sabato, Maggio 15

Ricerca, scontro in Rete field_506ffb1d3dbe2

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ricercatori

I meccanismi di incentivazione di relazioni sociali, inaugurati da Facebook, e strutture similari, hanno dei meriti indubbi. Personalmente non sono particolarmente appassionato al genere, non li ‘capisco’ fino in fondo, ma come diceva il comico Ferrini mi ‘adeguo’. Da tempo, e a più voci, a preso il via il coro sul ‘mondo virtuale’ su ‘finzione e realtà’. Almanaccando ulteriormente su tutte le perplessità che questi social network, suscitano nelle coscienze più avvertite, il dedalo si è andato via via sempre più infittendo.

Finora non ho prestato particolari attenzione a queste riflessioni, che su scala, ovviamente diversa, mi sembrano analisi di discernimento sulla rete (non a caso rete) ferroviaria, i suoi orari e le sue destinazioni. Buttata lì così, l’ultima affermazione può avere il sapore di una ‘provocazione’, cosa parzialmente vera, ma essa tende soltanto a far tenere presente che gli aneliti dell’essere umano si esprimono con i mezzi tecnici che si trovano a disposizione nelle varie epoche. In qualche misura i social network, ci rendono, più concretamente di quanto abitualmente si possa pensare, compagni di viaggio in uno stesso treno. Si sale e si scende quando si vuole, ognuno nel raggiungimento delle proprie destinazioni. Che magari possono essere solo delle persone.

Generalmente, nello scompartimento dove si trova posto, si incontrano altri viaggiatori sconosciuti, con i loro bagagli e fardelli riposti alla bella e meglio come possibile. Qualcuno magari partendo da banali considerazioni meteorologiche, o sulla puntualità del treno, come si diceva un tempo ‘attacca bottone’, stimolando l’intervento degli altri presenti alla chiacchierata. Qualcuno si astiene dal farlo, e preferisce rimanere nel suo riserbo pensando ai casi suoi. E’ quello che mi ero riproposto di fare, ma quello che è avvenuto su Facebook a seguito delle dichiarazioni a favore della ricerca scientifica, anche se operata con interventi sugli animali, espresse dalla giovane Caterina, afflitta da più di una grave patologia, non mi ha consentito di mantenere il progettato distacco.

La sfortunata fanciulla, si è permessa il lusso e lo sfarzo, di ringraziare pubblicamente la ricerca e i ricercatori, per il risultato del loro operato al quale deve la possibilità di essere ancora in vita. Dopo aver, credo si dica con termine secondo me orribile ‘postato’ su Facebook, dichiarazioni del genere, è scoppiato l’inferno. La ragazza è stata investita da centinaia di messaggi zeppi di riprovevoli insulti da parte del cosiddetto ‘mondo animalista’. Con varie argomentazioni, molte delle quali a mio avviso sfioranti il puro delirio, mettono sullo stesso piano l’esistenza di un essere umano con quello di un animale. Dalle griglie del network sociale in questo caso, non è uscita la ‘finzione’, ma la ‘realtà’, quella più inquietante, impastata di ideologismi, di totale assenza di capacità di lettura delle priorità da rispettare nel consesso umanamente civilizzato. I rivoli dei liquami di ogni sorta di ‘assoluto ideologico’, hanno irrorato di questa cruda realtà, le pagine del network.

«Ma quale finzione signori realtà, realtà», farebbe dire Pirandello, a questi fini dicitori del luogo comune, se solo avessero il minimo spessore per poter assurgere al ruolo di ‘personaggio’. Vivo praticamente da sempre con cani e gatti, non mi feci mancare neanche lumache e pesci rossi. Da adolescente ebbi l’avventatezza di definire la gatta, che visse con me i quattordici anni della sua esistenza, come ‘la persona che mi ha voluto più bene’. Dissi questo quando avevo dodici anni però. Osservo che molti cercano sicurezze e conforto riparandosi con delle definizioni, perimetrando un mondo, il loro, perfetto e non contaminabile. L’argomentare di questi sedicenti animalisti, penso che depotenzi le plausibili richieste di quelli veri. Ma in tutto questo can-can, sono mio malgrado rimasto coinvolto anch’io. Il nodo centrale che differenzia e divide le posizioni di chi è a favore delle dichiarazioni di Caterina (tra l’altro vegetariana e studentessa in veterinaria), e chi è contro, risiede nella affidabilità, necessità ed efficacia della ricerca su cavie animali. Se il costo morale, delle sofferenze inflitte agli animali con queste metodiche, diano un saldo attivo in termini dei risultati ottenuti che in altro modo, non si potevano ottenere. Qui si entra in un ambito pertinente sicuramente, ma penso che sia da riservare agli scienziati e ricercatori del settore.

Una persona comune, qual è il sottoscritto, non ha competenze tali per giungere a conclusioni di sorta. Può solamente considerare, che non essendo persuaso dagli ‘animalisti’ che gli scienziati e i ricercatori, siano una banda di sadici inebriati dalla loro gratuita malvagità, avranno pure più di un motivo, per adottare, nella ricerca del raggiungimento del bene, metodiche che possono essere talvolta dolorose e cruente. La coscienza comune diffusa ritiene questo. Può essere in errore certo, ma questo errore di valutazione se tale è, va dimostrato con evidenze ineccepibile, senza moralismi dozzinali o tifo da Stadio, con tutto lo scatenamento di passioni e invettive che esso comporta. Qualche pregiudiziale, prima di ogni discorso, per quanto animato e serrato andrà pure posta. Ad esempio la preminenza della vita umana ‘senza se e senza m’, come andava di moda dire fino a poco tempo fa per argomenti non così centrali, andrà pure fissata una volta per tutti. Alludevo al fatto di essere rimasto coinvolto anch’io direttamente su Facebook, intervenendo in una disputa nata dalle dichiarazioni di Caterina, tra una mia amica e alcune sue conoscenti.

In quel contesto, ho toccato con mano, la crudeltà che alberga nel cuore umano, soprattutto in quelli che si presentano come paladini della ‘giusta causa’ del momento. Ho sempre diffidato di gente siffatta. La mia amica, difendeva le posizioni della ragazza, le sue interlocutrici, senza esprimere una sola parola di solidarietà, per la condizione di Caterina, paventavano apertamente l’ipotesi, che la stessa fosse al soldo di qualche multinazionale farmaucetica, in cerca di visibilità sui media, con tutti i lucrosi vantaggi che da essi possono derivare. A fronte di tanto scempio, praticato senza un solo indizio a carico dell’accusata, mi sono cadute le braccia. In termini penali si potrebbe parlare di diffamazione credo. Umanamente di un sordido processo alle intenzioni. Il gioco operato su queste basi si fa veramente pericoloso per chiunque. ‘Pietà le mort’, dicevano. Ma Caterina ha bisogno di molto meno, essere creduta nella sua limpidezza almeno. A lottare per la vita ci sta già pensando egregiamente. Alla faccia di tutti coloro che vivono nel diabolico mito della malafede. Ovviamente quella degli altri. Beati loro.

 

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