domenica, Agosto 7

Repubblica Dominicana, il dramma degli haitiani A oggi solo 300 persone hanno ottenuto il permesso di soggiorno

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Da una parte, il cosiddetto ‘Gruppo A’, costituito da tutte le persone nate tra il 1929 e il 2010 da migranti privi di documenti che sono però in possesso di un certificato di nascita della Repubblica Dominicana. Circa 540 mila persone in tutto. A loro il Governo ha promesso una qualche sorta di regolarizzazione. Dall’altra parte, il ‘Gruppo B‘, in cui rientrano tutti coloro -sempre nati nel Paese tra il 1929 e il 2010- che non possiedono alcuna certificazione e non sono mai stati registrati all’anagrafe. A questo secondo gruppo è stato concesso solo il permesso di soggiorno, con successiva facoltà di richiedere la naturalizzazione. Contemporaneamente, è stato istituito anche un Piano di regolarizzazione per tutti gli stranieri residenti sul territorio con figli nati nella Repubblica Dominicana dopo l’emendamento costituzionale del 2010, scaduto appunto lo scorso 17 giugno. Malgrado ciò, molti haitiani hanno rifiutato la registrazione come stranieri perché sostengono di essere dominicani dalla nascita e di meritare quindi tutti i diritti che ne derivano, a differenza dei cittadini naturalizzati che, ad esempio, non possono puntare ad alte cariche.

In teoria il Piano prevede che anche coloro che non hanno la cittadinanza ma che possono dichiarare la loro identità e provare che sono arrivati prima dell’ottobre del 2011 -pensiamo ai profughi del terremoto ad Haiti del 12 gennaio del 2010, costato la vita a oltre 220 mila persone- possano avere la residenza. Tuttavia non è ancora chiaro l’effetto della legge 169-14 sui diritti delle persone appartenenti al Gruppo A’, che il Governo afferma di aver nuovamente riconosciuto come cittadini dominicani. Va peggio per quelle comprese nel Gruppo B, posto che il percorso di naturalizzazione rappresenta una strada irta di ostacoli, posto che l’iter burocratico risulta lungo, complesso, umiliante e costoso. Per accedere al Piano viene infatti richiesta una serie di documenti -quali ad esempio il certificato di nascita, la carta di identità, il passaporto e altri ancora- che ai più risultava impossibile da procurarsi. In tanti non possono mostrare di essere nel Paese da più di cinque anni perché i datori di lavoro rifiutano di ammettere di averli assunti illegalmente. Senza contare che in molti non sono nemmeno riusciti a registrarsi a causa della mancanza di informazione e del breve arco di tempo in cui è stato possibile attivarla. In totale, solo 8.755 persone si sono iscritte nel Gruppo B’, e a oggi solo 300 di queste hanno infine ottenuto il permesso di soggiorno.

Molti si sono chiesti cosa ne sarebbe stato degli apolidi all’indomani della scadenza di giugno, domanda che presso le autorità di Santo Domingo ha trovato molte risposte discordanti. Mentre il Ministro dell’Interno, Ramon Fadul, ha negato che ci saranno operazioni di massa, quello degli Esteri, Andres Navarro, ha chiarito che coloro che non hanno i documenti dovranno tornare nel loro Paese. Da parte sua, il Generale di divisione Ruben Dario Paulino, direttore per le migrazioni del Paese, ha riferito ai media locali che duemila tra poliziotti e militari e 150 ispettori hanno ricevuto un addestramento speciale in vista delle deportazioni‘. Questa incertezza ha indotto António Guterres, a capo dell’Alto commissariato per i rifugiati dal 2005, a lanciare un appello alla Repubblica Dominicana per assicurarsi che i cittadini privi di nazionalità non vengano deportati. Nei giorni seguenti, il Primo Ministro haitiano Evans Paul ha parlato di crisi umanitaria, rendendo noto che più di 14 mila persone avevano attraversato la frontiera tra i due Paesi in meno di una settimana.

Danilo Medina, Presidente della Repubblica Dominicana dal 2012, afferma con decisione che il suo Paese non è razzista e che la legge 169 intende semplicemente allontanare persone prive di documenti con l’obiettivo di contrastare l’immigrazione irregolare. Ma il razzismo verso gli haitiani c’è eccome, e serpeggia nella società dominicana alimentato dalla manipolazione dell’opinione pubblica operata dalle istanze più nazionaliste del Paese, alla ricerca di un facile capro espiatorio delle difficoltà in cui esso versa. La paura della invasione haitiana da parte dominicana fa così da contraltare alla realtà di centinaia di migliaia di altri dominicani, quelli con origini haitiane, oggi sospesi in un limbo politico che impedisce loro di partecipare alla vita sociale, amministrativa ed economica dello Stato. Un’esclusione che alimenta il malcontento, con sviluppi futuri al momento imprevedibili

Il dramma degli ‘uomini senza Stato’ rappresenta solo l’ultimo capitolo di un rapporto, quello tra le due anime di Hispaniola, mai facile, spesso bagnato dal sangue e che solo in occasione del catastrofico terremoto del 2010 ha conosciuto uno slancio di solidarietà.  All’indomani del sisma, infatti, i dominicani si sono immediatamente attivati in soccorso dei loro vicini, in un’ondata umanitaria senza precedenti che ha coinvolto tutti gli strati sociali e che si è mossa con un’efficienza non tipica del luogo. Una volta passata l’emergenza, l’ondata emotiva è svanita lasciando il posto al ricordo di vecchie ferite mai guarite. Se da un lato nei dominicani è ancora viva la memoria dell’invasione militare subita nel 1822 per mano dell’esercito haitiano, che unificò l’isola fino al 1844 sotto il pugno di ferro del Presidente Jean Pierre Boyer, dall’altro Haiti non dimentica il cosiddetto ‘massacro del prezzemolo del 1937, quando circa 20 mila haitiani vennero trucidati in pochi giorni per volontà del già citato presidente Trujillo, in un fanatico progetto eugenetico di ‘sbiancamento’ della razza che pretendeva di ripulire il Paese dagli immigrati. Un progetto folle, eppure mai stato del tutto accantonato.

 

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