domenica, Settembre 19

Riccardo Perissich, fra Ue e spy stories

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Ha scritto due spy stories di successo e ne ha in caldo una terza.
Non per questo (o non ‘solo’ per questo), però, entra a pieno titolo in questo mio album di persone di talento, con un percorso professionale significativo.
Riccardo Perissich ha molte frecce nel suo arco: una carriera fulgida nella Commissione europea, responsabilità di spicco in alcune grandi aziende italiane, come direttore per i Public Affairs in Pirelli e Telecom.
Oggi è vicepresidente del Consiglio per le Relazioni fra l’Italia e gli Stati Uniti (il Presidente è un signore che si chiama Sergio Marchionne; il Consiglio fu fondato nel 1983 da Cesare Merlini, Gianni Agnelli e David Rockefeller). Possiede, inoltre, una naturale autorevolezza che si coglie a primo acchito.
Sottotraccia, da quel che mi racconta, c’è sempre stata questa passione per l’Intelligence; d’altronde, i luoghi che ha frequentato professionalmente possono tutti considerarsi obiettivi ‘sensibili’ e bisognava essere la Vispa Teresa per non accorgersi di certi piccoli indizi, inavvertibili a persone non informate dei fatti.

Riccardo Perissich ha osservato e patrimonializzato chissà quanti di questi piccoli (o grandi) indizi nel pozzo di San Patrizio delle sue esperienze.
Per anni e anni; dal 1970, quando a ventott’anni atterrò a Bruxelles per cominciare a lavorare ad una Comunità europea che non era certo quella attuale. Innanzitutto per le dimensioni.
Una bella palestra d’esperienza, anche per coltivare, nell’inconscio, quei sensori che poi avrebbero archiviato intrecci e atmosfere utili alla costruzione di spy stories.
Se lavori a Bruxelles“, mi conferma con un sorriso sornione, “devi sapere che sei attorniato da fenomeni di questo tipo. Uno deve imparare astare attento’ e a capire che spesso un fatto non è quel che sembra“.
C’incontriamo nei giorni ‘caldi’ del sobbollimento greco e io, dentro di me, mi chiedo se Alexis Tsipras sia informato di questa bifrontalità brussellese. Forse gli sarebbe utile una chiacchierata con Riccardo Perissich, che, dal web, mi risulta anche componente dell’International Institute for Strategic Studies di Londra …
Come è per noi arricchente, sotto molti profili, farci raccontare la sua storia.

Come cominciò la tua carriera?
Arrivai a Bruxelles nel 1970: sono atterrato al Luchthaven Brussel-Nationaal nel giorno di luglio in cui cominciavano i negoziati di adesione di Irlanda, Danimarca, Gran Bretagna e Norvegia, di cui solo tre andarono a buon fine, visto che la Norvegia, alla fine, non entrò nella Comunità, che allora si chiamava ancora CEE. Ai tempi c’era molto entusiasmo in casa britannica e il Governo conservatore, guidato da Edward Heath, si dimostrava fermamente convinto delle ragioni dell’Europa. Quando, tre anni dopo, il Trattato di adesione fu ratificato dalla Camera dei Comuni (allora non era ancora invalso l’uso dei referendum), si ottenne una larga maggioranza. Poi il clima, con l’avvento dei laburisti, cambiò. Approdai, dunque, nel 1970, nel Gabinetto del Commissario europeo Altiero Spinelli, di cui, due anni dopo, nel 1972, divenni Capo di Gabinetto. Era una persona davvero speciale.

 

(NdR: Tanto speciale da aver immaginato l’Europa, mentre infuriavano le dittature fascista e nazista e una guerra mondiale, illustrando questa sua concretissima utopia durante il suo confino ad insulam e scrivendo con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, nonché con Ursula Hirschmann, il ‘Manifesto di Ventotene’, documento genetico dell’UE).

 

Quale atmosfera si respirava in quegli anni alla Comunità?
Non era l’età dell’oro per la Comunità, quella in cui arrivai, e in Francia, pur non essendo più al potere il Generale Charles de Gaulle, permaneva un forte e pervicace residuo di gollismo. Le trattative per l’adesione della Gran Bretagna erano, in casa inglese, accompagnate da un clima di autentico entusiasmo. Il bel sogno durò poco. La tegola del primo shock petrolifero e la mancanza di una risposta comune dell’Europa a questa traumatica esperienza contribuì a raffreddare gli ardori britannici verso la Comunità. Nel 1974, Heath perse le elezioni e andò al potere il laburista Harold Wilson, ben più tiepido nei confronti dell’Europa. Una maggiore euforia si potè sperimentare nella seconda metà degli anni ’70, quando risalì il barometro dell’ottimismo, grazie all’azione del Presidente francese Valery Giscard d’Estaing e del Cancelliere tedesco Helmut Schmidt. Nel ’75, Wilson tenne il referendum in Gran Bretagna e prevalse la volontà popolare europeista. Nel 1979, poi, vi fu la convergenza di due eventi fondamentali per l’Europa unita: l’avvento dello SME (Sistema Monetario Europeo) in cui entrò immediatamente la nostra lira, e la prima elezione del Parlamento europeo a suffragio universale.

Torniamo alle tue esperienze personali. Dopo che Altiero Spinelli, nel ’76, cessò di essere Commissario europeo, per venire eletto nel Parlamento italiano e, poi, nel ’79, in quello europeo, come si dipanò il tuo itinerario in seno alla Commissione?

Lavorai con altri tre Commissari indicati dall’Italia: Cesidio Guazzaroni, che rimase per un breve periodo, fra il ’76 e il ’77, assumendo le deleghe di Commissario europeo per la Politica Industriale e Tecnologica (eccezion fatta per l’acciaio) e la Fiscalità; Antonio Giolitti (fra il 1977 e il 1985) che si occupò della delicatissima Politica regionale e, infine, Carlo Ripa di Meana, dall’85 al ’93. Ripa di Meana fu per due mandati Commissario: nel primo, fra l’85 e l’89, con la responsabilità di: Riforme Istituzionali, Politica dell’Informazione, Cultura e Turismo; nel secondo, fra l’89 e il ’93, per Ambiente, Sicurezza Nucleare e Protezione Civile. Intanto, io assumevo anche il ruolo di direttore al settore Risparmio energetico e Previsioni (1977-1981); poi fui promosso vice-direttore generale al Mercato interno (1986-1990) e, infine, direttore generale per l’Industria (1990-1994). A metà degli anni ’80, ci si risollevò dalla depressione. Fu Jacques Delors a essere agente del cambiamento. Sotto la sua guida decennale, si avviò il grande progetto del Mercato unico, in cui trovò le sponde di François Mitterand e Helmut Kohl e, in fondo, anche di Dame Margaret Thatcher. Riconosco di aver avuto la gran fortuna di essere incaricato da Delors di dirigere tutti i lavori del Mercato unico, che ha rappresentatol’itinerario sfociato nell’adozione dell’Euro. E qui finì la mia esperienza europea, giacché nel 1994 tornai in Italia. Avevo trascorso 25 anni circa in ruoli di responsabilità della Comunità europea. Un’esperienza molto importante, ma non facciamoci abbindolare dai sospirosi di un’età dell’oro che non c’è mai stata, essendosi verificati sempre andamenti ciclici.

Cambia scenario… ma non spessore delle tue responsabilità …
Ritornando nel mio Paese, entrai nel Gruppo Pirelli quale direttore degli Affari Pubblici ed Economici e, successivamente, con lo stesso incarico, in Telecom Italia.

Beh, sei stato in luoghi dove c’erano mille e un fonte ispiratrice delle spy stories che rappresentano uno dei tuoi attuali palcoscenici. Come nascono i tuoi romanzi?
Sono arrivato, come vi dicevo, a Bruxelles nel 1970. E nella capitale belga non ha solo sede la Commissione europea e il Parlamento, bensì anche la NATO. Questo Paese è importante come crocevia fra Francia, Germania e Inghilterra… Facendo un salto all’indietro giusto di 200 anni, non ebbe forse luogo proprio nelle vicinanze di Bruxelles la celeberrima battaglia di Waterloo, sconfitta definitiva per le ambizioni imperialiste di Napoleone? Dunque, a Bruxelles, in un Paese apparentemente sonnacchioso, traffici e spie sono all’ordine del giorno. Il clima era quello. Bisognava stare con gli occhi bene aperti. Il colonnello Giulio Valente, protagonista dei miei due romanzi, ‘Le regole del gioco’ e ‘Il Seminatore’, entrambi editi da Longanesi, l’ho inventato di sana pianta, ma è comunque frutto di una ponderata riflessione. Il personaggio che ho concepito ha alcune speicifcità: è stato un agente segreto di spicco ed è l’erede di una famiglia principesca romana. Ha assunto un alias, giacché ha rinnegato le sue origini aristocratiche e, nella mia testa, ho intrecciato un miscuglio di personaggi reali, conosciuti nella mia vita, con i protagonisti delle spy stories classiche, di cui sono appassionato, come l’eroe del ciclo di romanzi di Gerard du VilliersSAS – Sua Altezza Serenissima’, – Son Altesse Sérénissime – ovvero il Principe austriaco Malko Linge. Però Giulio, malgrado sia un Principe della Nobiltà nera romana, non è uno a cui vanno sempre tutte dritte, è un po’ sfigato; le sue immense qualità cerebrali lo fanno avvicinare al personaggio di George Smiley, protagonista di alcuni romanzi di John Le Carré come ‘La Talpa’, ad esempio. Insomma, Valente è uno che intellettualmente è un fuoriclasse, mentre nella vita quotidiana si rivela abbastanza imbranato, specie sotto il profilo della gestione della vita sentimentale.

Il tuo secondo romanzo, ‘Il Seminatore’, uscito l’anno scorso, pare profetico. Sette, fondamentalismi, uso dell’informatica a scopi terroristici …
Mi divertiva l’idea di parlare di intelligence riferita alla lotta ai fondamentalismi. E di non cadere nella banalità di mettere in primo piano un fondamentalismo islamico, bensì di paventare i pericoli di un fondamentalismo cattolico. Quando si decide di rendere Roma il palcoscenico dell’intreccio di una spy story, il Vaticano è uno scenario irrinunciabile. E poi ho anche inserito l’intreccio con le fragilità di Internet. Ora ho finito il terzo romanzo e sto aspettando la risposta dell’editore. Il titolo, se l’accetterà, sarà lui a deciderlo.

Come ti sei scoperto scrittore e poi autore di spy stories?
Quando ho lasciato la Telecom, il mio amico Sergio Romano mi ha chiesto di scrivere un libro sulla mia esperienza europea. Nacque così ‘L’Unione europea, una storia non ufficiale’ (Longanesi), che uscì nel 2008 con prefazione di Giorgio Napolitano (NdR: allora già Presidente della Repubblica). Dopodiché, l’editore Stefano Mauri chiese se volessi cimentarmi a scrivere un romanzo. Ruminai l’idea che mi aveva lanciato: lui non si aspettava che gli avrei proposto una spy story, visto che da una vita ne leggevo e, dentro di me, mi sarebbe piaciuto partorirne una.
Ho preso il suo suggerimento come una sfida ed è nato così il primo romanzo, ‘Le regole del gioco’. Sinceramente, pensavo che lo cestinassero… invece ne hanno presi due e ora c’è in ballo questo terzo, ancora in manoscritto.

Cosa volevi fare a 16 anni? Eri già indirizzato alla carriera che hai poi fatto?
Mio figlio Arturo ha giusto 16 anni.

Bene, allora facciamo un parallelo…
Ricordo che a 9 anni volevo fare il Carabiniere. Era la fine degli anni ’40 a Milano, dove sono nato, e la città, a pochi anni dalla fine della guerra, non aveva ancora rasserenato il proprio ordine pubblico, si presentava con un clima difficile, teso. Qualche anno prima, a Roma, il 14 luglio 1948, c’era stato il famoso attentato a Palmiro Togliatti, ad opera dello studente Antonio Pallante. Si vedevano spesso, nelle strade milanesi, Carabinieri in jeep e forse, freudianamente, è per questo che il protagonista dei miei romanzi, Giulio Valente, è un ex ufficiale dei Carabinieri.
A 16 anni, avevo cambiato idea: volevo fare il chirurgo. Forse mi affascinava l’idea di essere in grado di salvare le persone. Per l’influenza degli ambienti milanesi in cui ero cresciuto, invece, m’iscrissi ad Ingegneria, qui a Roma, città dove, nel frattempo, la mia famiglia si era trasferita. Frequentai per un anno, poi mi accorsi che mi interessava di più occuparmi di politica e di affari internazionali e, malgrado l’opposizione dei miei, mi iscrissi a Scienze Politiche. Il resto è venuto da sé. I sedici anni di mio figlio, oggi, gli danno le idee più chiare e meno ondivaghe di quelle che furono le mie: vuole diventare business man, studiare economia, finanza. Ciò malgrado, negli ultimi anni, questo settore abbia avuto un calo d’immagine, per gli scandali finanziari che lo hanno investito. Ma i giovani sono idealisti e pensano di riuscire a fare la quadratura del cerchio fra guadagno ed etica.

Pierluigi Celli, anni fa, fece scalpore, scrivendo al figlio una lettera in cui lo invitava a lasciate l’Italia e ad andarsene all’estero per studiare e far carriera. Qualche settimana fa, l’ho ascoltato dichiarare che, alla fine, dopo tante polemiche pubbliche, ma non per quelle, il figlio è rimasto in Italia, sia pure con tutte le difficoltà che esistono nel Paese. E tu cosa consigli ad Arturo?
Non è necessario convincerlo. Lui è sicuro, andrà a studiare all’estero e lo ha deciso tutto da solo. Frequentando una scuola internazionale qui a Roma, l’Istituto Chateaubriand, avrà la maturità già nel prossimo giugno e, poi, gli si apriranno prospettive di studio in Inghilterra.

Pare un’intervista-gambero, questa… Parliamo, ora, del percorso dei tuoi studi universitari. Dove li hai frequentati, ricordi qualcuno dei tuoi docenti?
Ne ricordo solo due, ahimé! Provo ancora un ricordo vivido, accompagnato da tanta stima e simpatia per i professori Giuseppe Di Nardo di Economia Politica e Giuliano Amato, allora giovanissimo, di Diritto Costituzionale comparato. In costanza di studi, ho fatto il giornalista, dove guadagnavo l’equivalente della scorta quotidiana di caramelle… Non mi sono laureato, pur avendo fatto tutti gli esami necessari. Arrivato alla tesi, mi fermai lì; poi, ho lavorato inizialmente in una società di consulenza, l’Italconsult; nel ’66 approdai allo IAI, Istituto Affari Internazionali, fondato un anno prima da Altiero Spinelli, che mi portò con sé nel ’70 a Bruxelles.

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Bruxelles ieri e oggi…
Ora il clima è di certo più pesante, con 28 Paesi membri l’osmosi è complessa; quando sono entrato ne erano 6 e già l’armonizzazione era difficile! Allorché sono andato via si era in 12 ed era in corso l’adesione di altri 3 Paesi. Ripeto, si susseguono cicli: la crisi attuale è la più grave in assoluto e genera un’atmosfera complicata… ma io vado poco a Bruxelles e mi riferisco solo a impressioni del tutto personali. Mi auguro che non sia così…

Cosa rimpiangi del tuo quasi quarto di secolo a Bruxelles?
Una persona rimpiange sempre le cose che fa da giovane. Certo, rimpiango l’interesse per il lavoro; poi il pregio di Bruxelles è che è una città raccolta, non è certo una metropoli, ma unisce i vantaggi di tanto verde e di un ambiente molto internazionale. E’ la summa della mia giovinezza. Oggi, al di là dell’attività di romanziere, continuo a scrivere di politica internazionale, di Unione europea e di economia. Sono stato editorialista del ‘Corriere della Sera‘ e lo sono tuttora per ‘Aspenia‘, la pubblicazione dell’Aspen Institute, e per i periodici dello IAI.

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