sabato, Luglio 24

Resistance, la lotta umana per la sopravvivenza Intervista a Riccardo Barracu, regista del corto presentato alla Berlinale 2015

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«L’uomo incontra la sua vera Resistenza nella vita civile, la vera lotta inizia dopo l’esperienza bellica». La citazione di Italo Calvino coglie in pieno l’essenza del cortometraggio di Riccardo Barracu, ‘Resistance‘. E’ un film di otto minuti realizzato grazie a una co-produzione franco-svedese-tedesca, è stato girato tra Berlino e Santu Lussurgiu (Sardegna) e vede in scena tre attori tedeschi e tre sardi.
Due storie di violenza e privazione della libertà, dolore, prigionia e umiliazione, dove si contrappongono vittima, carnefice e testimone come simboli di un conflitto che si ripete ciclicamente nella storia.
L’esperienza di privazione e di sottrazione di libertà è l’esperienza del Progetto Resistance. L’uomo prigioniero, umiliato e defraudato della sua dignità, incontra il dolore. La resistenza è quella al dolore, al potere bieco che gioca con la dignità degli uomini privandoli della propria identità. La privazione dei valori di libertà è simboleggiata da uno stato di prigionia degli attori protagonisti, dallo stato di stupidità con il quale chi domina ha potere anche sulla vita. La Resistenza degli uomini è quella che determina la sua preservazione, ma la vera lotta è la sopravvivenza.
Con l’accensione di un neon si apre il corto, che con questo espediente estrae la resistenza dal tabernacolo della storicizzazione. L’accensione della luce introduce in un panorama di grigi, sferzato a cadenza regolare dai colori sgranati e saturi delle scene ‘doppie’.
Ai tre attori berlinesi, il regista ha contrapposto tre altri volti, totalmente diversi per fisionomia e mimica, che ripetono i gesti dei primi. Tre sono i ruoli fondamentali della pellicola: la vittima, il carnefice, un testimone ‘ex machina’, figure agite da gesti fissi e parlate dagli scarni dialoghi (scritti dallo svedese Emilio El-Lauren), che lasciano poco scampo all’interpretazione. Colpisce nel corto l’espressività dei sentimenti, suggeriti e insinuati ma non manifestati verbalmente dai protagonisti in scena. Perché la resistenza al male ha molteplici facce e Riccardo Barracu prova a farcele cogliere tutte.

Il corto è stato presentato, fuori programma, nel 2015 alla Berlinale, Berlin International Film Festival, uno dei più prestigiosi festival cinematografici. Ogni anno a inizio febbraio nella capitale tedesca, dal 1951, si accendono le luci di Postdamer Platz per l’inizio del tanto amato festival e per circa 12 giorni la capitale ospita registi, attori, giornalisti e naturalmente spettatori proveniente da più di 120 Paesi diversi.

Abbiamo intervistato il regista e autore di Resistance, Riccardo Barracu. Nato in Sardegna ha frequentato la facoltà di Comunicazione a Bologna, città dove ha studiato drammaturgia. Ha iniziato la sua carriera come attore e si è cimentato nella scrittura e regia di diversi progetti teatrali. Ha diretto cortometraggi e reportage, insegnando poi teatro nelle accademie e nelle scuole. Attualmente è direttore artistico di diversi festival culturali in Europa e vive a Berlino, dove ha trovato un aperto scambio di commistioni sinergiche per il suo lavoro artistico.

 

Riccardo, come nasce Resistance?

Per la realizzazione pratica ci sono voluti pochi giorni. Le scene sono state girate prima in Germania -con la fotografia di Virginia Vannucchi-, all’interno di un bunker, e poi ricostruite in fotocopia in Sardegna all’interno di una vecchia cantina -con la direzione artistica di Giovanna Manca-. Tre attori professionisti tedeschi e tre ragazzi di Santu Lussurgiu sono il cast del cortometraggio. Sviluppare il progetto, invece, ha richiesto molti mesi; io e Emilio Larent, giovane sceneggiatore svedese di notevole talento, abbiamo lavorato in forte sinergia per sviluppare al meglio la tematica.

 

Cosa rappresenta la Resistance?

Il concetto alla base del mio film si discosta dalla tematica prettamente storica di Resistenza, ho scelto di dare rilievo all’idea di privazione e sottrazione di libertà. Ognuno è schiavo di qualcos’altro, nel corto non c’è un’azione di base, ma scene che intimano la violenza che ognuno di noi deve combattere quotidianamente. Gli attori rappresentano la cattiveria umana, una cattiveria riproducibile ovunque.

 

Quali i punti di vista degli attori?

Tra gli attori non avviene un vero e proprio contatto di forza ma la cattiveria, la malvagità sta appunto nella sottrazione di libertà, nell’umiliazione dell’uomo attraverso le risa. Siamo un po tutti schiavi di un sistema volenti o non. C’è sempre qualcuno che tirando le fila gode di questo potere e sopra di lui ancora un altro: il male è virale.

 

Dopo la Berlinale 2015 cosa è successo?

Il film, dopo il successo della Berlinale, è stato proiettato anche al Festival di Venezia, ma la soddisfazione più grande è stata la scelta di utilizzare la mia pellicola in un progetto universitario dal tema ‘Violenza e ritualità’ attraverso un gemellaggio di alcune città della vecchia cortina dell’est europeo. Sono stato così ospitato anche a Praga, Sofia e Budapest.

 

Hai altre opere in programma?

Resistance è il primo corto di una trilogia che, nel secondo film, affronterà il tema del capitalismo e della schiavitù del denaro e sarà realizzato in bianco e nero in un moderno complesso a Berlino. La conclusione della trilogia, invece, affronterà il tema dei virus: solo poche persone avranno il vaccino e controlleranno gli altri attraverso questo potere. In Sardegna, entro fine anno, curerò, come direttore artistico, la sesta edizione di ‘Global Future’ che sposerà, come ogni anno, la formula degli incontri e commistioni di stili.

 

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