martedì, Giugno 22

Rientro USA nell’accordo nucleare con l’Iran: il tempo gioca contro Il tempo stringe, e i contrapposti gruppi di pressione che operano su Casa Bianca e Congresso si stanno scatenando. Una nota di Crisis Group che pare dettata dal suo ex Presidente e Ceo Robert Malley, ora Inviato Speciale in Iran degli USA, avverte che serve stringere velocemente

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Durante la campagna elettorale, Joe Biden aveva promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe rapidamente riportato gli Stati Uniti nell’accordo nucleare con l’Iran, il JCPOA.
L’urgenza di Biden, poi, è stata ben altra, l’epidemia ha avuto il sopravvento sull’agenda internazionale.
A metà febbraio,
l’Amministrazione Biden si è detta disponibile ad avviare colloqui con l’Iran,per la prima volta dopo quattro anni. «Gli Stati Uniti accetterebbero un invito dell’Alto rappresentante dell’Unione europea a partecipare a una riunione … per discutere una via diplomatica sul programma nucleare iraniano», aveva dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price.
L’Iran ha rilanciato mantenendo ferma la sua posizione: prima di sedersi al tavolo, devono essere revocate le sanzioni petrolifere e bancarie.
Così
il percorso si è nuovamente arenato. Mentre Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno iniziato remare contro, esprimendo preoccupazione, con i media israeliani che riferiscono di funzionari israeliani e sauditi a colloquio per discutere il possibile rientro USA nell’accordo.

Ora il tempo stringe, e i contrapposti gruppi di pressione che operano su Casa Bianca e Congresso si stanno scatenandoScorsa settimana, il 3 marzo, trentadue gruppi progressisti hanno scritto una lettera al Presidente Biden, per invitarlo a mantenere una delle promesse elettorali chiave e rientrare rapidamente nell’accordo, poiché le crescenti tensioni nella regione minacciano di far deragliare i colloqui prima ancora che inizino.

«Più a lungo gli elementi di ‘massima pressione’ rimangono in vigore, più si continuerà a incoraggiare i sostenitori della linea dura e si renderà più difficile la diplomazia USA-Iran» , si legge nella lettera, i cui firmatari includono Win Without War , J Street e Open Society Foundations. «La recente escalation delle attività militari tra gli Stati Uniti e i rappresentanti iraniani segnalati in Siria e Iraq mostra solo quanto sia urgentemente necessaria una nuova linea d’azione».

I gruppi progressisti che sostengono l’accordo guardano di buon occhio le recenti mosse della Casa Bianca, a partire dall’accettazione dell’invito da parte delle potenze europee a partecipare ai colloqui sull’accordo fino alla nomina a Inviato Speciale in Iran di Robert Malley, già tra i principali negoziatori dell’accordo nucleare iraniano del 2015, noto politologo specializzato nella risoluzione dei conflitti e in quanto tale a capo di Crisis Group. I gruppi insistono perchè la nuova Amministrazione ritiri la sua richiesta che l’Iran rispetti il Piano d’azione globale congiunto(JCPOA) prima che le sanzioni vengano revocate, l’elemento che ha portato Teheran a respingere l’invito alla fine del mese scorso.

«Sosteniamo la politica di ‘compliance for compliance’, ma il nocciolo della questione è che gli Stati Uniti sono stati i primi a violare l’accordo» quando il Presidente Donald Trump si è ritirato nel 2018. «È quindi ragionevole aspettarsi che gli Stati Uniti adottino per lo meno misure simultanee con l’Iran per rientrarvi».

Stephen Miles, il direttore esecutivo di Win Without War, ha detto che l’escalation di violenza è motivo per più diplomazia, non meno diplomazia. «Quando l’accordo è stato concluso e gli Stati Uniti e l’Iran erano saldamente sulla strada dei negoziati diplomatici, questo tipo di incidenti ha avuto un percorso verso la risoluzione», ha detto in una intervista a ‘Foreign Lobby Report’. E ha aggiunto che il tempo stringe in vista delle elezioni di giugno che vedranno l’uscita di scena del Presidente Hassan Rouhani, che ha negoziato l’accordo, e non può candidarsi per un terzo mandato.
Miles ha affermato che ora «
c’è una specie di finestra», ma questa resterà aperta per poco ancora. E «diventerà sempre più difficile con il passare del tempo» lavorare al rientro.

In fermento anche le lobby contrarie al rientro USA in JCPOA. Su questo opposto fronte, riferisce Foreign Lobby Report’, vi sono gruppi nazionali come la Republican Jewish Coalition (RJC), che ha speso 160.000 dollari in attività di lobbying lo scorso anno, «si oppone fermamente» a tale politica, sostenendo che questa «offre concessioni all’Iran senza affrontare i problemi», anche perchè l’accordo del 2015 non copre Il programma missilistico balistico iraniano. «Rientrando nel JCPOA e revocando le sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump», ha detto il RJC in una dichiarazione del 22 febbraio, «l’Amministrazione Biden perderebbe l’unica leva che gli Stati Uniti hanno per costringere l’Iran a negoziare un simile accordo».

Altresì si stanno intensificando i legami tra i ‘gruppi falchi’ filo-israeliani e gli Stati arabi del Golfo che si oppongono all’Iran, lo dimostra il lavoro che sta conducendo il Presidente nazionale del RJC, l’ex senatore repubblicano del Minnesota Norm Coleman, che è anche uno dei principali lobbisti per l’ambasciata saudita a Washington.

Jewish Institute for National Security of America (JINSA), un influente think tank pro-Israele, ha pubblicato un rapporto che spiega le motivazioni contro il ritorno al JCPOA, invocando una maggiore pressione da parte di Biden.

Sempre scorsa settimana, Crisis Group ha emesso una nota non firmata che ha tutta l’aria di un intervento dettato proprio dal suo ex Presidente e Ceo Robert Malley.

«Su due principi l’Iran e la nuova Amministrazione statunitense concordano: in primo luogo, la politica di massima pressione‘ dell’Amministrazione Trump volta a Teheran è stata un fallimento e, in secondo luogo, rilanciare la promessa del Piano d’azione globale congiunto(JCPOA) 2015 è un imperativo strategico», recita la nota. «Le due parti hanno diagnosticato correttamente il problema e individuato un rimedio soddisfacente per entrambe». Ottime premesse, eppure «Washington e Teheran rimangono bloccate in una situazione di stallo diplomatico» potenzialmente evitabile se non fosse che l’un l’altra si rimpallano la responsabilità del primo passo. Per uscire dall’impasse e prevenire il collasso si deve «agire rapidamente e con decisione. La strada migliore sarebbero negoziazioni tranquille e dirette. Ma se ciò non è possibile,l’Unione europea può mediare incoraggiando entrambe le parti a compiere i primi gesti di buona volontà che spianeranno la strada a colloqui multilaterali diretti. Una volta al tavolo, tutte le parti possono concentrarsi sulla definizione di un accordo provvisorio che impedisca un ulteriore peggioramento della situazione di stallo, seguito da un accordo sui passaggi sincronizzati che riportano l’Iran e gli Stati Uniti in conformità con l’accordo». Questo il percorso che il negoziatore sembra dunque proporre, ritornando a mettere in campo la mediazione UE, avanzata nelle scorse settimane e bloccata dai veti incrociati.

La nota di Crisis Group sottolinea come il fattore tempo sia cruciale.

Il problema di fondo sono le elezioni presidenziali iraniane previste per giugno. La finestra di opportunità richiamata da Miles, potrebbe chiudersi. «Se Biden non fa presto un accordo, rischia di rimanere impantanato nelle complicate macchinazioni del sistema politico interno iraniano e risucchiato nel baratro iniziato sotto l’amministrazione di Donald Trump», mette in guardia James Devine, docente di politica e relazioni internazionali presso Mount Allison University. «Al momento, le condizioni politiche a Teheran sono favorevoli per una soluzione. L’attuale Presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, ha detto che il suo Paese è pronto a rientrare rapidamente nel JCPOA, sulla base delcompliance for compliance, il che significa che entrambe le parti tornino ai loro obblighi come originariamente stabilito nell’accordo del 2015. Rouhani ha persino il via libera dal leader supremo del regime, l’ayatollah Ali Khamenei, che è l’ultimo arbitro del potere nel regime».

Le elezioni presidenziali sono previste per il 18 giugno, a quel punto Rouhani lascerà l’incarico dopo aver terminato il suo secondo mandato. La campagna elettorale inizierà in aprile o maggio, appena i candidati saranno stati esaminati dal Consiglio dei Guardiani, l’organo clericale incaricato di garantire che i candidati siano fedeli al regime. «A quel punto, l’élite politica iraniana sarà consumata dalla politica interna e qualunque dialogo sia in corso dovrà probabilmente bloccarsi. Le elezioni presidenziali iraniane sono notoriamente difficili da prevedere» E’ stato così per la vittoria di Rouhani, e prima di lui per Mohammad Khatami nel 1997 come per Mahmoud Ahmadinejad nel 2005. La situazione ora è particolarmente fluida. Ci sono molti candidati, ma nessuno davvero favorito, né, per il momento, si può sapere chi sarà autorizzato a candidarsi dal Consiglio dei Guardiani. Vero è, come sottolinea Devine, che prima della vittoria elettorale di Biden, molti esperti prevedevano una vittoria dei sostenitori della linea dura, con la vittoria di Biden il barometro del voto è sembrato tornare a propendere verso i moderati, ma se Biden perde tempo nell’avviare serie trattative, i moderati potrebbero essere nuovamente nei guai. Per quanto il vero potere in Iran sia nelle mani della Guida Suprema, che, dunque, al di là di chi sarà il Presidente -un moderato piuttosto che un intransigente- sarà Khamenei a decidere se l’Iran negozierà, e non il nuovo Presidente, e Khamenei è favorevole «le dinamiche del processo sarebbero significativamente diverse», più fluide se fosse un moderato, molto più complesse se si trattasse di un intransigente, inoltre «negoziare con un intransigente sarebbe difficile da gestire per Biden», in particolare se intenzionato a proseguire a mantenere un dialogo aperto e costruttivo con i repubblicani. Un compromesso sarebbe molto più difficile.

Detto in altri termini è lo stesso ragionamento che fa la nota di Crisis Group. I «negoziati sono destinati a diventare più difficili» se non raggiungono uno slancio significativo prima di giugno. «È rischioso posticipare il rientro di Washington nel JCPOA a quando un nuovo Presidente entrerà in carica in agosto, poiché ripristinare l’accordo con i suoi più forti sostenitori in Iran sarebbe più facile che con i loro critici, se dovessero vincere. Più a lungo persiste lo stallo diplomatico, più è probabile che sia riempito con il tipo di rischio che potrebbe mettere a repentaglio ciò che resta dell’accordo nucleare e infiammare ulteriormente le tensioni regionali. L’impasse Iran-USA dei primi giorni dell’Amministrazione Biden potrebbe rivelarsi un inconveniente prima che la ragione prevalga su entrambe le parti. Finora, tuttavia, rischia di essere uno spreco di settimane preziose o, peggio ancora, l’innesco di un pericoloso stallo regionale. La stessa logica che ha portato l’Iran e le potenze mondiali a modellare il PACG e che ha portato i restanti firmatari a preservarlo dopo il ritiro di Trump, vale oggi. L’alternativa -una corsa tra sanzioni e centrifughe che potrebbe culminare in Iran con l’ottenimento di una bomba nucleare o il bombardamento, o entrambi- sarebbe incommensurabilmente peggiore. Questo risultato può e deve ancora essere evitato».

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