Responsabilità sociale ‘volontaria’ delle imprese: licenza di uccidere? L’’aggettivo ‘volontaria’ non è scelta discrezionale che contempla un out come negativo contro l’ambiente, il sociale, gli stakeholders pena il fatto che si può anche essere giudicati come ‘imprese con licenza di uccidere’. Frase negativamente impegnativa e rischiosa per la reputazione d’impresa

Il tema-domanda se la responsabilità sociale delle imprese deve essere volontaria o, a vario titolo, quasi un obbligo imprenditoriale è dibattuto da anni. Io sono convinto che l’evolversi della prassi economica e gli accadimenti di contesto ambientale,sociale e di governace (ESG) rendono gli imprenditori, i manager e le imprese necessitati di adottare sempre e comunque la CSR (Corporate Social Responsibility) o RSI (Responsabilità Sociale d’Impresa) sia per obbligo morale, ma anche per ottenere il successo, a volte solo la sopravvivenza delle imprese.

Un contesto,da cui il titolo drammatico di questo scritto, che in un articolo del 21 ottobre scorso (da foreignpolicy.comHow the Data Revolution Will Help the World Fight Climate Change  Cities are the proving ground for potent new tools to address the crisis. By R. Muggah, the SecDev Group and co-founder of the Igarapé Institute, and C. Ratti, a professor at the Massachusetts Institute of Technology and a founding partner of Carlo Ratti Associati)  si descrive come le città sviluppano il 40% di anidride carbonica  rilasciata nell’atmosfera e milioni sono i cittadini che muoiono per queste cause (si veda anche un recente studio apparso in Environmental Research).

Su questa realtà l’impresa deve giocare il suo ruolo di IMPRESA SOCIALE e la sua responsabilità sociale non può essere un accessorio e una ‘libertà a non fare il bene sociale’, ma deve giocare un ruolo dominante  di volontarietà ‘a fare il bene sociale’. Deve giocare il suo ruolo per non farsi giudicare come organizzazione con ‘licenza di uccidere’.

E’ importante richiamare la definizione di RSI di Davis (1973) che sottolinea come un’impresa non può essere considerata socialmente responsabile se si attiene solo al minimo previsto dalla normativa (Davis, 1973). Pertanto, Davis è stato tra i primi ad indicare la ‘volontarietàtra gli elementi-chiave della RSI. Cioè la volontarietà era l’ancora di salvezza e azione aggiuntiva rispetto al livello solo giuridico, che era considerato minimale. Però questo merito sociale acquisito dall’impresa era da considerarsi ‘grasso che cola’ per il sistema. Ovviamente anche l’influenza del nobel Milton Friedman giocava un ruolo importante.

Nel corso degli anni ’90, la CSR continua a diffondersi ed a costituire oggetto di vivaci dibattiti con l’assunto che essa contribuisce a legittimare l’azienda ed a rinforzare le relazioni con gli stakeholders in una visione di lungo periodo. Si struttura il concetto di sostenibilità che crea valore nel lungo periodo per tutti gli stakeholders prevalentemente sotto tre dimensioni: economica, ambientale e sociale in una integrazione che massimizzi il loro valore come assetto interno ed esterno all’impresa (‘Triple Bottom Line’).

Questa visione concorda con il messaggio fondamentale della strategia di sviluppo sostenibile adottata dal Consiglio europeo di Göteborg, nel giugno 2001, secondo la quale, nel lungo termine, la crescita economica, la coesione sociale e la tutela dell’ambiente vanno di pari passo. Esse sono nuove preoccupazioni e attese dei cittadini, dei consumatori, delle pubbliche autorità e degli investitori in clima di mondializzazione e di trasformazioni industriali di grande portata. Da queste considerazioni emerge prepotente l’esigenza che l’impresa puo’ adottare l’approccio CSR/RSI in modalità  ‘volontaria’. 

Nel luglio 2001, la Commissione presenta  il Libro verde ‘Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese’ che definisce la responsabilità sociale delle imprese come “l’integrazione su base volontaria dei problemi sociali ed ambientali delle imprese nelle loro attività commerciali e nelle loro relazioni con le altre parti” in quanto imprese e società sanno che un comportamento responsabile è la premessa di un successo commerciale durevole.

Nel 2002, fermo restando la volontarietà-libertà dell’adozione della CSR/RSI da parte delle imprese, la UE fa proposte per azioni correlate.e ripropone il marker della CSR come volontaria. La ‘cifra’ della volontarietà è spesso stata sottolineata come una funzione precauzionale nei confronti delle imprese che non volevano sentirsi ‘responsabili della responsabilità sociale’ della propria impresa. Avere le mani libere!

Facciamo alcune considerazioni su base anche di riferimenti filosofici.

L’obbligatorietà della CSR/RSI come atto volontario può fare riferimento al trattato di Aristotele (Etica Nicomachea) dove il filosofo usa il termine ekousios che viene tradotto sia come ‘volontario’ e sia come ‘spontaneo’ ed inoltre gli studiosi affermano che la volontà non esiste se non correlata all’uomo.

L’aggettivo ‘volontario’ inteso come ‘ciò il cui principio risiede nel soggetto,il quale conosce le condizioni particolari in cui si svolge  l’azione’.

Quindi una scelta deliberata che ha un fine positivo per l’uomo e per il sistema nella sua universalità e non certo con un fine negativo ed involvente per l’uomo che diventerebbe patologicamente masochista.

Con questa lettura il fine potrebbe anche essere solo e soltanto egoistico e traducibile in massimizzazione assoluta del profitto, ma abbiamo visto che o si attiva una integrazione fra responsabilità economico finanziaria di profitto in equilibrio con un ruolo sociale equilibrato  altrimenti si corre il rischio di non ottemperare ai capisaldi del successo di impresa (efficienza, efficacia, continuità, economicità) con ripercussioni sui singoli individui e sulla collettività. E’ un’etica delle virtù che si raggiunge volontariamente non involontariamente.

Aristotele offre alcuni esempi di azioni involontarie come ‘far bere una pozione a qualcuno, senza sapere che è veleno’. L’ignoranza delle circostanze non giustifica una azione  a volontà negativa. Inoltre, si distingue l’intemperanza dal vizio per cui la prima è un modo di non saper dominare le sue passioni; la seconda è la scelta deliberata di un falso bene.

Tornando alla nostra CSR/RSI come scelta ‘volontaria’ (per cui faremo riferimento ad altri filosofi) deve sempre essere adottata e, quindi, l’aggettivo ‘volontaria’ non è scelta discrezionale che contempla un out come negativo contro l’ambiente, il sociale, gli stakeholders pena il fatto che si può anche essere giudicati come ‘imprese con licenza di uccidere’ se si accolgono le informazioni degli studi e dei dati a supporto dell’articolo citato in testa. Frase negativamente impegnativa e rischiosa per la reputazione d’impresa.