mercoledì, Maggio 12

Restiamo Paese degli imprenditori field_506ffb1d3dbe2

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 lavoro

 

Spirito di indipendenza, autonomia lavorativa e autorealizzazione non mancano nel nostro Paese, nonostante la crisi economica e un apparato burocratico che spesso rende difficile mettere su un’attività in proprio. Secondo il rapporto realizzato da Amway Gfk, l’opinione degli europei e degli italiani sull’autoimprenditorialità resta positiva e per l’Italia la positività di essere imprenditori autonomi è aumentata rispetto al 2011 del 4%, raggiungendo il 74% del totale, mentre è diminuito il numero di coloro che ritengono di poter avviare un’attività in proprio. I giovani italiani risultano essere i più ottimisti, positivi e motivati. L’82% degli intervistati sotto i 30 anni, infatti, esprime un giudizio molto positivo verso il lavoro autonomo, contro il 78% della media europea. Il 61% dei giovani in Italia, oggi, riesce persino a immaginarsi imprenditore, una percentuale di gran lunga superiore rispetto al 48% della media europea.

La ricerca è stata realizzata da Amway, azienda leader nel settore della vendita diretta, in collaborazione con Gfk e l’università Lmu di Monaco, con un’indagine sull’autoimprenditorialità in 16 Paesi europei: 17.768 uomini e donne europei di età superiore ai 14 anni intervistati in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Turchia e Ucraina.

Per quanto riguarda l’Italia, un dato interessante riguarda i giovani che vivono nelle isole, che spiccano per il primato delle idee per avviare un business in proprio. Se per il 12% dei giovani italiani la mancanza di idee rappresenta un ostacolo per l’autoimprenditorialità, per i giovani delle isole la percentuale si dimezza (6%). Nonostante il clima di fiducia trai i giovani del Sud Italia, diversi ostacoli frenano il loro entusiasmo: al primo posto si posiziona la mancanza di capitale (73%) e al secondo l’attuale incertezza economica (67%). L’ottimismo tra i giovani si conferma anche per il futuro: il 91% dei giovani del Sud Italia crede nell’importanza dell’imprenditorialità anche per i prossimi dieci anni.

I dati, inoltre, presentano anche il profilo del lavoratore autonomo tipo, che si rivela essere, sia in Italia che in Europa, di sesso maschile, giovane e laureato. Giovane perché il 78% degli intervistati europei sotto i 30 anni ha un atteggiamento positivo nei confronti del lavoro autonomo e quasi un intervistato su due in questa fascia d’età può immaginare di avviare un’attività in proprio. Uomo perché il 71% degli intervistati europei di sesso maschile mostrano un atteggiamento nei confronti dell’autoimprenditorialità leggermente più positivo rispetto alle donne (67%). Laureato perché il rapporto rivela un differenziale educativo nell’atteggiamento positivo verso il lavoro autonomo tra gli intervistati con titolo universitario (78%) e quelli senza (67%).

 

Secondo Franco Mosconi, docente di economia industriale all’Università degli studi di Parma, questa tendenza ottimistica dei giovani italiani nei confronti del lavoro autonomo è dovuta, in parte, alle difficoltà che presenta il mondo del mercato del lavoro.

Dottor Mosconi, cosa implica questa attitudine giovanile all’autoimprenditorialità?
L’attitudine positiva dei giovani italiani all’autoimprenditorialità e i numerosi punti percentuali di vantaggio sulle medie europee sono entrambe buone notizie. Certo, non bisogna nascondere il fatto che, con tutta probabilità, una parte di questi risultati risente delle difficoltà incontrate dai giovani sul mercato del lavoro, ove la possibilità di essere assunti a tempo indeterminato è ormai una rarità. Forse – lo si dica per inciso – si spiega così, in parte, la performance del Sud e delle isole. In generale, mai come in questa occasione, io propendo per guardare alla metà piena del bicchiere.

In quale aree geografiche si riscontrano le condizioni migliori per i giovani per fare impresa?
Le aree del Paese dove già esiste una robusta base manifatturiera (tutto il Centro-Nord), quello che ha salvato il Paese in questi anni dal tracollo, dovrebbero essere le aree più adatte. D’altronde, in quelle stesse aree esiste un’antica tradizione di nascita (o gemmazione) di nuove piccole imprese a partire da imprese esistenti all’interno dei distretti industriali. Naturalmente, le cose non possono riproporsi esattamente in quei termini, ma la cultura imprenditoriale esistente in regioni come la nostra Emilia-Romagna, il Veneto, il Piemonte, la Lombardia, la Toscana, le rende luoghi naturali per sperimentare cose nuove a partire dai punti di forza, in primis la meccanica, la moda e l’agroindustria.

Cosa può essere fatto per aiutare i giovani a creare nuove imprese?
Fondamentale è, oggi più di ieri, quando nella fase eroica del distretti bastava l’imitazione, il rapporto coi i centri di ricerca, a partire dai Dipartimenti universitari. In settori come l’Ict le nuove imprese che nascono – le giustamente famose start-up – nascono spesso proprio in simbiosi con l’Università e per l’intraprendenza di giovani ricercatori, che poi però hanno bisogno di finanziamenti ad hoc per crescere e di regole burocratiche semplici. Tutti aspetti, insieme al costo dell’energia, le aliquote fiscali, la giustizia civile di un “sistema Paese” che qui in Italia non funziona come dovrebbe; quantomeno non funziona come dovrebbe in quella che resta la seconda manifattura d’Europa dopo la Germania, e fra le prime dieci al mondo. C’è da sperare che i giovani che si incamminano lungo la strada dell’autoimprenditorialità non leggano il famoso rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, che nell’edizione 2014 ci colloca al 65° posto per la “facilità di fare business”, alle spalle quindi non solo degli asiatici ma di tutti i paesi dell’Europa occidentale (quelli scandinavi, il Benelux, la Francia e la Germania e così via, Grecia a parte) e di non pochi di quella orientale.

Cosa consiglia ai giovani che vogliono creare una loro impresa?
Consiglio loro di leggere l’illuminante libro di Chris Anderson, “Makers”, che ha dato sostanza al movimento, per l’appunto, dei maker; un movimento che sta traendo grande giovamento da rivoluzioni epocali come la stampante 3d e le nanotecnologie. Oggi fare impresa nel proverbiale garage di casa si può anche da noi, perché la tecnologia fa miracoli: rende oggi possibile partire con piccolissime dimensioni d’impresa. Poi, chi ha più filo da tessere – come sempre è accaduto nella storia – tesserà. Per garage di casa dobbiamo intendere soprattutto quegli spazi comuni che università, parchi scientifici, incubatori e aree industriali dismesse (ma recuperate) devono rendere disponibili per i giovani che abbiano un’idea in testa e la vogliano realizzare.

Cosa fa e cosa può fare lo Stato per incentivare l’imprenditoria giovanile?
Ci sono una varietà di leggi nazionali e regionali, non di rado col relativo ente di gestione, che incentivano in vario modo l’imprenditorialità giovanile e/o femminile. E’ tuttavia difficile sfuggire all’impressione che sia la solita storia italiana dei “cento campanili”. Se mai nel Paese ci si deciderà a tracciare un quadro come si deve di ‘nuova Politica industriale’, chiamiamola Parterniship per la Manifattura avanzata come fanno gli americani o High-Tech Strategy al 2020 come fa il Governo tedesco. Ebbene, in questo quadro un posto di rilievo dovrà averlo tutto ciò che riguarda l’incentivazione dell’autoimprendotiralità

 

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