sabato, Aprile 17

Riapre l’ Aula Gotica a Roma Intervista ad Andreina Draghi sugli affreschi nella clausura presso i Santi Quattro Coronati

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Il 20 maggio prossimo vi sarà l’apertura al pubblico (per gruppi e su richiesta, con il versamento di un’offerta libera) dell’eccezionale ciclo di affreschi medievali del convento di clausura nel complesso dei Santi Quattro Coronati a Roma. Gli affreschi, scoperti e restaurati dieci anni fa, ma aperti solo per  un giorno nel 2006, sono situati al primo piano di quel complesso di edifici sorti intorno alla Basilica sul lato settentrionale, disposti ortogonalmente alla Cappella di San Silvestro, pertinente alla chiesa stessa.

La scoperta del ciclo pittorico che decora le pareti è avvenuta a seguito dei numerosi restauri che nel tempo hanno interessato il monumento. In seguito ad una serie di tasselli di descialbo condotti sistematicamente, nel 1999 si è conosciuta l’estensione esatta dei dipinti sulle pareti e sulle volte di quella che fu detta ‘Aula Gotica’ del complesso monastico: due cicli si snodano lungo le pareti delle campate del lungo ambiente con una decorazione che si svolge orizzontalmente all’interno di ognuna di esse. Nella campata meridionale, entro archi inflessi, formati da delfini con code intrecciate, sono raffigurati i dodici ‘Mesi’ dell’anno; al di sopra della trabeazione con mensole, popolata da un campionario di volatili, si dispongono le figure delle ‘Arti’ (Grammatica, Geometria, Musica, Matematica e Astronomia); nei costoloni delle volte vi sono le ‘Stagioni’, i ‘Venti’ e nelle vele, parzialmente perduti, i ‘Segni Zodiacali’ ed i ‘Pianeti’. Nella campata successiva, alla stessa altezza dei ‘Mesi’, sempre entro archi inflessi formati da code di delfini intrecciate, ma di minori dimensioni, trovano spazio le personificazioni di Virtù’ e ‘Beatitudini’, raffigurate in abiti militari, ma non armate. Esse recano sulle spalle le figure dei profeti e dei santi distintesi nell’esercizio di quelle.

Al centro della parete settentrionale è rappresentato Salomone con il capo coronato da un diadema che lo identifica come Cristo, sole di giustizia. Il sovrano, secondo la lettura da sinistra a destra che rispecchia la concordanza tra Antico e Nuovo Testamento, è preceduto dalle figure veterotestamentarie ed è seguito dai rappresentanti della Chiesa. Un ricco apparato di ‘tituli’ e di iscrizioni correda le rappresentazioni, contribuendo in modo risolutivo a chiarire il programma decorativo e la funzione della sala quale aula di giustizia, in seguito coperta da calce e strati pittorici, probabilmente durante la peste del Cinquecento e diventata poi guardaroba e stireria delle monache.

Questo ciclo pittorico è tra i maggiori ritrovamenti di metà Duecento e portatore di una cultura complessa, composita e, soprattutto, internazionale, dove il linearismo sostenuto dei panneggi, di derivazione tardo bizantina si accompagna a diverse citazioni classiche, a numerosi riferimenti iconografici di ambito meridionale e anche dell’Ile de France, rielaborati con immagini di grandissima forza espressiva. La cultura di questi pittori è la medesima delle maestranze attive nella cripta del Duomo di Anagni: per la maggior parte del ciclo dei ‘Mesi’ è qui operante il Terzo Maestro di Anagni, intendendo in tal modo l’équipe di artisti identificata con questo nome, connotata da una forte espressività, da sintesi nella composizione figurativa, un uso del colore con funzione volumetrica, una profonda conoscenza delle logiche dettate dal cantiere ed un’adesione totale al linguaggio dell’architettura coincidente con lo spazio decorativo.

Il programma decorativo dell’‘Aula Gotica’ presenta una strettissima rete di corrispondenze con la trattatistica liturgica, e in particolare con le opere letterarie di Onorio di Autun (1080 circa-1157 circa), Ruperto di Deutz (1075-1129/30), del vescovo di Cremona Sicardo (1155 circa-1215), di Bruno di Segni (1049-1123), di Giovanni Beleth (morto nel 1182), di Guglielmo Durando (1230/37- 1296) che, ricollegandosi alla tradizione precedente, presentano una lettura simbolica dello spazio e degli elementi architettonici che lo costituiscono. L’assetto compositivo degli affreschi dipinti sulle pareti della seconda campata (‘Virtu’, le figure vetero e neotestamentarie e i rappresentanti degli ordini mendicanti), racchiusi entro le arcature inflesse e disposti con continuità su tre lati, richiama alle memoria le finestre delle cattedrali gotiche, come per esempio quella di Chartres. Fattore importante perché la derivazione dal modello d’oltralpe documenta la complessità e l’internazionalità della cultura pittorica presente nell’Aula dei Santi Quattro Coronati, in un’unione di elementi pittorici bizantini, classici, meridionali e gotici francesi. Questo permette di riconsiderare il ruolo della pittura romana di metà Duecento, già definita dai critici priva di istanze innovative e culturalmente chiusa. Del resto, i rapporti con la Francia erano favoriti dalla presenza del committente dell’‘Aula Gotica’, Stefano Conti, che come cardinale vicario della Curia romana e canonico nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, legò alla stessa chiesa francese, in ricordo di papa Innocenzo III di cui era il nipote, una somma di denaro con cadenza annuale e al capitolo della medesima chiesa francese anche un crocifisso in oro e argento. Tutto il ciclo pittorico preso in esame si può datare tra il 1246 e il 1255 e rappresenta un percorso spirituale che porta al termine ultimo di una prospettiva salvifica, ovvero ad un riavvicinamento a Dio.

Abbiamo intervistato sul tema la storica dell’arte Andreina Draghi, direttrice del Museo Nazionale di Palazzo Venezia e scopritrice del ciclo dell’‘Aula Gotica’.

Quando e come avete scoperto questi affreschi nel convento di clausura dei Santi Quattro Coronati?

Noi della Soprintendenza, cioè io con la restauratrice Francesca Matera, già nel 1989 stavamo lavorando nella chiesa e nella cappellina di San Silvestro. Avevo programmato dei tasselli di descialbo già allora, ma soltanto sette anni dopo la madre badessa Maria Rita Mancini, che oggi non c’è più, ci accompagnò nella clausura, portandoci per la prima volta in quella che era l’’Aula Gotica’. L’ambiente non aveva naturalmente l’aspetto di oggi, ma era coperto da un intonaco di colore lilla e veniva utilizzato dalle suore per stirare e anche per riporre spesso le reliquie. Ho chiesto in quell’occasione a madre Rita di poter fare delle prove di descialbo e una volta ottenuto il suo permesso, era il 1996, con Francesca Matera abbiamo fatto i primi tasselli.

Che particolarità hanno questi affreschi?

Sono molto importanti perché, quando sono emersi, erano in perfetto stato di conservazione. Le lacune presenti nella decorazione sono dovute probabilmente ad un terremoto avvenuto nel 1345. Sono altresì importanti sia perché hanno posto l’attenzione degli specialisti sui palazzi cardinalizi come luoghi dai quali lanciare messaggi politici, sia per il tema trattato perché formano una ‘summa enciclopedica’, sia per gli artisti che vi hanno lavorato e che erano presenti nell’ambito della corte papale perché impiegati anche nella cripta del Duomo di Anagni, e prima ancora a Subiaco.

A che periodo possono essere datati gli affreschi trovati?

Diciamo complessivamente tra il 1246 e il 1255, ma sono strettamente legati nel tema agli affreschi sottostanti della cappella di San Silvestro e della Stanza del Calendario, mentre stilisticamente si riconnettono agli affreschi di quest’ultima.

Gran parte degli affreschi ritrovati è riferibile al cosiddetto Terzo Maestro di Anagni. Ci parla di questo pittore e del perché pensate sia l’autore dei dipinti?

Pensiamo che l’autore sia in gran parte il Terzo Maestro di Anagni perché la cripta del Duomo di Anagni, da lui affrescata, anche se non con un ruolo da protagonista come nell’‘Aula Gotica, presenta raffronti stilistici e assonanze decisamente evidenti. I rapporti stilistici sono strettissimi anche nella struttura e nell’insieme compositivo, nella materia pittorica, nel modo di tratteggiare il panneggio, nella consistenza dei volti. È un artista molto diverso dal Secondo Maestro di Anagni perché nell‘Aula Gotica’, come nella cripta del duomo, vi lavora anche questo pittore. Fu Pietro Toesca, il grande medievista, che agli inizi del Novecento studiando la cripta di Anagni riconobbe tre mani corrispondenti non a tre singoli artisti, ma a tre botteghe di pittori, (perché stiamo sempre parlando di lavori di cantiere) che identificò come: il Primo Maestro, il Secondo Maestro e il Terzo.

Che interventi di restauro sono stati apportati ai dipinti?

I dipinti sono stati innanzitutto descialbati, puliti e poi consolidati. Sono stati restaurati al minimo, perché lo stato di conservazione era perfetto in quanto erano stati coperti da uno strato di calce e poi da diversi altri strati di intonaco. Il grande intervento di restauro ha riguardato le lacune e come trattarle, perché il ciclo era molto esteso e presenta alcune lacune. Per ricomporre l’insieme in maniera tale che esse non conferissero l’aspetto di frammento agli affreschi rimasti, con la restauratrice abbiamo lavorato tantissimo: Francesca Matera ha proposto soluzioni legate alla diversa granulometria della malta, più o meno fine, e alla fine siamo arrivate ad una composizione molto vicina ad un arriccio, che ha conferito unità a tutta la decorazione, eliminando il carattere di frammento lì dove si presentava più vistoso.

Questo ambiente a quali scopi era destinato?

Questo ambiente probabilmente era destinato ad aula di giustizia, relativa ad un tribunale ecclesiastico per il tema decorativo generale e la presenza della figura di Salomone al centro della parete settentrionale.

Questo programma decorativo presenta una rete strettissima di corrispondenze con le opere di maestri diversi. Quali caratteristiche di queste opere vengono ritrovate in questi affreschi?

Molto forte è l’influenza di Giunta Pisano, che comunque negli anni dell’esecuzione degli affreschi dell’‘Aula Gotica’ era attestato a Roma anche grazie ad un documento indiretto. C’è una fortissima componente classica, ma anche punti di tangenza con la cultura nordica francese e il retaggio bizantino. È dunque un linguaggio molto complesso e internazionale.

Vi sono stati rimaneggiamenti condotti nel convento di clausura in epoche diverse che inducono a riflettere sull’importanza dei ‘restauri antichi’. Cosa è stato modificato negli affreschi che ne ha modificato il carattere stilistico originario?

Niente, perché gli affreschi sono stati coperti molto presto, probabilmente, ma è solo un’ipotesi, nel Cinquecento a seguito della peste, perché all’epoca si usava disinfettare gli ambienti con degli strati di calce. Abbiamo trovato appunto tali strati che non solo coprivano gli affreschi, ma entravano anche all’interno dei loculi. Non ci sono state ridipinture.

Il mese di Marzo è rappresentato secondo un’iconografia rara nella tradizione italiana: lo Spinario a due figure, elaborato dall’arte bizantina ma di derivazione ellenistica: Pan che toglie la spina dai piedi di un satiro. Ci spiega il perché di questa rappresentazione?

Il mese di Marzo, spesso ma non sempre, era rappresentato in questo modo perché è il momento della penitenza e della Quaresima. La spina, a parte l’allusione naturalmente alla Passione di Cristo, è un elemento proprio di purificazione nell’atto dell’estrazione, che si inserisce perfettamente nel clima quaresimale. Ci sono vari livelli di lettura in questi affreschi.

In un luogo destinato alle monache di clausura perché troviamo una decorazione con soggetti profani affiancati a quelli sacri?

I soggetti intanto erano solo apparentemente profani, perché il luogo era in origine un palazzo cardinalizio e diventa monastero di clausura nel 1564. Era la sede del vicario della città di Roma, Stefano Conti, e la lettura di tutti gli affreschi dell’‘Aula Gotica’in realtà rappresenta un percorso dell’uomo verso la conoscenza di Dio. Il tema può sembrare profano, ma in realtà non lo è perché, accanto alla raffigurazione delle attività agricole che connotano i ‘Mesi’, sono poi rappresentati i ‘Vizi’, le ‘Virtù’, le ‘Arti’ che sono lo strumento necessario per giungere alla conoscenza di Dio.

Questa scoperta nel convento di clausura dei Santi Quattro Coronati ha aggiornato la visione storica della pittura romana del Duecento e del primato di Firenze e della Toscana in questo periodo?

Più che questo aspetto, la scoperta sicuramente ha cambiato la visione che avevamo della pittura romana, considerata ‘stanca’ verso la metà del secolo, dimostrando in realtà esattamente il contrario. Essa ha sottolineato anche l’importanza dei palazzi cardinalizi, perché anche il palazzo di San Clemente e Santa Agnese fuori le mura sono affrescati, ma entrambi conservano solo frammenti della decorazione originaria, che non sono però così estesi e in perfetto stato di conservazione come nell’‘Aula Gotica’. Questo ci permette di dare un preciso giudizio sulla pittura di metà secolo, che qui appare con un linguaggio internazionale anche perché il committente era molto vicino al papa, essendo il nipote di Innocenzo III Conti.

 

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