giovedì, ottobre 18

Requiem per il Ministro Tria. E per un Paese malato ‘Quos vult Iupiter perdere, dementat prius’

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Povero Ministro Tria, ci sarebbe da compiangerlo se non avessimo la precedenza nella compassione noi tutti italiani, trascinati con lui nella esecuzione di un programma di governo sostanzialmente irrealistico.  Ricorda il povero Pinocchio, ingannato così amaramente dal Gatto e la Volpe (decidete voi chi sono) e convinto a piantare i suoi zecchini d’oro per vederli fiorire e fruttare un bel raccolto. Di animali scaltri e voraci l’universo è pieno, risiedono quasi tutti a Wall Street nel cuore della giungla di Manhattan, ma qualcuno si aggira anche da noi. Basta ricordare il grande ‘Madoff dei Parioli’ che prometteva rendimenti fuori di testa secondo il collaudato e mai sconfitto metodo Ponzi. Si sarà detto fra sé e sé quel sant’uomo di Giovanni Tria, salendo a giurare al Quirinale: «Non possono essere così matti, quelle promesse elettorali tanto incaute e populiste lo sapranno anche loro che sono irrealizzabili, che in cassa non c’è una lira o meglio un centesimo di euro, che l’Europa che ci governa ci ha già nel mirino, si accontenteranno di quello sforamento dell’unoemezzo percento che riesco forse, e dico forse, a grattare, rispolverando la vecchia lesina di fine ottocento, i numeri parlano chiaro, le chiacchiere stanno a zero». Non sapeva o fingeva di non sapere che si stava facendo, come dicono nel Viterbese, ‘una frusta per il suo culo’ o per essere più eleganti non si ricordava quel bel proverbio inglese che suggerisce, a chi vuole per forza mangiare la zuppa con il Diavolo, di portarsi un cucchiaio molto lungo, per mantenere una distanza di sicurezza dal suo ospite.

Poveretto (e due), come si ingannava. Le chiacchiere volano alto, altissimo, i suoi numeri sono stati bollati con disprezzo come miserie da ragioniere di secondordine, macché unoemezzo, dueequattro e per tre anni, poi qualcuno deve averli chiusi in una stanza e spiegato loro il valore delle tabelline. Ma loro insistono, i soldi si trovano, come diceva Napoleone l’intendence suivra, noi intanto attacchiamo. I soldi si trovano eccome, basta cercarli. Sì, ma dove. Stamparli ahimè è impossibile. Finiti quei tempi di finanza allegra, tanto democristiana quanto peggio ancora socialista, nei quali le ultime occasioni di ripianare il nostro mostruoso deficit sono state bruciate in sprechi e corruzioni e nefandezze varie, scaricando il peso sui futuri Governi e peggio sulle future generazioni. In quei tempi che alcuni sono tanto folli da rimpiangere, il Governo chiamava la Banca d’Italia, mi servono tot e tot miliardi in banconote di piccolo taglio, non segnate, e il Governatore, obbediente come un vero grand commis metteva in moto le rotative e voilà, ecco bei soldi freschi, profumati d’inchiostro da spendere o dirottare. Quella dell’indipendenza dell’istituto di palazzo Koch è una delle più inquietanti leggende metropolitane. Lo sapevano, dovevano saperlo che stavano stampando non banconote ma cambiali che prima o poi andavano all’incasso. Chi se ne frega (anche questo un retaggio dell’era fascista, mai compiutamente indagato), apres moi le deluge come diceva quella santa donna amante del penultimo re di Francia. Qualcuno pagherà.

Ma allora c’era la lira e volendo si svalutava allegramente, unico mezzo per dare fiato alle esportazioni e poi, anche se già al rallentatore, l’economia tirava e a prodotto interno lordo crescente il rapporto con il debito si ammorbidisce, lo capisce chiunque, o forse no, tutti proprio no. Tuttavia se il PIL si blocca o peggio si contrae quel rapporto peggiora e ogni rinnovo dei titoli governativi in gran parte in mano a investitori – ma anche speculatori – esteri provoca ansie e batticuore. Qualcuno si ricorderà, speriamo, di quando il finanziere ungherese George Soros fece saltare il banco giocando sulla lira e costringendo la Banca d’Italia a bruciare miliardi di riserve in valuta. E allora la domanda sorge spontanea: ci sarà ancora qualcuno nel mondo che crede in noi, qualcuno rinnoverà queste cambiali, perché se invece, per caso, quel qualcuno o non rinnova o peggio comincia a vendere allora è il crollo della diga e soltanto la tanto esecrata Europa ci può ripescare per il colletto, magari costringendoci a quei feroci piani di tagli e di economie che hanno portato la Grecia, tanto per fare un esempio, sull’orlo di un bel default, in italiano fallimento. E si sente che a Bruxelles già prudono le mani, forse ricordando quel Ministro francese che negli anni del terrorismo in Italia durante un dibattito studentesco senza senso riportò tutti all’ordine con la sprezzante frase «Alors faisons pas de l’Italie». Già, tagli ed economie. Sono altamente impopolari, se ne parla sottovoce in cucina ma non in salotto, sono preoccupazioni miserabili, il vero signore (ci si passi l’insulto di comparare i gentiluomini di un tempo con i maluomini di oggi) non paga il sarto, non paga il meccanico, non paga il macellaio, il pescivendolo, il fruttarolo, nessuno, finché un giorno deve mettere in vendita il palazzo. Si rischia grosso, si rischia di mandare in malora un intero Paese per le promesse utopistiche di demagoghi, i quali demagoghi tocca ricordare sono il frutto marcio della democrazia.

Reddito di cittadinanza, una pioggia di spiccioli su una massa affamata di pensionati cui adesso si pensa anche di vietare il secondo lavoro, confinandoli al mero ruolo non pagato di baby-sitter dei nipoti. Quella del pensionato che andandosene crea un vuoto da riempire con un giovane è un’altra delle leggende metropolitane care ai sognatori. Nessuna azienda che si è disfatta, proprio così disfatta, a caro prezzo di un essere umano è tanto folle da prenderne un altro al suo posto, con l’enorme costo degli oneri sociali. Si chiamano tagli, ragazzi, non trapianti. Si scarica solo sulle future generazioni un fardello di pensioni da pagare a pensionati che si guardano bene, e lo si capisce, di morire e togliere il disturbo. E con che risorse? Dopo il saccheggio dell’INPS consumato in quegli anni d’oro (per loro)  della prima repubblica, l’istituto paga le pensioni con i contributi, una partita di giro da brivido. Ma, si dice, questa cascata di spiccioli andrà a incrementare i consumi, si precisa ‘morali’ e non voluttuari. Perfino quella adorabile creatura prestata alla politica, la signora Giorgia Meloni, ha posto ironicamente il quesito: ma un po’ di vino si può comprare o solo acqua di rubinetto? Perfino quel gigante della politica, gigante visti i tempi, di Silvio Berlusconi ha irriso questa misura come ridicola e insopportabile forma surrettizia di uno ‘Stato etico’, figuriamoci in un Paese che ignora sia lo Stato che la morale. E poi così facendo si spinge in su l’inflazione reale, e sarà divertente anche se penoso scrutare le facce dei tanti elettori della presente maggioranza quando scopriranno che le loro pensioni, già bloccate in eterno, perdono ancor più peso grazie alla cortomiranza del patrio Governo che si sono eletti.

Povero Tria, pensava di lavorare con un Presidente del Consiglio, il quale sta modulando il proprio ruolo sull’esempio del Convitato di pietra di mozartiana memoria. Governano i due consoli. Una volta, in tempi non proprio migliori ma almeno decenti, il loro ruolo sarebbe stato svolto da un apposito direttorio, che non faceva parte della compagine ministeriale ma guidava politicamente le scelte del Governo il quale restava tuttavia nella pienezza dei suoi poteri. Avere abolito questo filtro crea grossi problemi sotto gli occhi di tutti. Quando i consoli parlano, e Dio sa se e quanto parlano, a che titolo lo fanno? Certo non personale, anche se magari ce lo augureremmo: come Capi di Partito, come Ministri o come Vice Presidenti del Consiglio? Carica questa del tutto inventata e inesistente fino ai primi Governi di centrosinistra quando la si creò per dare un contentino al PSI simpaticamente escluso dalla stanza dei bottoni. E sulla scrivania Vice Presidenti come Pietro Nenni di bottoni non ne avevano neanche uno da schiacciare se non per chiamare un usciere e farsi portare un caffè.

Di tagli quindi non se ne parla, economie si dovranno fare per forza. Il povero (e dalli) Ministro farà come hanno fatto tanti suoi predecessori, si ingoierà insulti appena velati e truculente minacce e si metterà all’opera per raschiare il fondo del barile. Ritarderà tutti i pagamenti per guadagnare tempo, ritarderà i grandi progetti infrastrutturali. E poi taglierà con l’accetta, poterà rami secchi e rami malati e rami ancora pieni di frutti, cadranno sussidi inutili e sussidi preziosi insieme, si comincerà come sempre dalla cultura, in un paese che di cultura dovrebbe vivere e ce ne sarebbe d’avanzo, e che è costretto a guardare Alberto Angela se vuole ammirare il proprio patrimonio artistico perché Angela riesce a penetrare là dove lui non è ammesso. Pazienza. A noi non resta che stare a vedere. Il ‘caso Trump’ ha dimostrato la verità del celebre detto di era pagana, in latino suona meglio anche se l’originale è in greco ma chi se lo ricorda: «Quos vult Iupiter perdere, dementat prius». Il Dio fa impazzire coloro che vuole perdere. Peccato che cosi facendo perda anche tutti noi, compresi quegli irresponsabili che questi irresponsabili governanti hanno votato.

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