sabato, Luglio 31

Revisione di Dublino: non se ne parlerà prima del 2016

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Un recente studio della Commissione europea, ha attestato ciò che molti Paesi membri si ostinano a nascondere sotto il tappeto: Dublino va riformata e anche con una certa urgenza. In verità non si tratta di un primo sollecito a rivedere le regole UE che gestiscono l’accoglienza e la suddivisione dei rifugiati sul territorio europeo. Già qualche anno dopo la firma di Dublino III, fu proprio la Commissione europea in sede di audizione davanti al Parlamento di Strasburgo ad ammettere l’inefficacia del sistema di Dublino così come concepito, e quindi la necessità di un aggiornamento per omogeneizzare la distribuzione e correggere le falle sulla responsabilità dei paesi nei punti di primo ingresso.

A ben guardare i documenti dell’UE, non da ultimo il recente studio elaborato dalla Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni), le modifiche a Dublino sono tanto necessarie quanto urgenti. Ma al di là dei supporti analitici e dei corposi dossier archiviati in Commissione alla voce ‘cose urgenti’, non sembra che in concreto i 28 abbiano preso una penna rossa e iniziato a sottolineare le parti da stralciare e sostituire nell’attuale regolamento. Insomma, chi ha interesse a rivedere Dublino deve vedersela con gli storici detrattori dell’aggiornamento.

Due premesse.
Intanto l’agenda dei prossimi appuntamenti UE non sembra aver colto appieno l’urgenza indicata nel sollecito del LIBE. Se si guarda al calendario dei prossimi incontri, dopo la lunga pausa estiva e le riunioni ‘informali’ di settembre, Bruxelles ritornerà a masticare i dossier non prima del 15 ottobre, quando è calendarizzata la prossima riunione del Consiglio europeo.  Ma vi è di più. Gli auspici che in quella sede si possa arrivare ad una road map strutturata sulle modifiche da apportare a Dublino non sono del tutto favorevoli.

Su questo punto l’UE continua a marciare a bassa quota. Basta guardare alle conclusioni al ribasso dell’ultimo Consiglio affari interni tenutosi lunedì 20 luglio per rendersi conto di come l’UE abbia tradito le attese sulla spinosa questione delle quote. Non saranno più 40mila in due anni (come aveva stabilito il Consiglio UE del 26 giugno) i migranti a essere ricollocati tra i paesi dell’Unione, bensì 32.256, la cui maggioranza si trova attualmente in Italia e in Grecia. Il destino dei rimanenti 8 mila? La discussione sulla loro sorte è addirittura rimandata a dicembre.  

È possibile, quindi, che il punto più controverso della revisione di Dublino non veda luce verde sull’apertura di un dibattito serio e pragmatico prima di cinque mesi. Nel frattempo, però, nel pieno della stagione estiva, i numeri degli arrivi e dei richiedenti asilo cresce drasticamente.

Si sa da dove vengono (i primi cinque Paesi di provenienza – secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – OIM) – sono la Siria, l’Eritrea, l’Afghanistan, la Somalia e la Nigeria), mentre resta difficile capire dove siano diretti: «è impossibile dare cifre precise sui loro movimenti, perché i rifugiati si spostano clandestinamente nell’Unione europea, anche per aggirare le regole del regolamento di Dublino», sostiene l’organizzazione per le migrazioni.

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