lunedì, Aprile 12

Repubblica in Australia e Nuova Zelanda? Il dibattito potrebbe riaprirsi, ma Repubblica non sarà con la Regina Elisabetta II sul trono

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Sydney – In Australia e Nuova Zelanda vi è uno storico dibattito che si riapre senza eccezione ad ogni cambiamento politico in atto: quello circa l’impostazione più appropriata dell’assetto statale che vede, da un lato, i sostenitori dell’attuale monarchia costituzionale con a capo la Regina d’Inghilterra, dall’altro chi chiede un referendum per introdurre un assetto repubblicano.

Agli occhi di un europeo o di uno statunitense, non c’è dubbio che tale discussione possa sembrare fortemente anacronistica. Entrambi i Paesi possono, infatti, vantare posizioni di assoluto rilievo in molte delle classifiche internazionali: in Australia PIL pro capite, aggiustato secondo la parità del potere d’acquisto, è di 40.073 dollari, ovvero il decimo più alto al mondo; il tasso di disoccupazione è in parte stagionale ed è del 6,4%; l’Indice di Libertà Economica (Index of Economic Freedom) è il quinto al mondo, con un punteggio di 81,4; la qualità di vita è la più alta al mondo secondo l’OCSE, l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) dell’ONU è 0,937, il secondo più alto al mondo; l’indice Freedom in the World australiano è il più alto in assoluto; l’indice di corruzione percepita è tra i migliori al mondo all’ottavo posto; l’aspettativa di vita è di 83 anni, la seconda più alta alla pari con l’Italia, mentre la mortalità infantile è molto bassa, con un valore uguale a quello della media UE.

La Nuova Zelanda, pur non ricoprendo i primissimi posti di tali classifiche, presenta comunque una lista impressionante di dati positivi: complice una situazione non dissimile da quella dell’Australia  -popolazione esigua a fronte di abbondanti risorse naturali- secondo un recente sondaggio internazionale la Nuova Zelanda può vantare il sesto tasso di qualità di vita più alto al mondo, al pari di uno dei PIL pro capite più elevati in assoluto. Questi elevati standard si riflettono in diversi aspetti della vita sociale, compresi quelli inerenti all’estensione dei principali diritti dell’uomo. La Nuova Zelanda è stato, infatti, il quindicesimo Stato al mondo, il primo Paese in Oceania, a legalizzare il matrimonio tra coppie dello stesso sesso nel 2013, precedendo in modo inatteso l’agenda politica australiana di allora. Allo stesso modo, la Nuova Zelanda è considerata un esempio per i Paesi con popolazioni indigene colonizzate in passato, il cosiddetto “Rinascimento Maori” ne è una testimonianza.

Eppure, a dispetto di questi importanti risultati raggiunti, prova della bontà del funzionamento delle rispettive società, questi due Paesi hanno scelto di essere ancora legati simbolicamente e legalmente alla Nazione che, alla fine del diciottesimo secolo, li colonizzò, facendo sterminio degli Aborigeni e dei Maori. Sia Australia che Nuova Zelanda infatti mostrano la Union Jack, la bandiera britannica, all’interno della propria bandiera nazionale, mentre la Regina d’Inghilterra rimane il Capo di Stato per entrambe.

L’Australia  -sorprendentemente, se si considera l’elevata internazionalizzazione della sua società ed il minor isolamento geografico rispetto alla Nuova Zelanda- è, tra i due, il Paese con maggiori difficoltà nell’accettare la responsabilità di una autonomia culturale e politica completa dal Regno Unito. Storico è stato, a tal riguardo, il pronunciamento dei cittadini australiani in occasione del referendum del 1999 per trasformare l’Australia da Monarchia Costituzionale a Repubblica, conclusosi con un netto dissenso (54,87%) dell’opinione pubblica per quest’ultima forma di Governo. Le conseguenze di questa scelta sono state importanti sotto numerosi punti di vista, compresa la presenza di diversi leader monarchici a capo del Paese, come l’ex Primo Ministro Tony Abbott.

In Nuova Zelanda, d’altro canto, gli ideali repubblicani si sono sviluppati di pari passo con il riconoscimento di sempre maggiori livelli di autonomia delle diversi regioni e comunità del Paese, facendo dell’attuale discussione sul potenziale assetto repubblicano uno degli storici dibattiti nazionali, in corso da diversi decenni. Un ulteriore, fondamentale, aspetto di questa vicenda è rappresentato dalle posizioni del popolo Maori, che rappresenta circa il 15% della popolazione totale e presenta una maggiore propensione verso la creazione di una Repubblica rispetto agli altri neozelandesi.

Oggi, ad ogni modo, si sta aprendo un nuovo ciclo di dibattiti circa la necessità (o meno) di una Repubblica in Australia e Nuova Zelanda. Movimenti come l’Australian Republican Movement sono sempre più influenti e mirano a «supportare un’Australia realmente e completamente indipendente. Vogliamo una Repubblica in cui tutto il potere rimanga nelle mani del popolo australiano, all’interno della quale questo potere non venga in alcun modo ereditato. Il nostro obiettivo è anche quello di avere un Capo di Stato che sia un australiano, che viva in Australia e che possa rappresentare la nostra identità, i nostri valori e il nostro posto nel mondo. Noi chiediamo un dibattito nazionale per far ottenere agli australiani un processo democratico al fine di decidere chi debba essere il nostro Capo di Stato».

Molte di queste speranze si sono riaccese con la nomina dell’attuale Primo Ministro australiano, Malcolm Turnbull, un uomo che si è spesso battuto per vedere nascere una Repubblica australiana e per dotare il proprio Paese di una bandiera che lo rappresenti in pieno, senza la scomoda eredità britannica impressa sul vessillo. Il Capo dell’Esecutivo, è bene ricordarlo, vanta anche un passato da capo dello stesso Australian Republican Movement. Turnbull, tuttavia, ha recentemente dichiarato che non vuole essere «colui che guida ancora una volta una gloriosa battaglia che si concluderà con una sconfitta. Dobbiamo attendere che la Regina non sia più sul trono prima di poter parlare di un nuovo referendum».

Nonostante tale dichiarazione abbia scioccato i molti repubblicani d’Australia, il Primo Ministro ha, dunque, posto un limite di tempo chiaro per poter ricominciare a dibattere di una repubblica australiana. Inoltre, a supportare la trasformazione dell’Australia da monarchia costituzionale a Repubblica e la necessità di un Capo di Stato australiano sono stati, con alcune sorprese, 7 su 8 dei Premier degli Stati federali australiani, con l’unica eccezione del Western Australia, il più conservatore fra tutti.

In Nuova Zelanda, parallelamente, il movimento New Zealand Republic porta avanti una battaglia analoga a quella dell’omologa organizzazione australiana, nel tentativo di «coinvolgere tutti i neozelandesi nel dibattito, fornire loro informazioni accurate e verificabili, concentrarsi sulle idee anziché sulle singole persone e organizzare e vincere un referendum per fondare una Repubblica neozelandese e dotarci di un Capo di Stato neozelandese».

Proprio come nel caso di Malcolm Turnbull, inoltre, il Premier neozelandese John Key si è spesso detto a favore sia di una Repubblica neozelandese che a favore di una bandiera nuova e diversa, che sia maggiormente rappresentativa della Nuova Zelanda di oggi. Proprio come Turnbull, tuttavia, Key ha frenato gli entusiasmi dei repubblicani neozelandesi affermando che «non credo vi sia alcuna possibilità che la Nuova Zelanda diventi una Repubblica così presto. A dire il vero, sarei sorpreso se lo diventasse mentre sono ancora in vita, e io prevedo di avere una vita lunga e felice». La Nuova Zelanda è, però, molto in avanti nella discussione dell’attuale bandiera nazionale, la quale ha portato all’organizzazione di una scelta di possibili alternative prima e di un referendum apposito poi, atteso per Marzo.

In conclusione, l’apparente paradosso di due Paesi estremamente sviluppati a livello economico e sociale, ma con un impianto politico e legale anacronistico, è da spiegarsi con il trasversale conservatorismo che permea le due società, a prescindere dal colore dei governi in carica. Questa volta vi sono, tuttavia, forti istanze repubblicane in entrambi i Paesi, le quali guardano tutte ad un orizzonte che non può essere troppo lontano, ovvero il momento in cui la Elisabetta II non sederà più sul trono.

 

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