giovedì, Giugno 24

Riace, il paese degli stranieri field_506ffb1d3dbe2

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Riace – Una serranda grigia e un po’ arrugginita di un bar tirata giù in una piazza, forse per sempre. Un piccolo paese ormai alla deriva, Riace era questo fino al luglio del 1998. Era uno dei luoghi che salutava i suoi cittadini in partenza per il mondo in cerca di opportunità, era uno dei tanti paesi dell’entroterra calabrese, ed italiano, che si andava spopolando. Negli anni del boom dell’emigrazione italiana questo centro era passato dal contare 3.000 abitanti a 1.500 e l’emorragia di partenze non sembrava fermarsi. Ormai non era più un paese vivo ma popolato dai ricordi. Tante erano state le serrande rimaste chiuse e le attività ormai dimenticate. Se fosse andata avanti così non sarebbe rimasto più nessuno, solo i Santi protettori del paese, Santi Cosma e Damiano, i Santi degli stranieri. Poi il miracolo. Proprio gli stranieri arrivarono dal mare e nacque Città Futura. Un’alternativa.

Quindici anni dopo disseminate per la città ci sono delle piccole botteghe artigiane. In una si lavora la ceramica ed è qui che incontriamo Lorena e Umme Kulsoom, lavorano insieme da un anno e 8 mesi, questo è un laboratorio formativo in cui gli immigrati che vengono ospitati posso imparare un mestiere. Riace, infatti, ha aderito al progetto Sprar, Sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo, che prevede delle borse lavoro per ciascun ospite del progetto. Umme è una donna pakistana di 39 anni con dei capelli lunghissimi e con due intensi occhi neri, sottolineati da un trucco molto marcato. Lei e la sua famiglia sono scappati dal Pakistan due anni fa circa, anche se il marito faceva l’ingegnere e lei lavorava in un salone di bellezza. Umme ci spiega, con il suo italiano un po’ incerto, che sono dovuti fuggire perché lì c’era troppa ‘mafia’, non gli permettevano di vivere in pace, chiedevano molti soldi al marito per permettergli di lavorare e quando hanno sparato al portone di casa loro è stato troppo. Da allora vivono nel borgo, Umme tra non molto finirà il progetto formativo e se non troverà un lavoro sarà costretta ad andare via, insieme al marito e ai loro quattro figli. Il figlio più piccolo della coppia è nato a Riace e ha solo otto mesi.

 Dal 1998 passeggiando per le vie acciottolate si incontrano bambini che scorrazzano in bici, persone sedute a chiacchierare e negozietti, ma soprattutto si sentono mille voci e tutte di nazionalità diversa. Riace è divenuto un paese poliglotta, multietnico e ha accolto negli anni migliaia di profughi e rifugiati. Alcuni si sono stabiliti qui, altri sono ripartiti, ma tutti hanno contribuito a salvare il borgo e ad arricchirlo con le loro esperienze.

Poco distante dal laboratorio della ceramica incontriamo un altro negozio, questo è più grande ed è pieno di telai. Qui lavorano Angela e Kalkidan, quest’ultima, etiope di 26 anni,  è un anno che sta in Italia, è sbarcata a Catania e vi è rimasta per due mesi. Da tre mesi realizza borse con Angela. È molto più incerta di Umme, parla ancora pochissimo italiano ed è anche molto timida. Ha due occhi molto grandi e tristi.

Continuiamo il mio giro per le vie del paese, abbiamo un appuntamento a Palazzo Pinnarò, la sede dell’Associazione Città Futura, per capire come sia stato possibile salvare il paese dalla scomparsa. Ma siamo curiosi di vedere con i nostri occhi come immigrati e abitanti del posto si siano integrati e vivano in sinergia. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti di questa ripresa. Ed ecco spuntare un negozietto. È di Asadullah Ahmad Zai, lo gestisce con la moglie. Sono scappati dalla guerra in Afghanistan e sono nel paese dal 2008. Lui ha avuto una borsa lavoro per un anno e adesso si è comprato una casa e riesce a vivere con la moglie e le tre figlie che ha portato con se in Italia, altre due sono ancora nel suo paese. Asadullah vive da molto tempo nel borgo e ne riconosce pregi e difetti, preferisce continuare ad abitare lì e non trasferirsi in una grande città perché “Piccolo paese, piccoli problemi” dice.

Scendendo ancora notiamo un arco e una veduta panoramica, ci avviciniamo per dare un’occhiata e accanto scorgiamo un’altra botteghina. Ci sono due donne che stanno ricamando a mano. Riconosciamo  subito quale sia la rifugiata perché porta un velo nero in testa, si chiama Tahira, ha 43 anni e vive a Riace con le due figlie di 14 e 12 anni. L’operatrice di questo laboratorio lavora qui da 8 anni e nel corso degli anni ha collaborato con eritrei, etiopi, curdi, pakistani, nigeriani, palestinesi. Ha imparato a rapportarsi con questi ‘stranieri’. Tahira è molto timida, parla con un filo di voce e ci racconta che è scappata dall’Afghanistan per dare un futuro migliore alle sue figlie, lì, infatti, non c’era scuola per le donne e c’erano molti problemi con i talebani.

Sappiamo che sparsi per il paese ci sono anche un laboratorio per la lavorazione del legno, uno per quella del cioccolato e un’altra per il vetro, ma io sto facendo tardi e ho un incontro fissato per le undici. Stiamo andando ad incontrare Domenico Lucano, il Sindaco di Riace, lui è stato uno dei principali promotori dei progetti per l’integrazione e l’accoglienza degli immigrati ed è riuscito a porre un freno allo spopolamento del piccolo centro rurale. Uno spopolamento lento ma costante aveva colpito in particolare il piccolo borgo, e solo la Marina permetteva ancora al paese di continuare ad esistere. Infatti, questo paese nel cuore della Calabria, come spesso avviene in questa Regione, aveva, ed ha, due anime. Una, la Marina, che reggeva la sua gloria e il suo turismo balneare sul ritrovamento dei Bronzi (oggi custoditi nel Museo della Magna Grecia a Reggio Calabria), l’altra, il centro superiore a sette chilometri dal mare, che ha rischiato di scomparire. La Riace città dei Bronzi e la Riace città dell’accoglienza.

Tutto cambiò per una serie di casualità e di coincidenze che riportarono alla vita Riace superiore e che permisero di risolvere due problemi in un colpo solo: lo spopolamento e lo sbarco di profughi e rifugiati sulle coste italiane.  Il 1998 e uno sbarco di curdi e di iracheni in fuga da dittature e guerre cambiarono il destino segnato di un paese ormai senza voce e permisero il rialzarsi della serranda di quel piccolo bar. Adesso se si passeggia per le sue piccole vie si sentono risate, urla, magari pianti e canti melodici di terre lontane.

A Riace negli anni le serrande stridenti furono rialzate e ritinteggiate, hanno riaperto anche un piccolo alimentari e persino un pub.  I circa cento profughi che sbarcarono sulla spiaggia calabrese crearono una possibilità, un’occasione che fu colta al volo da Lucano, Antonio Petrolo e Cosimo Pazzano (scomparso nel 2000), uomini di sinistra, addirittura estremisti, che credevano di poter cambiare il mondo, che furono lungimiranti in quell’occasione e capirono che gli immigrati potevano salvare dal declino il loro centro. Si misero in moto e fondarono l’Associazione Città Futura, un ente senza scopo di lucro, nato per la necessità di un luogo fisico e di una struttura burocratica per potersi occupare degli immigrati. Il nome è stato ispirato dalla ‘Città del sole’ di Tommaso Campanella, sia per la vicinanza con il luogo d’origine del filosofo, sia per la realtà utopistica, all’epoca, che volevamo creare. Una città aperta, una comunità che guardava al mondo e che era pronta ad accogliere chiunque ne avesse bisogno.

Il comune di Riace, come abbiamo detto, entrò nel 2000, quindi, nella rete dello Sprar (così come strutturata dalla legge Turco-Napolitano, legge 40 del 6 marzo 1998) affidando la progettazione e la gestione dei programmi prima a Città Futura  e poi alle altre 4 associazioni che nacquero sulla scia di quella prima esperienza.  Il modello, che da quel lontano 1998 è stato creato e migliorato, ha prodotto sviluppo e integrazione in quel paese nato contadino e accogliente. Ben 60 persone di Riace sono oggi occupate nelle 5 associazioni che provvedono ad accogliere ed istruire i tanti profughi che il Ministero degli Interni gli invia.

Ciò che si verificò nel 1998 fu un insieme di circostanze e c’era, in quel momento, un contesto fecondo che permise alla realtà di Riace di realizzare con successo il progetto di Lucano &Co.  Ci siamo fatti raccontare quell’esperienza da uno dei protagonisti assoluti di quel cambiamento: Domenico Lucano, tra i fondatori di Città Futura e Sindaco di Riace dal 2004 ad oggi. Lui è una di quelle personalità carismatiche che o si amano o si odiano, ma che non restano indifferenti. Probabilmente il paese senza il suo impegno istituzionale non sarebbe giunto a creare un modello che ha attirato anche l’attenzione di uno dei più grandi registi contemporanei, il tedesco Wim Wenders, che proprio alla storia del centro calabrese ha dedicato ‘Il volo’, un cortometraggio realizzato nel 2010.

Finalmente siamo giunti a Palazzo Pinnarò, una dimora del Seicento donata a Città Futura da una famiglia nobiliare che vive a Napoli. Qui, dopo una breve anticamera, iniziò la mia intervista con Mimmo Lucano, ‘Mimmo dei curdi’ come lo chiamano alcuni: “Io ho assistito allo sbarco” ricorda “vidi questa moltitudine di persone che risaliva dalla spiaggia, la stessa su cui furono ritrovati i bronzi. Noi eravamo stati fino a quel momento uno dei luoghi delle partenze, di persone che vanno in giro per il mondo per cercare opportunità economiche. Invece quelle persone giunte sulle nostre coste erano un popolo alla ricerca di una dimensione e di una terra. Erano arrivati a Riace in fuga dalle guerre e spinti da questo desiderio di libertà. Si incontrano due questioni, una universale, la lotta per la libertà, e una locale, la lotta per la sopravvivenza”. Dalla capacità che si ebbe allora di leggere quello sbarco come una possibilità e una risorsa si modificò il destino di un borgo e delle famiglie che vi abitavano.

Fu un’insieme di casualità e di lungimiranza, ma fu anche molto di più. La gestione di quell’emergenza venne governata da un’idea politica e vide unirsi le forze di un politico testardo e abituato a darsi da fare, quale si è dimostrato essere Lucano, e di un vescovo, monsignor Giancarlo Bregantini (oggi arcivescovo di Campobasso), che invitava i fedeli a non piangersi addosso, che si legò con persone laiche ed insieme tentarono di costruire il riscatto sociale di una comunità.

Il Sindaco, quel momento e quell’unione di intenti tra lui  -uomo di sinistra- e l’uomo di Dio  -sembra quasi di vedere Peppone e Don Camillo- lo descrive così: “C’è da dire anche che lo sbarco è capitato in un periodo in cui nella Locride c’era un vescovo che aveva acceso fuochi, una fiaccola di speranza. Soprattutto in luoghi come questi, dove la gente era scoraggiata, sconsolata, vinta. Abituata a pensare che il modernismo prescinde dalle piccole realtà, dai  contadini e dai valori sociali che le comunità rurali rappresentavano”. Il primo cittadino, laico convinto, si trovò a dialogare e collaborare con questo alto prelato e a distanza di quindici anni ammette: “Se non ci fosse stato Bregantini quest’esperienza a Riace non sarebbe nata”. Non aggiunge nessun avverbio dubitativo, nessun ‘forse’ o ‘probabilmente’. Lucano riconosce un merito importante a Bregantini: “Mi avvicinò al vescovo il suo modo di vivere la pastorale, non era uno dei tanti che predicavano dall’altare, scendeva tra la gente. Come il mio professore, Natale Bianchi, un predicatore convinto del rinnovamento della Chiesa, fu scomunicato a divinis perché era legato ai movimenti cristiani per il socialismo”. Fu proprio grazie a questo anticonformismo di Bregantini che Lucano e la sua associazione riuscirono a ottenere che i profughi nel luglio del 1998 venissero ospitati nella Casa del Pellegrino. Fu il vescovo, infatti,  a sedare le opposizioni del clero: “Quella struttura viene aperta una volta l’anno in occasione della festa dei Santi Cosma e Damiano, era sempre stato così e tanti volevano che rimasse così. Invece lui permise che quelle porte fossero aperte”. Ma riuscì ad ottenere che vi rimanessero solo fino a settembre. Con il sopraggiungere dei festeggiamenti dei due Santi (dal 25 al 27 settembre Riace, infatti, diventa ogni anno la patria degli zingari che si riuniscono nel centro calabrese a festeggiare), si doveva trovare una soluzione per ospitare i rifugiati. Fu proprio questa a far scattare l’idea di chiedere agli emigranti in giro per il mondo l’utilizzo  delle case abbandonate di Riace Superiore. “Ci fu subito un’adesione spontanea e furono riaperte case rimaste chiuse per 40/50 anni, di emigranti che erano in Australia, Argentina e Canada”, continua a raccontarci il Sindaco.

Lucano confessa che è la prima volta, dopo tanto tempo, che ripercorre passo dopo passo gli avvenimenti di quelli anni. Di ciò che li ha portati a costruire quella che oggi è una struttura efficiente e oliata. “Allora i curdi e gli iracheni costretti ad andare via arrivarono nel centro storico e ciò che accadde è una delle cose più belle avvenute nel corso di questi 12/13 anni. Alcune famiglie del luogo si fecero infatti carico dei loro vicini di casa immigrati. Com’era in usanza nelle comunità contadine partì una solidarietà da vicinato. E di questo nessuno si accorse, da settembre fino a giugno del 1999”. Poi iniziò a crearsi un interesse spontaneo verso quella realtà e la convivenza spontanea tra autoctoni e immigrati.

Oggi il fondatore di Città Futura sostiene di aver raggiunto l’obiettivo che si erano preposti all’epoca: “Abbiamo detto al mondo: attenzione la Calabria ha un’identità, che va oltre l’enogastronomia e il peperoncino, ed è questa capacità di accogliere, la fierezza di incontrare le altre persone. Io l’avevo sempre vista  come una risorsa unica. Riace questa qualità l’ha sempre avuta, anche per la natura della festa patronale dei Santi Cosma e Damiano, una che vede aprire le porte della città agli zingari. Mi ricordo che mia madre, come tante donne del paese, barattava oggetti e cibo con i rom che giungevano in occasione dei festeggiamenti. Questa vocazione all’accoglienza, all’apertura è sempre stata una cosa che mi ha affascinato e che mi faceva nascere un senso di nostalgia quando vivevo al Nord. Ero certo che su questa nostra particolarità dovevamo costruire il riscatto del nostro sud”.

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A mano  a mano  la solidarietà spontanea verso questi stranieri giunti dal mare si è trasformata e organizzata, è cresciuto un progetto ed è stato strutturato. Infine, con l’elezione nel 2004 di Lucano a Sindaco, è diventato anche un fine istituzionale. In città operano adesso cinque associazioni, Los Migrantes, Riace Accoglie, Cooperativa sociale il Girasole, Associazione Oltre Lampedusa e Città Futura, che danno lavoro a circa 60 persone di Riace e assistono al momento 270/280 immigrati. La città, infatti, oltre ai 15 posti che garantisce per il progetto Sprar, ha aderito anche al progetto posti straordinari, al progetto emergenza Nord Africa, ampliamento Sprar, al progetto per i profughi palestinesi e a diversi programmi d’accoglienza. Tutti progetti previsti dalla normativa sull’immigrazione Bossi-Fini (legge 189 del 30 luglio 2002)

Riace è diventato negli anni il luogo dell’accoglienza e intorno a questa sua identità sono nate iniziative e idee. Hanno inventato, ad esempio, una moneta locale che gli immigrati possono spendere nei negozi convenzionati. Per ogni immigrato, infatti, il Comune riceve 33 euro al giorno, che in un anno sono 12.045 e mensilmente sono circa 990 euro. Però, con questi soldi bisogna provvedere all’alloggio, alle tasse, alle spese mediche, alle utenze, alle spese di viaggio e al rinnovo dei documenti. “Inoltre creiamo delle borse lavoro da 500 € per insegnarli un lavoro. Quindi ogni mese noi agli immigrati diamo una cifra per le loro spese personali, per il vitto, l’abbigliamento, le ricariche telefoniche, se è una sola persona prende 250 € mensili, 2 persone hanno diritto a 230€ al mese a testa, 3 persone 200€, 4 persone o più 190€”. 

Se si chiede a Lucano cosa occorra per poter replicare questa esperienza in altri luoghi, lui risponde “Nel 2016  sarà possibile partecipare al nuovo bando per entrare nella rete Sprar”, ma come abbiamo visto forse non è solo una questione burocratica.

 

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