martedì, Settembre 28

Restare o lasciare? Donald Trump e i dubbi sul protocollo di Parigi Ancora una volta, le apparenti incoerenze dell’azione del presidente sembrano celare una logica di fondo

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Sono giorni di pesante incertezza per l’amministrazione Trump. Mentre le fratture fra il Presidente e il Segretario di Stato Rex Tillerson sembrano farsi più profonde, gli osservatori si domandano che posizione assumerà la Casa Bianca, nei prossimi giorni, da una parte sul futuro del ‘nuclear deal’ con l’Iran (JCPOA – Joint Comprehensive Plan Of Action) dall’altra su quello dell’accordo di Parigi sul clima.

Su entrambi i punti, da più parti (non sempre ostili all’amministrazione) è stato osservato come una rottura finirebbe per danneggiare soprattutto gli interessi degli Stati Uniti. L’imprevedibilità del Presidente e le dinamiche intricate che definiscono il suo rapporto con il Congresso rendono difficile la previsione su quello che riserverà il futuro. E’ tuttavia possibile delineare alcune linee di fondo, in particolare per quanto concerne la questione ambientale. Contrariamente a quella degli accordi con Teheran, essa sembra essere passata sottotraccia, almeno a livello di stampa internazionale. Essa rimane, invece, al centro del dibattito interno e potrebbe concorrere – nelle settimane a venire – ad accentuare i dissapori che già esistono fra il Presidente e i suoi principali collaboratori.

L’uscita degli Stati Uniti dal protocollo di Parigi, firmato al suo predecessore, è stato un cavallo di battaglia di Trump nei mesi della corsa alla presidenza. In tale ambito, è stato presentato come un passo necessario per il rilancio dell’economia statunitense, insieme allo sblocco di una serie di progetti infrastrutturali (primi fra tutti gli oleodotti Keystone XL e Dakota Access) ‘congelati’ dall’amministrazione Obama a causa del loro impatto ambientale. Dopo la ripresa, negli scorsi mesi e fra violente polemiche, dei lavori per le due infrastrutture, il focus della Casa Bianca si è, quindi, spostato verso l’accordo sulle emissioni, di cui ha più volte annunciato di volere recedere, notificando, fra l’altro, tale intenzione alle Nazioni Unite (4 agosto 2017), specificando che il ritiro avverrà ‘il più presto possibile’. Da tale data, le dichiarazioni del Presidente e dei suoi collaboratori si sono susseguite, senza però fare chiarezza su alcune ambiguità di fondo della posizione assunta; in primo luogo sul significato effettivo del rapporto (che la comunicazione del 4 agosto instaura) fra l’effettivo ritiro degli Stati Uniti dall’accordo – possibile solo dal 4 novembre 2019 – e l’impossibilità da parte del Paese di identificare entro questa data ‘suitable terms for reengagement’.

Nel mese di settembre, Tillerson e il Consigliere per la sicurezza nazionale, McMaster, sono tornati sulla questione, ribadendo la disponibilità di Washington a trattare su di un compromesso che permetta al Paese di restare all’interno del protocollo; una posizione che, ricalcando quella del 4 agosto, sembra collocare dell’amministrazione su una linea di ‘fix it or break it’ non molto diversa da quella assunta sul ‘nuclear deal’. Nonostante la posizione assertiva del Presidente, la decisione di uscire dall’accordo rischierebbe di avere, infatti, più ricadute negative che positive. Sul piano dell’immagine internazionale questo si è già concretizzato. E’ del 21 settembre l’annuncio del governo del Nicaragua di volere accedere all’accordo, lasciando la Siria solo Paese ancora fuori e mettendo gli USA nell’imbarazzante prospettiva di trovarsi soli con Damasco in tale condizione. Allo stesso modo, quando lo scorso giugno Washington ha cominciato a parlare apertamente di uscita dall’accordo, Cina e Russia (due Paesi tradizionalmente poco sensibili ai temi ambientali) hanno ribadito pubblicamente l’adesione agli impegni assunti a Parigi, quasi un segale della volontà di subentrare nel ruolo lasciato vacante dagli Stati Uniti di leader della guerra mondiale contro le emissioni.

Dati i costi politici che rischierebbe di avere un’uscita degli Stati Uniti dal protocollo di Parigi – costi, con ogni probabilità, non compensati da adeguati vantaggi economici – e dati i vincoli formali che impediscono al Paese di uscirne davvero prima del 2020, resta il dubbio che vero obiettivo dell’amministrazione sia quello di ottenere una revisione in senso migliorativo degli impegni assunti da Obama attraverso una rinegoziazione delle clausole ‘core’ del protocollo o degli impegni unilateralmente presi dal Paese attraverso il c.d. Intended Nationally Determined Contribution (INDC). In questo campo, i margini sono parecchi e consentirebbero all’amministrazione di conseguire vantaggi significativi senza giungere a una vera rottura. Ancora una volta, le apparenti incoerenze dell’azione di Donald Trump sembrano, quindi, celare una logica di fondo. Forse non a caso, alcuni osservatori hanno accostato la condotta del Presidente alla ‘madman strategy’ seguita da Richard Nixon nei suoi rapporti con il mondo comunista. Tuttavia, se un certo grado di incertezza riguardo alle proprie posizioni può costituire un utile strumento negoziale, un suo eccesso rischia di risultare controproducente tanto nelle relazioni con i rivali quanto in quelle con gli alleati.

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