lunedì, Maggio 16

Ricchezze e disuguaglianze? ‘In tax we trust’ A Davos, 102 super ricchi hanno sottoscritto una lettera in cui, roba da non credere, ‘vogliono pagare più tasse’! Ecco perché

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Un cane che morde un uomo non fa notizia. È così e ciò non necessita di ulteriori discussioni. Ma quando è ‘un uomo a mordere un cane’ la notizia diventa proprio interessante. Qui la faccenda si complica e pare un’ottima occasione per parlarne nel mare magnum globale delle notizie da cui siamo circondati in un calderone nevrotico di milioni di informazioni false o vere che non siamo in grado di verificare. E dato che è un’informazione impegnativa che mette in discussione molte tesi preconcette, atti di fede indimostrabili e coinvolge centinaia di milioni se non qualche miliardo di persone sul pianeta Terra, è quasi sicuro che questa notizia non avrà l’amplificazione che merita, circolerà di sfuggita e sarà archiviata in poco tempo. Come tutto ciò che accade nell’ormai ingestibile mondo di miliardi di notizie che affollano un’informazione bulimica delle reti elettroniche. Questo il fatto che meriterebbe più di una notazione.

In questi giorni, come ogni anno, i ricchissimi, i ricchi, i finanzieri, i potenti economici della Terra si incontrano a Davos in Svizzera in occasione del World Economic Forum dedicato a disegnare e progettare traiettorie, strategie, programmi ed interventi economici e finanziari che poi una politica globale in affanno proverà a tradurre per le moltitudini del mondo globale. Seguendo in larga parte gli ordini impartiti da un’aggressiva economia neoliberista con politiche di consolidamento o di aumento dei livelli già abnormi di disuguaglianze globali tra ricchi sempre più ricchi, l’1% del pianeta, e tutti gli altri. Quasi tutti noi. Con politiche che stentano ormai a tenere a freno nelle società il proliferare di rabbia, malcontento, rivendicazioni, mobilitazioni di piazza e rivolte di piazza difficili da canalizzare ma anche di incidere perché prive di uno statuto ed un’organizzazione unitaria capace di veicolare la protesta per tradurla in domanda politica.

Dinanzi ad una finanza e ad un governo dell’economia che ormai è in mano a potenti Consigli di amministrazione e soprattutto a Fondi di investimento impegnati a rassicurare i propri azionisti garantendogli dividendi lucrosi per tuttiEbbene, lì a Davos 102 super ricchi hanno sottoscritto una lettera in cui, roba da non credere, ‘vogliono pagare più tasse’! Il motivo? Alcune spiegazioni al riguardo. Pagare più tasse da parte dei super-ricchi sarebbe innanzi tutto un principio di equità in ossequio ad un pensiero ormai poco praticato per cui chi è più ricco ha (dovrebbe) avere il dovere in primo luogo di assolvere ad un primo atto di responsabilità verso il mondo ed un’azione di difesa della democrazia, nel senso che chi occupa ruoli sociali ed ha uno status di alto livello sente l’esigenza di essere partecipe di una comunità sociale, una koinonia una comunità rappresentata dallo Stato, assumendosene il carico maggiore. Non è roba da poco in un mondo economico e sociale in cui l’agire competitivo è regolato da un principio individualistico dell’esistenza nel raggiungimento del proprio interesse personale che oggi ha alla lunga minato le basi della convivenza civile. Il tema è talmente di rilievo e di primaria importante e perciò non se ne parlerà, sarà subito nascosto da fenomeni secondari ma di maggiore enfasi mediatica.

Secondo elemento, questa presa di posizione pubblica evidenzia lo scarto con altri tipi di miliardari, i tanti, troppi che non si pongono il problema visto che le cose vanno così bene, come i Bezos, Gates, Zuckerberg ed altri. Per loro. Lo scopo e le plausibili motivazioni sono ad un tempo di natura egoistica ed altruistica. Quanto più aumenteranno le già sconsiderate disuguaglianze tanto più il mercato, la produzione di beni, la circolazione di moneta ed uno spendibile tenore di vita saranno ristretti a fasce e ceti sociali solvibili, con l’evidente constatazione che una perdurante crisi endemica del sistema capitalistico ha da anni indebitato ed impoverito la mitica classe media dispersa e frammentatasi ancor più dopo la crisi dei sub prime della metà del primo decennio del nuovo secolo. Con la conseguenza del progressivo aumento di masse di persone impossibilitate a sostenere costi e prezzi a fronte di una caduta dei salari e di una sempre maggiore difficoltà a far quadrare i conti a fine mese. Come già succede peraltro da anni, in America come in Europa ed in altre parti del mondo. Nonostante un considerevole aumento di ricchezze pre pandemia addirittura ampliatasi con il post Covid-19. Un orientamento solo in parte compensato da una distribuzione di beni di massa con abbassamento dei costi di vendita con la grande logistica globale, Amazon o Alibaba. Fenomeno che ha prodotto un accentuato rallentamento dell’economia e dei consumi, complice la pandemia da virus in cui le cose stanno andando benissimo solo ai ricchissimi che aumentano, mentre gli Stati, segnatamente il nostro, non riescono con i cosiddetti decreti ‘Ristori’ (finora quattro mi pare, brutto ma efficace termine) a tener dietro alla crisi di liquidità di tanti che nelle diverse filiere produttive chiudono. O ai tanti esercizi commerciali, bar, ristoranti, luoghi di ritrovo, ma soprattutto le imprese della cultura, la vera reietta ‘uccisa’ dal virus, ma anche da scelte e decisioni che hanno privilegiato altri settori. Per dire, quando in tempi di prime chiusure si discuteva sulla necessità di tener aperti i luoghi di culto, cosicché chi riteneva andava a pregare, pochissimi si sono posti lo stesso problema, di tenere aperte sedi e luoghi di arricchimento culturale. Quindi religione sì, cultura no, tradizione sì innovazione no, forse, chissà. Tutto ciò ha generato negli anni un sempre maggiore ed esteso malcontento, rabbia ed invidia sociale che stanno minando le radici delle democrazie globali e della convivenza civile. Così appare quantomeno enfatizzato il ruolo da ‘anno zero’ ed anche in parte assolutorio pensare che il dramma sia esploso con il Covid. Viene da molto prima, ed alcune voci avevano da più parti posto il tema, il vero problema del mondo. Non del solo Occidente, come si diceva in passato, oggi ascrivibile ad un cosiddetto mondo libero.

Che le cose versino in questo stato diseguale, nonostante si dica che il capitalismo ha un poco ovunque innalzato i livelli dei salari rispetto al passato, non può far dimenticare che nel contempo la famosa forbice tra ricchezze e povertà si è allargata a dismisura. Confermato da tanti che hanno posto da tempo il tema analizzando lunghe serie storiche nelle diverse nazioni, dagli studi sul capitalismo da Thomas Piketty e la sua ricerca secolare sulle società di disuguaglianza, agli Stiglitz, ai Krugman. Di recente ce lo conferma il recente Rapporto Oxfam sulla disuguaglianza dove si afferma che «su scala globale combinando le disparità all’interno dei Paesi con le differenze tra i livelli di ricchezza media nei Paesi del mondo, per la prima volta dall’inizio del nuovo millennio tutti gli indici di concentrazione della ricchezza (la quota di ricchezza netta del top-1%, la quota di ricchezza netta del top-10% e l’indice di Gini che ricordo è una misura indiscutibile che assume valore tra 0 e 1, più è elevato, più è associata una disuguaglianza più alta) mostrano un aumento su base annua. In particolare, pur con la doverosa constatazione di una dinamica temporanea condizionata dal contesto pandemico e dalle risposte istituzionali per far fronte alla crisi sanitaria, economica e sociale da COVID-19, la crescita della quota di ricchezza del top-1% ha mostrato nel 2020 il secondo più ampio incremento su base annua del XXI secolo».

Non male, con ulteriore disuguaglianza economica, ma soprattutto organica riprodottasi in una disparità vaccinale con 3-4 dosi somministrate nei Paesi ricchi con ormai vicine pur discusse immunizzazioni di gregge, mentre nel resto del mondo povero si sono vaccinate percentuali risibili di popolazione, dove vengono salvaguardate poche greggi senza immunizzazione di massa, che già vivevano condizioni di povertà e sfruttamento esplose nel secolo XX ed ampliatesi in questo scorcio di XXI.

Tutto questo discorso ci porta poi ad analizzare e focalizzare l’attenzione sul tema della disuguaglianza mondiale e locale, su cui per decenni vi è stata una colpevole rimozione senza alcuna forma di complotto, quello lo lasciamo agli stupidi ed agli ignoranti. Al contrario, questa disuguaglianza è quella dinamica di concentrazione della ricchezza e della divaricazione dei redditi che con la pandemia hanno conosciuto un’esplosione non solo intollerabile sul piano morale, ma proprio ha inciso gravemente su condizioni materiali dell’esistenza che già in precedenza hanno subìto regressioni significative, nelle nazioni più sviluppate predisponendo diversi ammortizzatori, e nei contesti più poveri con un abbassamento significativo dei redditi e salari per la maggioranza della popolazione.

Appare del tutto evidente a molti che ormai il tema disuguaglianza è uno dei problemi più seri e gravi che intercorrono nel mondo a cui appare necessario dare risposte che correggano distorsioni e divari ormai insostenibili che dall’ambito economico si riverberano ai diversi segmenti e settori delle società. Per cui la questione attuale è se vogliamo redistribuire la ricchezza oppure se sia sufficiente redistribuire opportunità, invero sempre più compresse e circoscritte. È urgente ritornare a parlarne.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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