lunedì, Giugno 14

Ricordando Guido Rossa 36 anni fa l’omicidio che cambiò la storia del paese e segnò la fine delle prime Brigate Rosse

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«Nel 1979 avevo sedici anni. Secondo anno di istituto magistrale. Uscii per andare a scuola. Era il 24 gennaio, un mercoledì. Faceva freddo, il cielo nuvoloso. Passai accanto alla macchina di mio padre, ma non la vidi, non vidi il suo corpo riverso sul volante. Solo più tardi, oltre un’ora dopo, se ne accorsero una ragazza e uno spazzino. Ancora oggi, quello, rimane il mio cruccio più grande. I miei compagni erano tutti in strada, pensavo ci fosse una delle solite assemblee, ce n’erano di continuo allora. Io andai in classe. Venne la mia insegnante di inglese, mi poggiò una mano sulla spalla e mi disse: “devi andare a casa, tuo padre ha avuto un incidente”. Non capivo perché dovesse accompagnarmi la madre di una mia amica. “Conosco la strada”, risposi. Lei mi fece salire in macchina, ricordo che percorse un itinerario più lungo. Quando arrivai vidi poliziotti, carabinieri, tanta gente. Mia madre si avvicinò, disse: “hanno ammazzato tuo padre”».

Nell’essenzialità del racconto, l’enormità di una tragedia privata e collettiva che, esattamente 36 anni fa, ha cambiato il corso della Storia contemporanea italiana.
A riannodare il filo della memoria è
Sabina Rossa, figlia di Guido, alpinista provetto di 44 anni, aggiustatore meccanico e calibrista, l’élite dell’acciaieria, sindacalista della Fiom-Cgil, iscritto al Pci, il Partito Comunista Italiano guidato all’epoca da Enrico Berlinguer. Guido Rossa viene trucidato sotto casa, nel quartiere genovese di Oregina. Quando esce dal palazzo di via Ischia, per recarsi in fabbrica, non sono ancora suonate le sei e mezza. E’ diretto verso la sua vecchia Fiat 850, parcheggiata la sera prima, nella vicina via Fracchia. Durante il tragitto qualcosa lo allarma. Presenze, rumori, passi svelti, concitazione, adrenalina, paura che attanaglia. La portiera di un furgone Fiat 238, posteggiato nei pressi, si è appena spalancata: due persone balzano a terra, si avvicinano minacciose, impugnano qualcosa. Riflessi d’acciaio nel buio. Rossa capisce, ha il tempo di realizzare. Corre verso l’auto, si getta nell’abitacolo, abbassa la sicura, ma non riesce a inserire le chiavi nel cruscotto: è in trappola. Una figura scura incombe di lato, all’esterno dell’auto, e fa fuoco attraverso il finestrino. Tre colpi in rapida successione. Rossa scalcia verso la portiera, cerca di evitare i proiettili. Pochi secondi dopo, altri tre spari. L’operaio non si muove più. Una delle immagini più tragiche e iconografiche degli anni di piombo è quella di un uomo con la barba riverso sul sedile di un’auto, le gambe in avanti sull’altro sedile, il capo chino sul volante.

Le Brigate Rosse sono clandestine, clandestine al potere, ma non alle masse. Fin dalla nascita, sancita nel dicembre 1969 nel corso di un Convegno organizzato a Chiavari, hanno curato con attenzione la loro presenza nelle realtà operaie delle grandi fabbriche. Una convivenza rimasta tale anche nella fase del ‘salto di qualità’, quando la deriva ‘militare’ diventa l’orizzonte strategico dell’organizzazione. La metropoli sembra essere l’unico ambiente possibile per la germinazione e lo sviluppo della lotta armata: la grande città favorisce, non solo l’anonimato e la mimetizzazione, ma anche il reclutamento: determinate facoltà universitarie (su tutte Lettere e Filosofia) e le industrie di Stato sono i bacini del dissenso, i terreni dove le azioni di proselitismo producono risultati immediati in termini di adesioni e consensi. La colonna genovese opera in un contesto particolare, che potremmo definire il polo debole del triangolo industriale. Negli anni ‘70 il capoluogo ligure è investito da una grave crisi sociale ed economica. Il fenomeno che appare più evidente è quello dell’invecchiamento, non solo anagrafico, ma anche strutturale. Dal biennio 1963-64 si assiste a una progressiva perdita di competitività di porto e industria che diventa manifesta, in termini economici, negli anni Settanta, e sul fronte occupazionale, nel decennio successivo. Di fatto, tra la metà degli anni ’70 e i primi anni ’80, le imprese genovesi sono vittime dell’inadeguatezza delle scelte nazionali di politica economica e industriale. Emblematico il caso dei Cantieri di Sestri Ponente: in soli sei anni, dal ’76 all’81, l’occupazione si riduce del 40%. Persino la siderurgia, che con i suoi 16.300 addetti e i suoi 60 miliardi di indotto locale rappresenta uno dei pilastri dell’apparato produttivo ligure, nell’81 vede calare l’occupazione del 6,1%, mentre all’Oscar Sinigaglia il nuovo forno OBM funziona al 40-50% della sua capacità produttiva. Tra gli altri indicatori negativi, il raddoppio del numero di iscritti al collocamento e, a partire dal ’76, l’inesorabile contrazione delle giornate lavorate nel ramo commerciale del porto di Genova: un calo che in dieci anni toccherà la percentuale spaventosa del 54%.

Il mondo della fabbrica era l’interesse, l’obiettivo, la sfida e la speranza principale delle Brigate Rosse. L’interesse dell’organizzazione non si esauriva nella propaganda presso i lavoratori, ma comportava anche l’impegno a studiarne le dinamiche, i problemi, le prospettive, i meccanismi e le probabili evoluzioni. Enrico Fenzi, docente di Letteratura Italiana all’Università di Genova, tra i massimi studiosi di Francesco Petrarca e Dante Alighieri, aderì alle Brigate Rosse sul finire degli anni ’70. Nel libro ‘Armi e bagagli’, considerato, uno dei documenti di maggior valore testimoniale su quell’atroce esperienza, Fenzi scrive: «che avveniva nelle fabbriche ? Quello era il grande continente sconosciuto, e la meta di tutti i nostri andirivieni. La ristrutturazione andava avanti, e il compagno ne parlava con rispetto, talvolta con inconsapevole ammirazione. C’era un fondo frustrato di positivismo ingegneresco nei brigatisti che ho conosciuto a Genova, che li rendeva assolutamente diversi dagli altri esponenti del movimento e li faceva seri e pedanti, adatti forse a cogliere meglio alcuni nodi della ristrutturazione in atto, ma ciechi e sordi alla dimensione complessiva del mutamento, alla vita vera che vi scorreva dentro, ai colori nuovi del dramma sociale».

Queste parole di Fenzi sono particolarmente significative, perchè mettono a fuoco un aspetto importante della fisionomia delle Brigate Rosse genovesi: la scarsa comprensione dei grandi mutamenti in atto negli anni Settanta. «I documenti genovesi sono meno ideologici, e più raramente rivolti contro lo Stato rispetto a quelli di altri poli; viceversa dimostrano una profonda conoscenza delle realtà della fabbrica, della politica, dell’imprenditoria e del sindacato liguri». L’analisi è di Chiara Dogliotti, attenta ricercatrice e autrice dello studio ‘La colonna genovese delle Brigate Rosse’. «L’interesse per la fabbrica si esplicita in una serie di azioni che vanno a colpire o figure chiave del progetto di rinnovamento e di riformismo avversato dalle Brigate Rosse, o dirigenti democristiani che rappresentavano agli occhi dei brigatisti il simbolo del patto tra Democrazia Cristiana e Confindustria o, ancora, persone con incarichi più o meno importanti nelle grandi fabbriche genovesi, con particolare attenzione ai capi del personale».

Nel corso dei cinque anni di attività, le Br genovesi porteranno a termine sei omicidi, quindici ferimenti, un’aggressione, due assalti militari e una miriade di sabotaggi e attentati di minore gravità. Già da questi dati è possibile desumere uno dei caratteri centrali di questa colonna, cioè l’implacabile efficienza militare. Sebbene, infatti, questo sia un tratto distintivo dell’intera organizzazione, tuttavia, a Genova, si palesa con maggior evidenza che altrove. Il Procuratore Generale Nicola Pezzarelli definì il brigatismo genovese comeil più attivo e uno dei più sanguinari dell’organizzazione eversiva”. Per spiegare questa peculiarità, bisogna probabilmente focalizzare la natura delle Brigate Rosse del secondo periodo composte, spesso, da militanti giovanissimi, quasi digiuni di militanze politiche precedenti, cresciuti in seno ai servizi d’ordine dei gruppi dell’estrema sinistra, abituati a considerare la violenza come pratica politica e inclini a vivere il passaggio alla lotta armata come qualcosa di naturale.

«La gran parte dei militanti della colonna genovese, nata agli albori del secondo periodo, appartiene a quest’ultima categoria», spiega nel suo saggio Chiara Dogliotti. «Questo dato, insieme al fatto che la colonna opera dal 1975 al 1980, cioè nel periodo in cui le Brigate Rosse raggiungono un livello di aggressività militare assai elevato, maggiore di quello del primo periodo, fornisce una spiegazione di questa caratteristica. Anche dal punto di vista politico, la colonna presenta una fisionomia particolare, il cui tratto fondamentale è sicuramente la centralità accordata alla questione operaia».

Le Brigate Rosse sono attive soprattutto nell’ambito delle due maggiori fabbriche della città, l’Italsider e l’Ansaldo. E’ qui che si svolgono con maggiore frequenza le azioni di volantinaggio, le inchieste e gli attentati ai dirigenti. Un altro importante aspetto è quello del rapporto tra Brigate Rosse e lavoratori. «Mi pare si possa affermare che le Brigate Rosse godevano, all’inizio della loro attività, di numerose simpatie e talvolta anche di consensi nel mondo operaio, al di là della posizione dei sindacati e dei consigli di fabbrica, i quali si sono sempre fermamente e coerentemente impegnati a stigmatizzare e a contrastare attivamente il fenomeno brigatista», spiega Dogliotti. «Viceversa, non è possibile negare le simpatie e i consensi tra gli operai; simpatie e consensi che, però, hanno iniziato a diminuire man mano che l’attività delle Brigate Rosse diventava più efferata e gratuita e le loro analisi sempre più allucinate e prive di legami con la realtà. Al di là delle posizioni individuali, ovviamente varie e difficilmente sondabili, la tanto agognata conquista delle masse operaie alla causa brigatista naufraga ben presto».

A partire dalla primavera del 1978, all’indomani del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, Pci e sindacato innalzano le difese all’interno delle fabbriche. Ogni documento, episodio o persona, riconducibile alle Brigate Rosse deve essere segnalato ai Consigli di fabbrica e questi sono tenuti a denunciarli al servizio di vigilanza degli stabilimenti. Che è esattamente quanto avviene il 25 ottobre all’Oscar Sinigaglia di Genova Cornigliano. Alcuni operai trovano, nel retro di una macchinetta del caffè, un opuscolo delle Brigate Rosse, ‘Risoluzione strategica febbraio 1978’. Consegnano i volantini al delegato di fabbrica Guido Rossa. I sospetti si concentrano su Francesco Berardi, operaio con mansioni di fattorino, che non ha mai nascosto le sue simpatie brigatiste. In fabbrica è soprannominato ‘il poeta della rivolta’ per le sue liriche rivoluzionarie. All’interno del suo armadietto saltano fuori altri volantini con la ‘stella a cinque punte’, un foglio di carta con i numeri di alcune targhe automobilistiche riferibili a impiegati e dirigenti d’azienda e i volantini di rivendicazione delle Br per l’assassinio di Pietro Coggiola, dirigente della Lancia di Torino.

Davanti ai carabinieri, a rendere testimonianza sul ritrovamento dei volantini e a firmare la denuncia sarà un uomo solo: Guido Rossa. Berardi viene arrestato e processato per direttissima. Nei giorni successivi i delegati che si erano recati al Comando dei Carabinieri senza però firmare l’atto spariscono dalla circolazione. Chi raggiunse parenti lontani, chi andò a lavorare in una cooperativa emiliana; chi fu ospitato in casa, per sei mesi, dal segretario aggiunto della Cgil Ottaviano del Turco.

«Io ero amico di Guido Rossa», scriverà molti anni più tardi, nel 2000, l’ex delegato di fabbrica Enrico Samuni. «Eravamo insieme quel giorno, ma Guido non vide mai Berardi distribuire i volantini, questo lo dichiarò anche al magistrato; qui le vicende si fanno poco chiare», prosegue Samuni; «ci sarebbe da chiedersi perché Rossa sia stato messo nel piatto dei terroristi; se ne poteva fare a meno perché Rossa, molto chiaramente, ha fatto quello che da anni avevamo deciso: trovavamo i volantini delle Br, li portavamo al capo della vigilanza e, come d’intesa, li consegnavamo alla Digos. Ma quella volta ci trovammo i carabinieri invece degli uomini della Digos e ancora oggi non siamo riusciti a capire il perché».

Rossa inizia a fiutare il pericolo del suo gesto, ma rifiuta sia la pistola, sia la protezione; al processo per direttissima, che si celebra il 30 ottobre 1978, il sindacalista è l’unico teste dell’accusa e conferma le dichiarazioni rese in istruttoria. La tensione è fortissima: entrano in conflitto dinamiche e tensioni latenti nel movimento operaio e nel mondo politico che gravita intorno al Pci. In molti, nell’atteggiamento rigoroso e inflessibile di Rossa, vedono la traccia, se non di un tradimento, di una discutibile quanto pericolosa intransigenza; denunciare dei compagni alle guardie, ai carabinieri non è giusto a prescindere; strisciante e velenoso, l’epiteto ‘infame’ rivolto a Guido Rossa, serpeggerà per lungo tempo e definirà ‘oscenamente’ il clima che l’operaio-sindacalista, lo scalatore, l’uomo di poche parole dai nervi saldi, il compagno di lavoro leale e altruista, si troverà ad affrontare. Guido Rossa da accusatore diventa accusato, mentre in quei giorni, emerge, sempre più distinta, la tonalità sporca e grigia di quell’area che si definiva ‘Né con lo Stato né con le Br’. Un mondo che mette in soggezione i comitati di fabbrica, che alimenta vigliaccamente, dal fondo delle sale gremite di tute verdi e blu in assemblea, l’accusa di spia, senza tuttavia identificarsi in una posizione. Guido Rossa in mezzo a migliaia di compagni, paradossalmente, è solo. Rifiuta la scorta che gli viene offerta dal sindacato, dice che la vita va avanti e che lui non ha paura, ma qualcosa è saltato nel meccanismo oliato della macchina del movimento operaio e del partito: Rossa resta effettivamente solo, sempre, e c’è ancora chi non si perdona di averlo abbandonato.

Il giornalista Andrea Casazza, nel suo libro ‘Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate Rosse’, pubblicato nel 2013 da Derive Approdi, riporta una circostanza cruciale e assai indicativa del clima che si respirava in quei giorni: «Al processo c’è un unico testimone d’accusa: Guido Rossa. Resta in aula per pochi minuti, il tempo per dire, “Confermo quanto già dichiarato ai carabinieri”, ma la sua presenza non passa inosservata. E’ la prima e unica volta che un brigatista viene arrestato su denuncia di un cittadino, per di più, in questo caso, sono davanti due operai dello stesso stabilimento. La notizia, a prescindere dalle tragiche conseguenze cui approderà, non può essere taciuta. Il nome di Guido Rossa l’indomani è (irresponsabilmente, possiamo dire oggi) su tutti i giornali. Per lui equivarrà a una condanna a morte”. Resta ancora attuale il quesito che si pose Luciano Lama, il segretario della Cgil, nel giorno dei funerali di Rossa: “Se il gesto civile di Rossa non fosse stato troppo isolato; se attorno a lui si fosse formato un cemento per sorreggerlo; se tutta la fabbrica si fosse levata come un solo grande testimone, forse una vita non sarebbe stata spezzata”.

Berardi viene condannato a quattro anni e sei mesi. Le Br, per nulla intimidite, lanciano un ulteriore gesto di sfida e diffondono il diario di lotta delle fabbriche genovesi Ansaldo e Italsider: 72 pagine in cui dichiarano guerra ai berlingueriani che “praticano la delazione contro le avanguardie rivoluzionarie, reclamando la necessità di un salto di qualità nei livelli militari e politici”. Per Rossa è un calvario, affrontato in quei terribili giorni sempre interiormente, per non allarmare i suoi cari. Prima le minacce anonime, poi, tre mesi dopo, la vendetta assassina. Partecipano all’agguato tre brigatisti: Riccardo Dura, Lorenzo Carpi e Vincenzo Guagliardo.

Mauro Guzzonato, ex Segretario Generale della Cgil Ligure, pochi anni fa ricordava: “C’era un clima pesantissimo negli anni successivi alla morte di Rossa. I rapporti in fabbrica erano dominati dal sospetto reciproco, nessuno si fidava più e tutti si guardavano le spalle; per esempio: se siamo in cinque e facciamo un’assemblea e poco dopo spunta un volantino su cui è scritto tutto ciò che si è detto in quella riunione, il giorno seguente stai più attento a parlare”.

Gli anni di piombo sono un succedersi di inverni, senza estati e senza sole. Una lugubre sequenza di dolori. Francesco Berardi, il postino delle Br denunciato da Rossa, si toglierà la vita il 24 ottobre del ’79 nel carcere di Cuneo, Riccardo Dura sarà ucciso, chi dice giustiziato, insieme ad altri tre brigatisti, il 28 marzo 1980, nell’inferno di fuoco di un blitz, dalla dinamica mai del tutto chiarita, effettuato da una squadra speciale del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel covo genovese di Via Fracchia (la stessa via dove Rossa fu assassinato l’anno prima). Lorenzo Carpi è tuttora latitante, mentre Vincenzo Guagliardo è oggi un uomo libero.

Sabina Rossa ha avuto la forza e il coraggio di andare in fondo all’intera storia. Li ha voluti incontrare tutti i protagonisti di quei giorni: i compagni dell’Italsider, i responsabili della vigilanza, il magistrato che indagò sull’omicidio, Renato Curcio, quelli che si sono dissociati, quelli che non si sono mai pentiti, le loro compagne di vita. E i compagni di partito. “È stato uno di loro, Lovrano Bisso, a raccontarmi che mio padre faceva parte di una sorta di ‘intelligence’ del Pci ed era stato incaricato di individuare gli ‘infiltrati’ delle Brigate Rosse nelle fabbriche”. Così, qualche anno fa, ormai adulta, Sabina Rossa ha scritto a Guagliardo, uno dei carnefici di suo padre: “Tu hai un debito con me, non puoi rifiutarti di incontrarmi”, dopo che lui al telefono le aveva detto no, non vediamoci. Non le aveva mai scritto le lettere che avvocati e magistrati incoraggiano a mandare alle vittime, non voleva scoperchiare il passato per ottenere dei vantaggi. “Ma dopo la mia lettera mi richiamò, ci incontrammo: in tre ore di colloquio ci può stare dentro il mondo, un intreccio di dolore, imbarazzo e pudore. “Penso sia mio dovere dirti com’è andata. Non davanti ai giudici o nelle aule di tribunale, ma a te lo devo…”, esordì Guagliardo”. Era il 2004, e da allora Sabina Rossa ha fatto di tutto perché l’ex brigatista fosse liberato (lui non disse una parola al giudice nemmeno su quell’incontro). “Quella persona era diversa, e una società civile deve sapere andare avanti ed essere in grado di raccontare la propria storia”.

Guagliardo conferma a Sabina che il padre doveva essere ‘solo’ ferito alle gambe e che fu Dura a esplodere il colpo di grazia al cuore di Guido Rossa. Si trattò, davvero, di un tragico errore ? Di un’azione punitiva condotta con incredibile leggerezza e andata oltre le intenzioni dell’organizzazione ? Sabina Rossa, ha più volte ipotizzato l’esistenza di due livelli nelle Br: quello più alto e segreto, legato a Mario Moretti, avrebbe incaricato Dura di uccidere all’insaputa degli altri. Il dubbio rimarrà per sempre, ma di fatto, con l’omicidio di Guido Rossa ogni velleità brigatista di riscuotere l’appoggio degli operai genovesi viene definitivamente stroncata. Per le Br è l’inizio della fine.

L’uomo che sfidò le Brigate Rosse per la difesa delle istituzioni democratiche e dei reali interessi del movimento operaio, viene salutato a Genova da 250mila persone. Nelle vecchie pellicole di archivio, con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e il fiume di uomini, donne e ragazzi, sfila anche il senso di colpa di un movimento che coglie in quell’omicidio il senso di una frattura epocale: l’ambiguità delle Brigate Rosse, sino ad allora negata – “si fanno chiamare Brigate Rosse, ma sono come le Brigate Nere” – emerge in tutta la sua gravità. Il mondo operaio genovese, medaglia d’oro della Resistenza, comincia ad operare distinzioni all’interno dell’alveo culturale di riferimento. I terroristi prendono il nome di ‘Brigate Rosse’ dalla leggendaria formazione partigiana, cara a molti che hanno vissuto la Resistenza nell’entroterra ligure. Lo stesso Presidente Pertini, conscio del doppio pericolo rappresentato, sia dal proselitismo delle Br tra i giovani, sia dall’attività criminale del gruppo che finisce per sporcare la fama partigiana, nel corso di un’affollata assemblea, si rivolge con un tono di forte rimprovero ai lavoratori dell’Italsider: “Io ho conosciuto le Brigate Rosse, erano uomini valorosi che hanno dato la vita per la libertà, questi sono solo miserabili assassini che sparano agli operai”. Il sacrificio di Rossa rompe le ambiguità, fa capire che i terroristi che uccidono gli operai sono, in realtà, solo nemici. Quel giorno, per citare Luciano Lama, “finisce l’illusione delle Br di creare un consenso di massa”.

Un passaggio di ‘Armi e bagagli’ di Enrico Fenzi spiega la vicenda da un’altra ottica, quella brigatista, a dimostrare che per tutti, l’omicidio di Guido Rossa rappresentò un punto di rottura. Fenzi è in piazza in mezzo alla folla che piange l’operaio ucciso: «Il nemico ero io, non avevo mai provato niente di simile, mi vergognavo e avevo paura. La rabbia era tutta contro le Br ed era doppia; era per quello che avevano fatto; qualcosa aveva finito per spezzarsi senza rimedio, era finito per molti di quegli operai un sogno vago e tenace. La speranza che le Br avevano alimentato sulla base della vecchia idea rivoluzionaria era definitivamente spenta. Gli operai in quella piazza, quella mattina, piangevano la morte di uno di loro, e insieme piangevano in quella morte la fine di un equivoco al quale si erano tenuti per molto tempo. C’era qualcosa che continuava a finire per loro e nulla cominciava».

E’ in gioco l’identità stessa della sinistra; molti sono attratti dall’idea di una rottura nei confronti del Pci berlingueriano che nel pieno del ‘compromesso storico‘, reso emergenziale dopo l’omicidio di Aldo Moro, è contestato dall’intero Movimento del ‘77 e messo in discussione da una concezione del lavoro che si va velocemente trasformando. Negli anni ’70, in Italia, le prime crisi occupazionali nelle fabbriche inceppano i consolidati meccanismi del welfare; nel mondo imprenditoriale si fa strada la parola ‘ristrutturazione’ che significa licenziamenti. I governi a maggioranza Dc sono investiti dai primi scandali e la crisi petrolifera impone nuovi assetti ad una società, che sulla spinta del boom economico, nel giro di pochi anni ha mutato profondamente la sua cultura. Il benessere modella il soggetto sociale, sempre più attento alle proprie esigenze e ai propri gusti, i giovani hanno la possibilità di studiare e migliorare la propria posizione rispetto a quella dei genitori, le donne si emancipano e in tutto questo, il ‘partito-chiesa’, paternalistico e onnipresente nella vita dei suoi aderenti, comincia scricchiolare.

Guido Rossa, oggi, avrebbe 80 anni. Neppure la generazione dei 40enni ha vissuto quella stagione di sangue, così vicina, eppure così irrimediabilmente incompresa. Anche per questo, la costruzione di una memoria davvero collettiva diventa, ogni anno, un esercizio sempre più faticoso. 36 anni dopo, a Genova, si continua a commemorare il sacrificio dell’operaio. Una corona di fiori deposta sul cippo di marmo che ricorda l’omicidio. Una  scolaresca, all’apparenza distratta, accompagnata sul posto da capaci ed appassionati insegnanti, consapevoli che anche un piccolo seme  può essere fondamentale nella formazione di una coscienza civile. Un esempio di buona scuola che compensa, in parte, la partecipazione sempre più ridotta della città . Gli ex compagni di lavoro più invecchiati e rari. Il pathos di un tempo in parte affievolito. Guido Rossa, oggi, lo si ricorda con l’affetto di un sorriso. Il Comune, 36 anni dopo, ha deciso di intitolargli una strada, quella che lui percorreva ogni giorno per recarsi al lavoro.

“Gli anni ’70 furono un periodo di grandi trasformazioni e conquiste”, spiega Elena Bruzzese, segretaria della Cgil di Genova. “Dallo Statuto dei lavoratori al diritto allo studio, alle leggi sul divorzio e sull’aborto; riforme importanti, accanto alle quali vi furono anche fatti tragici, con stragi e attentati. Uno degli atteggiamenti di quegli anni era l’equidistanza nei confronti del terrorismo: era proprio questo il punto di forza delle Brigate Rosse; semmai non se ne condividevano i mezzi, ma si ritenevano plausibili i fini. L’atto di Rossa rese esplicita e trasparente la scelta di considerare il terrorismo come il nemico dei lavoratori e della democrazia. Un nemico che andava combattuto senza alcuna ambiguità”.

Che lezione lascia la vicenda di Guido Rossa? Il suo fu un gesto altamente politico che ci insegna ancora oggi quanto sia importante l’esercizio della responsabilità individuale nello svolgimento del proprio ruolo e delle proprie funzioni, in un Paese, allora come oggi, in cui spesso questo dovere viene tradito“.

In che modo, oggi, si può commemorare Guido Rossa?Il modo migliore per commemorare Guido Rossa è rimettere al centro il lavoro. Oggi molte delle conquiste di quel periodo sono messe in discussione. Il nostro paese sta attraversando, ormai da anni, una gravissima crisi economica. Ma non possiamo accettare la filosofia per la quale l’unica soluzione per uscirne sia l’attacco ai diritti dei lavoratori. La battaglia per la democrazia non è mai vinta una volta per tutte“.

Rossa era un dirigente Fiom normale ma con la forza di fare fino in fondo il suo dovere, dimostrare con il lavoro e con l’impegno di essere un serio dirigente sindacale. Ora il Premier ci domanda dove fossero la Fiom e la Cgil. Noi ci siamo sempre stati e il sacrificio di chi ha dato la vita per difendere il lavoro e i diritti è l’esempio che non possiamo dimenticare” ripete il segretario nazionale Fiom, Rosario Rappa. “Se la modernità consiste in una diminuzione progressiva dei diritti, allora questo non è il futuro che vogliamo”.

E’ un altro il partito, è un altro il Paese, è un altro mondo, ma Guido non lo sa”, ripetono oggi i suoi ex compagni di reparto. “A Genova, nel settore della siderurgia eravamo più di 15mila operai, oggi ne sono rimasti 1500, in un comparto, peraltro, dominato dall’incertezza. (L’Ilva è stata nazionalizzata con un decreto che modifica la legge Marzano per l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi. Il futuro, tuttavia, è pieno di incognite: l’Europa, infatti, potrebbe vedere nel decreto un aiuto di Stato che è incompatibile con i regolamenti comunitari. n.d.r.) Una cosa non è cambiata: ancora oggi, in qualsiasi moderna acciaieria, esiste il saldatore ed esiste l’attrezzista-calibrista, il ruolo che Guido ricopriva nello stabilimento. Certi mestieri il tempo non li consuma”.

Cosa vi colpisce oggi ?Ci colpisce la paura della gente, che affronta il presente senza sicurezze e guarda al proprio futuro senza certezze, tradita dalle condizioni economiche, disillusa dalla politica. Ci colpisce la condizione dei giovani, senza un lavoro. La nostra politica era solidale. Ci consentì nuovi diritti, ci aiutò a difendere il posto di lavoro, a difendere la fabbrica. Anche la mensa aziendale fu una conquista di una politica vera, una conquista per chi si doveva portare il mangiare da casa. Si era uniti. Oggi i processi di delocalizzazione hanno frammentato le fabbriche cancellando i punti di riferimento della rappresentanza. In molti luoghi di lavoro, ormai, le vertenze si portano avanti su casi individuali. Da un pezzo il vento è cambiato e ha lasciato indietro e ai margini troppe persone . Ci ritroviamo così. Oggi, forse peggio di allora, la politica non coglie le inquietudini dei giovani che a migliaia, infatti, lasciano l’Italia. Viviamo in un Paese che esulta con le fanfare per i 300 operai assunti dalla Fiat di Melfi. Peccato che di vero ci sia solo l’entusiasmo di chi spera di aver messo fine alla disperata ricerca del lavoro. Ma non le assunzioni. Da quando si chiamano ‘assunzioni’ dei contratti a termine della durata di 6 mesi ? E stipulati con l’agenzia interinale, non con la Fiat. In quanti lo sanno ?”.

I tempi sono assolutamente mutati, ma si avvertono, oggi, elementi di tensione nelle fabbriche? Le risposte degli operai e dei sindacalisti di ieri sono univoche: “Non siamo alla rivolta sociale, anzi, rispetto alla situazione politica ed economica che stiamo vivendo è addirittura incredibile l’assoluta tranquillità del Paese. Non ci sono scioperi, non ci sono manifestazioni, anche se migliaia di persone stanno passando dal benessere alla povertà. Allora, nei primi anni ’70, la spinta di un movimento di massa coinvolse un’intera generazione. Fu un fenomeno clamoroso, non solo italiano, che iniziò a svilupparsi in un’Europa parzialmente democratica. Fuori dai suoi confini, non dimentichiamolo, c’era ancora il blocco comunista, mentre all’interno la minaccia era rappresentata dalle dittature fasciste di Grecia, Portogallo e Spagna. Non solo. L’Italia era un Paese attraversato da un grande movimento di impronta marxista e con il più forte partito comunista dell’occidente. Scenari scomparsi da un pezzo”.

Genova, la città ferita dai misfatti del G8, è stata teatro dell’ultimo rigurgito di matrice politico-terroristica. Il 7 maggio 2012, il dirigente di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi, viene ferito alle gambe nel corso di un’imboscata a mano armata condotta da due militanti della cellula ‘Olga’ della Federazione Anarchica Informale.

La risposta della città, di fronte alla ricomparsa di quell’ospite indesiderato chiamato terrorismo, fu tutt’altro che decisa. Stelle a cinque punte, accompagnate dalla parola ‘Morte‘, sfregiarono le pareti dell’Ansaldo e i muri delle strade. La manifestazione di risposta all’attentato, per la difesa dello Stato e della Democrazia’, fu un mezzo fallimento: pochissimi giovani, scarsa partecipazione, disinteresse. Nonostante in Italia, da tempo, si avverta che è in corso da qualche parte, in qualche gruppo, frangia antagonista o cunicolo sociale, un dibattito sul ‘che fare’ che lascia aperte tante ipotesi, anche le più estreme. Chi è giovane percepisce quei simboli come reperti storici, frammenti lontani che non sa giudicare. Chi, invece, ha vissuto quella stagione pensa che come ci siamo difesi una prima volta, ci si può difendere una seconda. Il contesto, certamente, è assolutamente diverso. Nel tempo di Guido Rossa un’intera generazione fu attratta da un progetto rivoluzionario imbevuto di ideologia, ma non solo.

Giuseppe Casadio, dirigente della Cgil, nel documento ‘Le braci del Terrorismo’, evidenzia alcune condizioni gravissime che favorirono la nascita e la diffusione del terrorismo rosso. «Di quella stagione molto rimane ancora da indagare e da scoprire: gli autori delle stragi e dei mandanti, i misteri che ancora oggi circondano il sequestro Moro, le complicità e i depistaggi, ma non c’è dubbio che l’ispirazione strategica di quella fase fu quella di destabilizzare per indurre una reazione autoritaria che garantisse la stabilità dello ‘status quo’. Fu messa in atto la ‘strategia della tensione‘, delle ‘trame nere’. A quella strategia concorrevano gruppi portatori di ideologie esplicitamente autoritarie, classiche della cultura politica della destra storica e corpi deviati dello Stato che supportavano le azioni stragiste e garantivano l’impunità agli autori materiali».

Tuttavia, è amaro scriverlo, il Paese era più coeso allora, di oggi. Sapeva distinguere tra il bene e il male, tra la vita e la morte. Persino la generazione più giovane che aveva coltivato la ribellione contro le ‘stragi di Stato’, contro gli attentati di Piazza Fontana e Piazza della Loggia, dell’Italicus e della Stazione di Bologna; gran parte della generazione che aveva reagito, anche con la violenza, alle complicità e alle deviazioni dello Stato italiano e ai ritardi della democrazia di quegli anni, e la generazione ancora precedente, che si era educata alla democrazia attraverso la Resistenza, non ebbero dubbi nel difendere le Istituzioni, anche di fronte alle insidie intellettuali che associavano lo Stato a un guscio vuoto, e proprio perché vuoto, indifendibile. Attorno al dilemma, ‘se salta il guscio, oltre il guscio cosa resta ?’, la maggioranza del Paese fu capace di produrre uno scatto e porsi un obiettivo: difendere lo Stato per poterlo cambiare.

E oggi ? Oggi siamo di fronte ad altre minacce. Il terrorismo dell’estremismo islamico. Gli attentati di Parigi, le carneficine in Nigeria, le decapitazioni filmate. “Già”, commenta un vecchio operaio delle acciaierie di Genova, “dopo gli attentati di Parigi, le piazze di tutta Europa si sono riempite spontaneamente. In Italia nessuna mobilitazione. Brutta piaga l’indifferenza”.

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