venerdì, Maggio 7

Rex Tillerson, un segretario di Stato sgradito all’establishment

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Tra le nomine maggiormente contestate dell’amministrazione guidata da Donald Trump primeggia indubbiamente quella del nuovo segretario di Stato Rex Tillerson, un ingegnere e boy-scout che fece il suo ingresso in ExxonMobil nel 1975 per scalarvi rapidamente i ranghi e raggiungere i ruoli cruciali di presidente e amministratore delegato. Un’ascesa vertiginosa, se si considera che nel 1989 divenne direttore del ramo interno dell’azienda, per poi passare alla filiale yemenita nel 1995 e, tre anni dopo, alla vicepresidenza della Exxon Neftegas, una controllata del gigante petrolifero che gestisce alcuni giacimenti di gas naturale nella regione del Mar Caspio. Nel 1999, Tillerson fu nominato presidente della ExxonMobil Development Company, poltrona da cui ha avuto la possibilità di conquistare prima la presidenza (2004) e poi la gestione operativa dell’azienda (2006) a seguito del pensionamento di Lee Raymond. Dal 2008, la famiglia Rockefeller, che detiene la quota di controllo la compagnia (nata dalla frammentazione della potentissima Standard Oil fondata nel 1870 da John D. Rockefeller), ha cominciato a esercitare pressioni su Tillerson affinché ExxonMobil investisse maggiormente nel settore delle energie rinnovabili. Lo ha dichiarato pubblicamente Neva Goodwin, co-direttrice del Global Development And Environment Institute presso la Tufts University e nipote del ‘grande vecchio’ David Rockefeller, secondo cui l’impresa «deve prendere ispirazione dalla visione lungimirante di mio nonno».

Ciononostante, sotto la guida di Tillerson, lo zoccolo duro dell’azienda sono rimaste le energie fossili, come testimoniato dall’acquisizione della Xto Energy, un colosso del settore del gas naturale, per 31 miliardi di dollari. «Piaccia o no, il mondo continuerà ad impiegare prevalentemente le energie fossili», ha affermato Tillerson. Si tratta di esternazioni di routine per un petroliere (che tuttavia non ha indugiato a riconoscere la validità scientifica di alcune teorie che attribuiscono all’attuale modello di sviluppo ancorato al petrolio le ragioni del cambiamento climatico), ma che hanno probabilmente suscitato una certa diffidenza nei suoi confronti in quegli ambienti economici i cui interessi coincidono con lo sviluppo delle rinnovabili. Questi ambienti hanno contribuito anche finanziariamente all’elezione e alla rielezione di Barack Obama ed ora contestano aspramente la svolta energetica, tutta incentrata sulle energie fossili, annunciata da Trump, sebbene sia proprio sotto l’amministrazione democratica uscente che gli Stati si sono imposti come primo Paese produttore di petrolio al mondo realizzando il maggior incremento produttivo del secolo nell’arco di appena un anno. E lo hanno fatto lasciando (relativamente) carta bianca ai frackers, gli impresari operanti nel settore dello sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali che fanno largo uso di tecnologie  estrattive estremamente inquinanti e che, per di più, sollecitano l’attività sismica nelle aree interessate dalle trivellazioni.

Ma il vero nocciolo della questione è un altro: cosa ci fa un petroliere alla guida della politica estera degli stati Uniti? La risposta è molto semplice. Qualsiasi imprenditore di successo nel settore degli idrocarburi è chiamato a conoscere fin nei minimi dettagli la realtà economica e socio-politica dei Paesi in cui le proprie aziende hanno interessi concreti da coltivare e difendere. E se uno dei principali obiettivi dell’amministrazione Trump è quello di normalizzare i rapporti con la Russia, la nomina di Rex Tillerson risulta perfettamente coerente. Egli conosce di persona il presidente Vladimir Putin fin dal 1998, quando ricopriva l’incarico di vicepresidente della controllata di ExxonMobil (Exxon-Neftegas) che curava gli affari dell’impresa in Russia. Secondo John Hamre, presidente e amministratore delegato del Center of Strategic and International Studies, nel corso degli anni Tillerson «ha passato più tempo con Putin rispetto a qualsiasi altro cittadino statunitense, fatta eccezione per Henry Kissinger». Il boy-scout è anche amico di Igor Sechin, ex amministratore delegato del gigante petrolifero Rosneft e uomo di fiducia del presidente russo. Grazie anche a questi altolocati agganci a Mosca, Tillerson ha avuto modo di sottoscrivere una partnership con Rosneft, patrocinata dal Cremlino, per la perforazione dei fondali del Mare di Kara, in cui si stima risieda oltre il 20% delle riserve petrolifere mondiali. L’intesa concorse a indurre Putin ad insignire Tillerson dell’Ordine dell’Amicizia, la massima onorificenza russa che si assegna ai civili stranieri distintisi per l’impegno profuso nel migliorare i rapporti tra i propri Paesi d’origine e la Russia. L’affare, il cui valore stimato sfiorava i 300 miliardi di dollari, andò tuttavia in fumo con l’applicazione delle sanzioni contro la Russia da parte degli Usa come reazione alla crisi ucraina.

Le forti perplessità nei confronti della nomina di Tillerson a nuovo segretario di Stato espresse anche da numerosi esponenti del Partito Repubblicano come John McCain sono dovute proprio alle eccellenti relazioni che l’ex amministratore delegato di ExxonMobil ha imbastito con Mosca, accusata dalla Cia ed ora anche dall’Fbi di aver interferito indebitamente nelle elezioni statunitensi per agevolare l’ascesa di Donald Trump.

La tendenza a ritenere un deprecabile demerito l’avere ottimi rapporti con la Russia non è affatto nuova, se si considerano gli attacchi che dovette subire circa dieci anni fa l’ex cancelliere Gerhard Schröder per aver accettato di presiedere la società incaricata di realizzare il gasdotto Nord Stream, che approvvigiona di metano la Germania aggirando le zone calde dell’Europa orientale. In Francia, François Fillon, il candidato presidente del partito gollista, è stato oggetto di invettive per aver rilevato che scendere a patti con Mosca tenendo in seria considerazione gli interessi del Cremlino rappresenta un caposaldo irrinunciabile dell’Europa, poiché «a prescindere da cui la guidi, la Russia è il Paese più esteso del mondo, ha una cultura profondamente europea, dispone di ricchezze naturali in grande quantità ed è dotata di un micidiale arsenale atomico».

Le critiche mosse contro Tillerson e Fillon indicano in maniera inequivocabile che una fetta non irrilevante dell’establishment statunitense non intende affatto ricucire lo strappo con la Russia, ma approfondire e allargare una frattura che da svariati anni a questa parte produce pesanti ripercussioni in buona parte del pianeta, a partire da Europa e Medio Oriente.

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