sabato, Ottobre 16

Riarmo e disarmo

0

»Meno fiori più cannoni», titola così oggi l’inserto di un grande quotidiano. E in occhiello: «Dalla Cina al Brasile, dall’India alla Germania, dalla Russia al Giappone. Il mondo si riarma. Tra paura ed enormi business».
Ora, questa non è ovviamente la notizia di una dichiarazione di guerra tra Potenze. Però è un indizio – l’ennesimo – che il sistema globale ha allestito tra gli scenari possibili, nel corso di una crisi economica ormai quasi decennale, anche quello di una guerra costante ‘a bassa intensità’; quantomeno.
Altri indizi: la virulenza dei conflitti regionali, la grande attività del ‘terrorismo’, la ‘muscolarità’ dei rapporti tra i protagonisti geopolitici. Il tutto, con grande cura che non passi giorno che il pubblico mondiale non sia messo dinanzi a uno o più di tali aspetti del presente (instabilità, paura, nazionalismo – e, di conseguenza: militarizzazione).

E’ almeno dall’inizio dello scorso anno, centenario dello scoppio della Grande Guerra, che si levano voci ‘in controcanto’ da parte di intellettuali – perlopiù – i quali evidenziano che il contenimento di uno stato costante di guerra ‘a bassa intensità’ (la Storia ce lo insegna) è una scommessa rischiosa: può sfuggire al controllo del sistema, con conseguenze abissali. Ma questi intellettuali sono pochi, e poco interessanti per i media; ad eccezione di Bergoglio, al quale il ruolo di capo della Chiesa cattolica (oltre che la sua personale, indubbia, capacità) dà la possibilità di far arrivare al grande pubblico un fondamentale richiamo al mantenimento della pace.
Sarebbe invece bellissimo – opinione tutta mia – che, come in svolte altrettanto cruciali della Storia contemporanea (dalla Guerra Fredda al Vietnam, dalle dittature latinoamericane al processo di decolonizzazione), ci fosse addirittura una ‘rincorsa’ tra intellettuali, movimenti di opinione, organizzazioni politiche e sindacali e mezzi di comunicazione di massa, per far diventare ‘senso comune’ il sacrosanto allarme rispetto alla piega che sta prendendo questa sorta di ‘giocare col fuoco’ da parte di chi regge le sorti dell’Umanità.

Anche perché affrontare il tema consente di dire qualcosa in più, oltre l’ambito del ‘pacifismo’ strettamente inteso. Infatti, l’opzione del riarmo e la crisi economica vanno tenute insieme nell’analisi; e se ciò è abbastanza chiaro per chi legge il presente e la Storia con la lente giusta (marxista e ‘derivati’), tuttavia non possiamo mettere in conto che l’opinione pubblica lo capisca da sé. E anzi – se comprendo bene quel che succede – proprio sull’inconsapevolezza diffusa scommettono i ‘decisori apicali’ del sistema, i quali alimentano nella gente la percezione di precarietà e inquietudine lasciando che si ‘scarichi’ sempre su determinati obiettivi (le ‘milizie del terrore’, le aree ‘calde’ del pianeta, le rivendicazioni nazionaliste) e mai sulla struttura portante della realtà socioeconomica (l’estrema, crescente, disuguaglianza tra persone e tra popoli; il consumo irreversibile delle risorse vitali della Terra).

Dire una cosa come “pace, senza se e senza ma” – e dirlo da parte non di un leader religioso, ma di leader politici e di movimento delle Sinistre nazionali e trans-nazionali, e di opinion-maker d’area – significherebbe, in quest’ottica, nientemeno che smascherare il Potere neo-liberista globale; significherebbe, sempre che si riuscisse ad arrivare all’attenzione pubblica, spiegare che la militarizzazione in corso (così come la bellicosità di tante dichiarazioni dei protagonisti dello ‘scacchiere mondiale’) non è una necessità storica inevitabile, ma è una strada che il sistema ha scelto per uscire dalla crisi economica, una strada pessima (dal punto di vista mio e, son quasi certo, di chi mi legge qui) e però preferita a dispetto di altre possibilità, in quanto questa prescelta non mette in discussione il sistema in sé. Costi quel che costi.
Parlare apertamente di pacifismo ‘da sinistra’ consentirebbe di mostrare quali sono queste altre possibilità, in che modo si possa ridare fiato all’economia, all’occupazione, ai consumi, al tenore di vita della gente, alle aspettative nel futuro, senza per forza ‘giocare alla guerra’ (benché, per ora, a ‘bassa intensità’); permetterebbe, alla Sinistra (che sconta un’afasia ormai quasi-storica – e in Italia non ne parliamo!), di dire a voce alta che i soldi del sistema non devono andare all’industria delle armi ma alle tante industrie del ‘buon vivere’ (alimentazione, dimora, salute, istruzione, ambiente, cultura, accoglienza, informazione, servizi), di pretendere che dalla crisi si esca non comprimendo gli spazi di democrazia (altra conseguenza di un’economia ‘di guerra’ e di istituzioni ad essa orientate) ma tutto il contrario: con il rafforzamento dei diritti del lavoro e del welfare, con l’inclusione di diritti nuovi e dei nuovi portatori dei medesimi (da qualunque parte del mondo provengano).

D’altronde ‘les Trente Glorieuses’ – come si chiamano in Francia –, cioè i trent’anni tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e lo ‘shock petrolifero’, durante i quali l’Europa (con tutto l’Occidente, ma soprattutto l’Europa – per tanti motivi) ha messo insieme il più rapido sviluppo economico con il più grande progresso sociale, è stato anche un periodo di buoni affari per le élite locali e mondiali; élite – questa è le differenza tra quelle e queste da un altro trentennio sulla scena – caratterizzate forse da minore avidità cieca, ma senz’altro avvertite del fatto che, nell’elaborare e attuare le proprie strategie, dovevano fare i conti con un ‘senso comune’ schiettamente progressista, alimentato da una ricca e coraggiosa schiera intellettuale e presidiato da organizzazioni politiche e sindacali radicate e coerenti.

Invece, a un certo punto (per tanti motivi), ‘disarmammo’noi, le Sinistre politiche e culturali. Così non c’era più il contraltare al Potere, così il capitale poteva recuperare il terreno concesso al lavoro (conquistato, da esso) nella loro secolare dialettica; così il progresso sociale veniva incasellato tra i ‘costi’, e stigmatizzato come un costo sempre più eccessivo (il ‘debito’, gli ‘sprechi’, l’’inefficienza’), quindi limitato e impoverito fino alla sua scomparsa. Alla gente rimase il sogno del mero sviluppo economico (“senza progresso” come vedeva benissimo Pasolini già ‘in diretta’); finché però, oggi – ‘oggi’ da quasi un decennio – anche questo sogno sta evaporando. E lo scenario è abbastanza da incubo.

Il Potere scommette sul riarmo, rischi compresi, perché sa che adesso come adesso è molto più facile far presa sull’opinione pubblica con le leve dell’insicurezza, della diffidenza, dell’egoismo e della paura, che non su quelle della cooperazione, della fiducia, del rispetto e della comunanza. Vale a dire, figuratamente: il sistema globale è ‘brutto’ perché non potrebbe reggersi altrimenti, data la nostra individuale ‘bruttezza’ – così come essa è stata pianificata prima, dal sistema stesso, e poi realizzata su scala incalcolabile.
E’ ben per questo – perché il ‘senso comune’ è oggi tal punto distorto – che perfino le parole di Papa Francesco, pur udite da tutti, riescono solo a ‘nuotare’ controcorrente per un po’; dopo di che l’’inerzia di massa’ ha purtroppo la meglio. E il peggio si avvicina ogni giorno un poco.
Perché non sarà una voce soltanto, per quanto autorevole, a invertire la rotta generale. Credere questo equivale a leggere le cose con la lente sbagliata, meramente volontaristica, senza alcun riferimento alla realtà dei rapporti di forza nel conflitto di classe; realtà dei rapporti e del conflitto la quale è invece chiarissima a chi ‘comanda il gioco’, e infatti tollera il dissenso proveniente da quel singolo magistero spirituale come un ragionevole rischio d’impresa (e addirittura come una bella ‘foglia di fico’, oggettiva, sulle manovre più sostanziose e impresentabili).

Allora? Allora – per quanto anche questo ‘sappia’ di volontaristico azzardo (ma non lo è affatto) – le Sinistre nazionali e trans-nazionali, politiche e sindacali, intellettuali e ‘di movimento’, devono scendere in campo al più presto e con la massima determinazione; con le parole d’ordine più precise possibili, come “pace” e “riconversione” e “socializzazione”.
Devono a tutti i costi organizzarsi per tentare di conquistare la scena, irrompere nelle dinamiche in corso guadagnando l’attenzione pubblica, e prefissandosi l’obiettivo di orientarne l’opinione su quelli che sono gli effettivi interessi di tutti e di ciascuno, della democrazia e della Civiltà così come le abbiamo conquistate, costruite, conosciute; per la vita stessa del pianeta Terra.
Ma è un lavoro, questo, di lunga prospettiva – senz’altro. E con una quantità enorme di difficoltà intrinseche a compiersi.

Tuttavia è necessario, assolutamente. E va cominciato prima possibile, esso sì con ogni ‘arma’ a disposizione. Sperando che bastino – che non sia troppo tardi.
Perché intanto il riarmo degli arsenali procede spedito, e l’intensità della guerra – nei cuori, anzitutto – non fa che salire.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->