermato Renzi, aggiungendo che «la Terra dei fuochi nei prossimi tre anni sarà finalmente libera dalle ecoballe». Propositivo anche il Governatore De Luca, deciso a rimuovere da una Campania da tempo non più felix la cicatrice della Terra dei Fuochi : «La cancelleremo, costi quel che costi. Il Sud deve tornare ad essere un luogo avanzato d’Italia».

In attesa di capire l’effettiva provenienza di queste balle, i marocchini hanno puntato i piedi e bussato direttamente al Ministero dell’Ambiente di Rabat con una petizione firmata ormai da quindicimila persone in cui si chiede al dicastero di bloccare l’importazione di rifiuti dalla Penisola. La petizione punta il dito contro un contratto stipulato tra Italia e Morocco per l’importazione di rifiuti che vengono principalmente dalla suddetta discarica di Taverna del Re, e ciò per un periodo di tre anni e un totale di 5 milioni di tonnellate di materiale di scarto. A preoccupare i firmatari sono soprattutto la contaminazione dei terreni agricoli e la diffusione di malformazioni e malattie congenite conseguenti all’accumulo di sostanze tossiche, cominciato, sempre secondo gli autori della petizione, già dal 2007.
La risposta non si è fatta attendere, benché espressa in termini piuttosto vaghi. Senza entrare nel merito del caso dell’italica rumenta, il comunicato ministeriale del primo luglio rassicura la cittadinanza sottolineando come a essere autorizzata sia l’importazione della sola categoria RDF (Refuse Derived Fuel), ovvero «rifuti non pericolosi utilizzati come combustibile sostitutivo all’energia fossile classica nei forni dei cementifici di tutto il mondo».
A garanzia della correttezza delle procedure, il dicastero cita la Convenzione di Basilea sui movimenti tranfrontalieri di rifuti pericolosi, adottata dal Marocco nel 1995; la suddetta Convenzione enumera tra i primi obblighi degli Stati coinvolti la verifica preliminare e il controllo costante della non pericolosità e dell’assenza di contaminazione delle sostanze in oggetto, cio a cui il Marocco parrebbe attenersi. Sempre secondo il Ministero per l’Ambiente, questa fase di ‘valorizzazione energetica’ di rifiuti esteri costituisce una prima fase sperimentale che dovrebbe portare alla nascita di una filiera di produzione di RDF a partire dagli scarti nazionali.

Tempo un paio di giorni e pure l’Associazione Marocchina dei Cementifici (che include, tra gli altri, la Ciments du Maroc controllata da Italcementi ) ha voluto dire la propria in difesa di Lafarge, gigante francese dell’edilizia attivo anche in Marocco e importatore del famigerato lotto di ecoballe. Anche gli imprenditori del settore tengono a evidenziare come il carico della nave in questione non sia minimamente pericoloso, in quanto non costituito da rifiuti, bensì da prodotti derivati dalla valorizzazione di rifiuti già effettuata da industrie specializzate in Italia. Il materiale, inoltre, sarebbe stato sottoposto a test incrociati di verifica qulitativa senza i risultati dei quali il Ministero per l’Ambiente non concederà il nullaosta per l’incenerimento.

Malgrado le rassicurazioni governative, la questione dei rifuti italiani ha destato tanto scalpore da divenire oggetto di un’interrogazione parlamentare di prossima discussione a Rabat. Forse, come si sostiene da più parti, si tratta solamente di una tempesta in un bicchier d’acqua: gli RDF sono effettivamente utilizzati in tutto il mondo, costituiscono un’alternativa meno inquinante e più economica ai combustibili fossili, la loro importazione è regolata da convenzioni internazionali e, nel caso del Marocco, è il preludio alla nascita di un’industria nazionale possibilmente redditizia. Fatto sta, però, che a mancare è la fiducia in una politica corrotta e nelle sue dichiarazioni, soprattutto da parte di un Ministero dell’Ambiente il cui operato appare lacunoso a chiunque abbia girato un poco per il Paese. Non c’è nulla di meno insolito, infatti, di vedere nelle periferie cumuli di immondizia in fiamme (e relative fumate nere in odore di cancro) o, nelle zone rurali, il letto di torrenti a secco invaso dalla spazzatura ; dopotutto, in tutto il Paese è attiva una sola grande discarica degna di tale nome, quella di Fes: un solo sito di stoccaggio per 35 milioni di abitanti.
Non che il Governo non si sia mobilitato per la protezione dell’ambiente. Dal primo luglio, ad esempio, la commercializzazione e la produzione di sacchetti in plastica è proibita in Marocco, secondo Paese dopo gli Stati Uniti per consumo di questo materiale (26 miliardi di sacchetti all’anno per una media di 900 pro capite); e non è necessario ricordare, vista la risonanza anche all’estero, la recente inaugurazione, nei pressi di Ouarzazate, di quella che, una volta completata, sarà la centrale solare più grande al mondo. Ciliegina sulla torta dei buoni intenti è l’organizzazione della COP22 a Marrakech, il prossimo novembre. Che possa essere un viatico a una vera rivoluzione verde marocchina?

 

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