martedì, Aprile 13

Reti d'impresa perché piccolo non è più bello

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Un popolo tutto casa, chiesa e ‘fabbrichetta’ non cambia mentalità dall’oggi al domani. Servono generazioni e generazioni. La piccola e piccolissima impresa diffusa, a carattere individuale o familiare, resta la caratteristica distintiva del sistema produttivo italiano. Ma l’epopea del ‘piccolo è bello’ sembra in fase di declino di fronte alle sfide della globalizzazione. Cresce la necessità di investire in ricerca e sviluppo per generare valore aggiunto e aumentare la competitività. Preme l’esigenza per molti operatori, visto il ristagno della domanda interna, di trovare nuovi sbocchi sui mercati esteri. Si fa sentire, in generale, il bisogno di ottimizzare costi e approvvigionamenti, così da salvare i margini.

Un adagio antico dice che l’unione fa la forza. Tuttavia, considerate le resistenze di moltissimi imprenditori a rinunciare al controllo sui propri orticelli, bisognava trovare una formula che consentisse alle imprese di mettersi assieme senza rinunciare alla propria autonomia operativa e di governance. E’ nato così, ormai cinque anni fa (il primo decreto fu il 5/2009), il Contratto di Rete. Uno strumento giuridico che lega le aziende in ragione di un progetto, salvando la loro indipendenza. Ormai circa 13.500 soggetti sono uniti in oltre 2.700 reti, secondo i dati Infocamere. Un fenomeno che coinvolge 340mila addetti, fattura 86 miliardi e crea 19 miliardi di valore aggiunto.

Il contratto di rete può prevedere una collaborazione, uno scambio di informazioni o addirittura un passaggio di prestazioni tra imprese di qualsiasi natura. Non è necessario che le associate appartengano allo stesso comparto produttivo o alla stessa filiera. Anzi, l’84% delle reti è composto da società di almeno due settori differenti.  Tra gli scopi principali di questo genere di sinergia c’è la possibilità di acquistare materie prime o mezzi di produzione a prezzi più bassi. Oppure quella di promuovere in modo più efficace l’internazionalizzazione e l’accesso a nuovi mercati. Con il contratto di rete si amplia l’offerta, si gode di agevolazioni fiscali altrimenti precluse, si accede più agilmente a finanziamenti e contributi a fondo perduto. E si partecipa agli appalti pubblici con più possibilità di vincere le gare. Addirittura, si può distaccare in modo flessibile il personale tra le varie imprese della rete, a seconda delle esigenze, in regime di co-datorialità e in base alle regole stabilite dal contratto di rete stesso.
In un Paese con un tessuto imprenditoriale molto frammentato, le reti hanno così assunto una rilevanza macroeconomica. Tuttavia, la vicinanza territoriale è importante: infatti quasi tre aggregazioni su quattro comprendono solo imprese appartenenti alla stessa regione. E quasi il 55% riguarda soltanto aziende della stessa provincia.

In media le reti sono di dimensione ridotta: infatti il 90% di esse è composto da meno di dieci imprese e il 45,8% da meno di quattro. Nel corso degli anni, però, il peso delle reti con almeno dieci aziende è raddoppiato, passando dall’8,2% nel 2011 al 16,3% nell’agosto 2015.
Per quanto riguarda le società che aderiscono, prevalgono le piccole imprese in senso stretto, ossia con meno di 50 addetti (all’87,6%), di cui il 45,8% con meno di 10 addetti (micro-imprese). Il 10,3% invece è rappresentato da unità produttive che impiegano tra 50 e 249 addetti (medie imprese), mentre solo il restante 2,6% ha 250 addetti e oltre. La stazza media delle aziende in un contratto di rete è in ogni caso ben superiore a quella italiana nel suo complesso: 46 addetti contro 4 al 2011.

Sul fronte dei settori interessati, le reti più popolate riguardano la meccanica (12%), seguita a breve distanza dai servizi tecnologici (11,8%). Va forte anche l’agroalimentare, basti citare il noto marchio del biologico ‘Alce Nero’. Nel 53,6% delle reti in cui partecipano imprese manifatturiere, sono presenti pure fornitori di servizi, soprattutto tecnologici (nel 32,5% dei casi). Un esempio virtuoso, uno degli ultimi, è quello presentato pochi giorni fa al Vinitaly: si tratta della prima rete per i servizi in agricoltura. ‘Consulenza Agricola’, questo il nome, nasce a Forlì, racchiude cinque aziende e un pool di esperti italiani del comparto. Un interlocutore unico capace di erogare tutti i servizi di cui le imprese hanno bisogno per aggredire nuovi mercati. Oppure si potrebbe ricordare il recente il successo del contratto di rete ‘Cambiare per continuare’ tra quattro aziende della filiera calzaturiera veneta e T2i, società per Ict promossa dalle Camere di Commercio di Verona, Treviso e Venezia Rovigo Delta Lagunare.

Il capitolo degli obiettivi è, appunto, fondamentale. Come detto, l’orientamento all’export è quello preponderante. Il 52,7% dei retisti vende i suoi prodotti all’estero. Il 24,5% delle aggregazioni è finalizzato direttamente alla penetrazione di mercati stranieri. Tra le imprese che entrano in contratti di rete con finalità di internazionalizzazione, il 41,1% aveva, in precedenza, l’Italia come unico mercato di sbocco. Il 14,9% punta invece su Ricerca e sviluppo. E un altro 15% investe precipuamente in tecnologia. La presenza di aziende innovatrici nelle reti è, non a caso, nettamente superiore (72,1%) rispetto alle imprese non in rete (60,1%). E questo riguarda tutte le forme di innovazione: di processo, di prodotto, di organizzazione del lavoro e di marketing.

Il contratto di rete si mostra, dunque, un’alternativa alle aggregazioni e fusioni classiche. Uno strumento che consente agli operatori di guadagnare in competitività pur andando incontro all’individualismo di gran parte della nostra classe imprenditoriale, quella stessa dimensione un po’ solipsistica che oggi contribuisce a frenare lo sbarco in Borsa di molte nostre realtà produttive. Non a caso, nella gran parte dei casi (il 56,2%) le aziende che vanno in rete sono a controllo familiare e di rado la loro gestione è affidata a manager esterni al nucleo parentale (12,9%), una caratteristica che le accomuna alle imprese fuori dalle reti.

L’interesse per la soluzione dell’aggregazione tra indipendenti è comunque crescente. Lo dimostra anche il Roadshow dell’Agenzia ICE (ex Istituto Commercio Estero) ‘Italia per le Imprese, con le Pmi verso i mercati esteri’, la cui quarta tappa, pochi giorni fa nella sede di Confindustria di Venezia Marghera, è stata interamente dedicata alle reti d’impresa.

Nell’arco dei primi cinque anni dallo scoppio della grande crisi (2008-2013) la quota delle Pmi italiane disponibile a fare investimenti è diminuita del 43%, passando in numeri assoluti da oltre 543 mila unità a circa 310 mila. Inoltre, durante la recessione, la maggior propensione a investire ha riguardato le aziende con oltre dieci dipendenti. Ciò dimostra che il limite dimensionale ha rappresentato e rappresenta un freno importante nella dinamica di uno dei fattori chiave della domanda aggregata.

L’unione fa la forza. E il contratto di rete è uno strumento efficace che forse, presto, potrà essere ulteriormente migliorato, soprattutto sul fronte degli snellimenti burocratici e degli alleggerimenti fiscali.

 

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