lunedì, Ottobre 25

Restyling al Parco della Via Latina Marina Bertinetti parla dell’ampliamento e dei recenti restauri nell’area archeologica

0

archeologia_leptis

Tutta l’area archeologica della Via Latina, estesa dall’Appia Antica fino al cosiddetto Arco di Travertino, fa parte del più esteso Parco regionale dell’Appia Antica, ma ha un ingresso indipendente ed è diretta dall’archeologa Marina Bertinetti. Ora tale Parco archeologico della Via Latina raddoppia la sua estensione, allargandosi e aprendo al pubblico 500 metri di nuovi percorsi  con nuovi pannelli didattici e nuova illuminazione per i sepolcri ipogei.

La nuova superficie, di quasi 4 ettari, offerta al pubblico permette ai visitatori di percorrere un lungo tratto dell’antica Via Latina, che per oltre 100 metri conserva la originaria pavimentazione con basolato di età romana, delimitata ai fianchi dalle crepidini . La strada antica, già utilizzata in età preistorica, protostorica e dagli stessi Etruschi sin dal VIII secolo a.C., fu utilizzata dai Romani come via privilegiata per portare a termine le guerre sannitiche nel corso del VII secolo. Questo asse viario antico, partendo da Porta Capena a Roma e arrivando in un primo momento fino alla città di Cassino, e poi, nel corso del III secolo a.C., fino alla città di Capua, era la principale direttrice verso il basso Lazio e la Campania, prima di venire soppiantatodalla costruzione della via Appia Antica. La Via Latina ha continuato ad essere utilizzata fino all’Alto Medioevo, perché era intensamente edificata lungo i lati, e anche per i pellegrinaggi diretti alle catacombe e alla Basilica di Santo Stefano Protomartire che si trova nell’attuale Parco. Dopo il XII secolo la strada fu progressivamente abbandonata e fu destinata a far parte di poderi agricoli, di casali e di chiese, divenendo parte integrante del paesaggio della campagna romana.

Essa corre fra spettacolari monumenti funebri, come il Sepolcro dei Pancrazi, con raffinati e coloratissimi affreschi ipogei, ancora perfettamente conservati e restaurati più volte nel corso degli anni; quello dei Valeri, con volta sotterranea interamente decorata da 35 medaglioni in stucco bianco, e quello Barberini, non ancora visitabile (lo si può ammirare dall’esterno), ma che ha sempre caratterizzato quella zona di verde urbano.

Negli ultimi tre anni sono stati portati avanti dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, cui compete tale area, gli interventi di restauro con i propri fondi ordinari, per un totale di 680 mila euro, al fine di riorganizzare i percorsi di visita nel Parco e rendere fruibili i due ambienti sepolcrali, quello dei Pancrazi e quello dei Valeri, nei cui ipogei si sono introdotti nuovi corpi illuminanti a led che consentono al visitatore una lettura nitida di pitture e stucchi.

Al piano superiore della Tomba dei Pancrazi è stata allestita una nuova presentazione dei mosaici pavimentali ripuliti e un piccolo antiquarium, ossia una raccolta di reperti marmorei, debitamente restaurati, provenienti in parte dall’area dello stesso Parco archeologico, ed in parte dagli scavi effettuati nel corso degli anni nel territorio dell’attuale Municipio VII. Nella camera ipogea dei Valeri, infine, un nuovo piano di calpestio evidenzia le parti ancora conservate del pavimento originario a lastre marmoree.

Ancora oggi nel Parco archeologico della Via Latina si respira l’atmosfera di un vasto tratto di campagna romana ottocentesca, la stessa in cui si trovò a scavare Lorenzo Fortunati nel 1858 per concessione dello Stato Pontificio e a cui è legato il ‘mistero’ dello scheletro del cosiddetto ‘crociato’, così chiamato dagli archeologi (ma più probabilmente un tombarolo rimasto intrappolato), ritrovato da Fortunati che lo collocò nel sarcofago principale del sepolcro dei Pancrazi, già aperto, per dargli degna sepoltura. Quest’area e stata risparmiata dallo sviluppo edilizio intensivo dei dintorni, creando una sorta di oasi di pace in una città dai ritmi frenetici come Roma.

Abbiamo intervistato Marina Bertinetti, archeologa della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e direttrice Parco Archeologico della Via Latina. Ella ha lavorato, insieme a suoi collaboratori, per restituire e mettere in sicurezza quest’area archeologica che offre un  nuovo percorso di visita lungo la via Latina, tra i monumenti antichi, in un Parco dotato di panchine per poter godere della passeggiata.

Qual è stata l’importanza in antico della via Latina e quando tale area venne acquistata dallo Stato?

Il Parco Archeologico della Via Latina, di competenza della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, diretta dalla dottoressa Maria Rosaria Barbera, si trova al III miglio dell’antica  strada che partiva da  Porta Capena. Il sito è stato oggetto di un’opera di rilancio con l’ampliamento del suo percorso di visita e con  interventi di sistemazione per migliorarne la tutela e la fruizione. Nel 1879 quest’area fu acquisita dallo Stato, dopo l’unificazione, quando Roma divenne capitale italiana. Agli inizi del ‘900 destò  l’interesse dell’allora ministro Guido Baccelli (un’iscrizione commemora la sua visita presso questo sito) che l’istituì a giardino pubblico e fece piantare ben cento pini. 

Grazie a questi interventi pubblici l’area è stata sottratta alla speculazione edilizia che di lì a poco avrebbe trasformato la città e tutt’oggi rappresenta un’oasi di pace circondata dai quartieri ad alta densità edilizia che costituiscono il VII Municipio.

La Via Latina è stata costruita dai Romani durante le guerre Sannitiche (metà IV secolo-inizi III a.C.) , quindi è più antica della  Via Appia, la regina viarum , che risale al 312 a.C. Il suo percorso serviva  ai Romani per estendere il proprio dominio verso sud.. Essa infatti congiungeva Roma inizialmente con  Cassino, poi nel corso del III secolo a.C. fu estesa fino a Capua. In età romana anche questa strada era intensamente edificata lungo il lati con costruzioni a destinazione funebre, residenziale e commerciale. Si deve però osservare che la strada romana si imposta su un tracciato già utilizzato in epoca protostorica che attraversava il Lazio meridionale interno, costituendo un nodo fondamentale per l’economia e l’espansione dei popoli italici e il collegamento tra il nord-Italia etrusco e il sud greco e italico. L’importanza della Via Latina è stata gradualmente superata dalla direttrice della Via Appia. Essa, comunque, ha continuato ad essere utilizzata fino all’Alto Medioevo, soprattutto per i pellegrinaggi  diretti alle catacombe e alla Basilica di Santo Stefano Protomartire, che si trova nell’attuale Parco. Dopo il XII secolo fu progressivamente abbandonata e sul territorio sorsero i poderi agricoli, i casali, mulini, chiese e numerose torri, divenendo parte integrante del paesaggio della campagna romana.

In cosa è consistito il restauro da parte della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Roma durato tre anni?

Più che di restauro si è trattato di un complesso intervento di tutela e sistemazione dell’area e dei suoi principali monumenti archeologici. Abbiamo restituito  alla fruizione pubblica 2 ettari dei 4 che costituiscono l’estensione del Parco, ed oltre 100 metri del percorso della Via Latina, 100 metri che conservano il basolato di età romana ancora delimitato dai marciapiedi. Abbiamo  messo in sicurezza tutti i percorsi di visita e le aree di scavo con parapetti in ferro battuto e scalinate, in modo che il visitatore possa percorrere in libertà 500 metri dell’antico tracciato stradale, aggirarsi attorno ai più spettacolari monumenti che si affacciano sulla strada, ammirare, dai tratti rialzati del Parco, gli scavi ed immergersi nell’atmosfera che conserva ancora intatto il fascino del paesaggio storico e rurale del XIX secolo. Inoltre abbiamo sistemato lungo il percorso numerosi pannelli didattici che offrono informazioni in italiano ed in inglese. Abbiamo, inoltre, introdotto nuove illuminazioni a luce fredda all’interno dei due sepolcri più significativi dell’area archeologica, il sepolcro dei Pancrazi ed il sepolcro dei Valeri. Tale modifica consente una lettura nitida e suggestiva delle degli affreschi e degli stucchi che decorano riccamente le loro pareti e le volte e preservano gli ambienti dall’aumento della temperatura, riducendo sensibilmente la proliferazione dei micro-organismi che potrebbero danneggiare le superfici decorate. Abbiamo anche allestito, al piano superiore della Tomba dei Pancrazi, una nuova presentazione dei mosaici pavimentali con scene marine ed una piccola raccolta di marmi, provenienti in parte dall’area del Parco archeologico ed in parte dagli scavi effettuati negli anni nel territorio del Municipio. Per facilitare la conoscenza del Parco la Soprintendenza ha inoltre curato la ristampa di una breve guida, disponibile gratuitamente all’ingresso o in versione elettronica, sul blog archeoroma.beniculturali.it/tombe latine. Il blog offrirà nel tempo informazioni sugli scavi, sui restauri, sugli appuntamenti del Parco.

Quali monumenti antichi sono compresi nel Parco della Via Latina?

I monumenti d’età romana  più rilevanti del Parco sono il sepolcro Barberini, quello dei Pancrazi e quello dei Valeri, tutti  e tre appartenuti a famiglie romane facoltose. Il primo, databile al II secolo d.C., ma utilizzato lungamente come luogo di sepoltura, conserva la struttura originaria costituita da due piani in elevato e da uno sotterraneo. Si tratta di un monumento straordinario, col il prospetto esterno riccamente decorato in cotto, che ha sempre caratterizzato la campagna romana  in quanto visibile anche prima degli scavi che hanno messo in luce gli altri resti di questa zona. Gli ambienti interni, riccamente rivestiti di affreschi e stucchi, non sono al momento visitabili; in futuro intendiamo però effettuare i restauri strutturali e pittorici che consentiranno l’accesso al sepolcro . Gli altri due sepolcri, quello dei Pancrazi e quello dei Valeri, che conservano una splendida decorazione interna, sono invece visitabili.

Il Sepolcro dei Pancrazi, costruito tra la fine del I secolo ed il II secolo d.C., per ospitare le spoglie di una famiglia romana di alto rango, fu usato a tale scopo almeno fino al III secolo d.C. Esso era in origine costituito da una struttura in alzato e da due camere ipogee. Le due camere sotterranee sono perfettamente conservate e mostrano le pareti e le volte riccamente decorate con complesse composizioni pittoriche di grande raffinatezza e  a colori vivissimi e stucchi finemente realizzati. Al centro della sala più antica campeggia un monumentale sarcofago in marmo greco a foggia orientale, destinato a due sepolture. Al piano terreno, in quota con l’asse viario, l’edificio mostra un notevole  mosaico pavimentale con scene marine e l’imposta della scala che accedeva al piano superiore. Dell’alzato si conservano solo tracce di muratura in laterizio e opera reticolata su cui è stata innestata la costruzione moderna attualmente visibile.

Il sepolcro dei Valeri era composto  in origine da due ambienti sotterranei separati da un vestibolo e da un edificio sopraterra. La ricostruzione ottocentesca dell’alzato del sepolcro è impostata sulle murature della struttura antica ed ingloba una colonna in cipollino e un gradino pertinenti all’edificio originario. Il monumento è databile alla seconda metà del II sec. d.C. in base al rinvenimento di laterizi bollati della volta con impressa la datazione consolare del 159 d.C. Dei due ambienti sotterranei, uno, probabilmente destinato alla sepoltura di una donna, conserva un’elaborata decorazione in stucco bianco sulle lunette e sulla volta a botte, articolata in 35 medaglioni e riquadri raffiguranti soggetti dionisiaci, delicate figure femminili, animali marini. Questo sepolcro conserva  al loro posto alcune lastre marmoree che costituivano il pavimento. Molte altre sono le testimonianze che fiancheggiano la via Latina, relative ad esponenti di classi sociali eterogenee: altri edifici sepolcrali riccamente decorati ma meno fortunati per quanto riguarda lo stato di conservazione con il quale sono giunti fino a noi, sepolcri a pilastro, colombari, monumenti a destinazione abitativa e commerciale . Degna di nota è la ricca villa di Demetriade, purtroppo parzialmente visibile.

In base a cosa voi ipotizzate per gli ipogei della Tomba dei Valeri che fosse la camera sepolcrale di una donna?

L’ipotesi è suggerita dalla raffigurazione presente nel tondo centrale, attorno al quale si imposta l’intera decorazione a stucco: una figura femminile velata trasportata sul  dorso di un grifone, che rappresenta la defunta condotta nell’aldilà.

Ci parla invece delle pitture definite da voi ‘colores floridi’ sulle volte del Sepolcro dei Pancrazi? Come siete intervenuti su questo monumento?

La definizione viene usata nel suo significato tradizionale tratto da Plinio, che classifica i colori in floridi ed austeri, ed inserisce tra i primi l’azzurro, il rosso, il verde brillante, il giallo oro. Altre fonti antiche precisano che tali colori sono  rari e quindi costosi .E questa è  proprio il caso  della  composizione pittorica delle volte nel Sepolcro di Pancrazi, dove sono usati i colori più vividi e pregiati ,ricavati dal lapislazzulo (il blu), dal cinabro (il rosso), dal giallo antico (il giallo).La preziosità della materia oltre alla raffinatezza della tecnica ci confermano la ricchezza ed importanza della famiglia romana che ha fatto erigere il monumento funebre.

Per tutelare questo gioiello del patrimonio archeologico è necessario effettuare regolari controlli dello stato di conservazione delle superfici, intervenire, quando necessario, con opere di restauro, e soprattutto prevenire i danni, agendo sui fattori climatici degli ambienti, con strumenti di rilevazione e provvedimenti di controllo e bonifica. Uno di questi provvedimenti finalizzati al miglioramento del microclima interno è stato, come già riferito, la modifica delle fonti di illuminazione all’interno delle camere sotterranee dei sepolcri dei Pancrazi e dei Valeri.

Quali nuovi ritrovamenti sono stati fatti in quest’area?

La priorità della Soprintendenza in questi ultimi anni, rispetto agli interventi in questa area archeologica, è stata quella di tutelare, conservare e quanto già in vista. Di ‘scoperte’ in archeologia se ne fanno tante anche soltanto guardando con altri occhi e con altro spirito il patrimonio già emerso. Ad ogni modo indagini archeologiche della fine degli anni ’90 dello scorso secolo hanno ampliato le scoperte già effettuate da Lorenzo Fortunati attorno al Sepolcro dei Valeri , mettendo in luce un contesto archeologico molto elaborato, con edifici internamente decorati con lastre di marmo sulle pareti ed intarsi di lastrine sui pavimenti e con alcuni ambienti tutt’ora dotati dei tubuli di terracotta per il riscaldamento delle strutture, il tutto articolato attorno ad una fontana posta all’interno di un cortile porticato e ad un  ninfe collegato ad un portico pavimentato a mosaico. Il complesso è ancora in corso di studio, ma allo stato attuale delle conoscenze si può ipotizzare che le strutture edilizie, che hanno successivamente circondato il Sepolcro dei Valeri, siano afferenti a un complesso ricettivo destinato alla sosta e al ristoro dei viaggiatori che percorrevano la Via Latina. Sono invece di questi ultimi mesi i lavori archeologici che hanno permesso di approfondire la conoscenza della struttura circolare, che precede, sulla via Latina, il sepolcro dei Pancrazi, già messa in luce ai tempi di Fortunati .

E cosa ci può dire del piccolo mausoleo riportato alla luce nell’area di via Latina in questi ultimi mesi?

‘Piccolo mausoleo’ è una definizione scherzosa che abbiamo dato alla  struttura circolare cui ho accennato poc’anzi, in relazione al vicino e ben più noto Mausoleo di Cecilia Metella. La destinazione sepolcrale dell’edificio risulta altamente probabile per la presenza di tracce del recinto funerario che ne delimitava l’area di rispetto e sulla base di confronti con altre strutture circolari di accertato uso sepolcrale.

E stato possibile identificare il proprietario degli edifici residenziali e dei locali commerciali messi in luce nell’area ?

Per quanto riguarda il complesso edilizio che fiancheggia il sepolcro dei Valeri, del quale ho già ampiamente esposto, non abbiamo, al momento, elementi che suggeriscano l’identità degli antichi proprietari. Conosciamo invece i proprietari della grandiosa villa rinvenuta da Lorenzo Fortunati nell’area dell’attuale Parco Archeologico, e da lui poi nuovamente sotterrata. La villa è passata, nel corso dei secoli I-II, fino al VI secolo d.C., tra vicissitudini e successivi proprietari, subendo anche  notevoli rimaneggiamenti.

La prima proprietaria accertabile da un bollo fu Valeria Paullina, della famosa gens dei Valerii, la qualevive in età adrianea (117-138). Verso la metà del II secolo la villa fu acquistata  dalla famiglia senatoria dei Servili Silani, proveniente dall’Africa Proconsolare. La famiglia, però, non ebbe fortuna con la proprietà: infatti Commodo espropriò la residenza e la  incamerò nel demanio imperiale e, secondo le fonti antiche fece giustiziare Servilio Silano, fratello o forse figlio di Marco Servilio Silano, proprietario della villa. Un po’ come accadde per la Villa dei Quintili sulla via Appia Antica. Dopo questa inclusione nel demanio imperiale, un secolo dopo, questa villa tornò di proprietà privata, come ricostruiamo dalle fonti antiche, e nella seconda metà del III secolo e inizi del IV fu acquistata dalla ricca famiglia  romana degli Anicii, la cuidiscendente Demetriade, di fede cristiana, prese i voti ed entrò in contatto con molti uomini di Chiesa,  tra i quali emerge papa Leone Magno. Nel V secolo Demetriade fece erigere, all’interno della villa, la basilica di Santo Stefano Protomartire. Questa basilica fu una delle mete dei pellegrinaggi della cristianità che continuarono fino all’Alto Medioevo. Attualmente gli unici settori visibili della villa sono la basilica e parte di un tardo complesso termale. Il resto giace, per quasi 500 metri, sotto la coltre erbosa del Parco e nel fondo adiacente, già di proprietà della  Provincia. Sarebbe bello poter riprendere gli scavi e restituirla completamente alla luce! Al momento però, dovendo fare i conti con i finanziamenti a disposizione, riteniamo preferibile tutelare al meglio ciò che è già emerso.

Rispetto allo scheletro del cosiddetto ‘crociato’ nel sarcofago principale di questo Sepolcro ci narra il ‘mistero’ che tale corpo porta con sé dalla scoperta con lo scavo del 1858?

Lorenzo Fortunati, nella sua relazione sugli scavi, pubblicata nel 1859, racconta di aver trovato questo scheletro all’interno della camera ipogea dei Pancrazi, accanto al sarcofago aperto e di averlo pietosamente riposto all’interno di esso. Altro non possiamo aggiungere se non passando il testimone ad uno scrittore noir.

Come incide sul turismo l’ampliamento del Parco dell’Appia con la parte verso via Latina?

Il Parco della via Latina, nonostante l’importanza archeologica ed il fascino paesaggistico di cui è portatore, è stato penalizzato, nella sua notorietà, dalla rilevanza dell’archeologia urbana dell’area centrale. Certamente ha poi vissuto periodi di minore interesse da parte della Soprintendenza, occupata in altre sfide allora prioritarie. Per questo, quando alla metà del 2010 ho assunto la direzione del Parco e sono maturati i tempi per un suo rilancio, ho concentrato le energie mie e dei collaboratori sugli interventi di sistemazione, di cui ho già riferito. Quindi ora confidiamo nel fatto che il miglioramento dell’offerta e la pubblicità che ne è derivata costituiscano un incentivo per il turismo. Già in questi pochi giorni che ci separano dalle informazioni dei media e dall’inaugurazione abbiamo riscontrato un rinnovato interesse per l’area archeologica della via Latina. Molti si sono presentati all’ingresso per visitare il Parco, molti hanno telefonato per avere informazioni circa la visita. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->